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fino al 15.IX.2010 | Cheby | Eugene | Herard | Milano, Gloriamaria Gallery

di - 3 Settembre 2010
Che accade quando chiamiamo ‘arte’ qualunque
manifestazione culturale ‘altra’, per quanto eminente sia? Non succede precisamente
che, a nostra insaputa e con le migliori intenzioni del mondo, noi riduciamo ciò
che è altro a ciò che è nostro? In altri termini, non abbiamo già
preliminarmente, e nel modo più surrettizio, postulato una natura propriamente
prototipica dell’arte, sottinteso in senso strettamente greco?
(François Fédier).

Ecco. Dici “arte” e pensi a un range di immagini ed
esperienze più o meno precise, vuoi ben delineate, vuoi appena sbozzate; un
catalogo mentale che va dalle statue di santi subiti in chiesa durante il
catechismo fino ai richiami ultimi delle pubblicità: ti confronti con un senso
del bello, della misura – se vogliamo persino del “lecito” e dello “scandaloso”
– sempre e comunque rassicurante, aderente ai tuoi orizzonti.

Poi entri a conoscere gli scultori della Grand
Rue di Haiti e ti trovi ridotto sulle ginocchia, come un pugile tanto sicuro di
sé da non aver previsto l’onda d’urto dell’avversario. E già. Perché quello che
scopri nei lavori di Celeur Jean Herard, André Eugène e Ronald Bazile
Cheby
,
tutti all’opera nelle baracche di lamiera di Port-au-Prince, non è l’idea di
arte a cui sei abituato. È un’esperienza immersiva tanto intensa che può
trovare equivalenti giusto nel Cuore di Tenebra di Conrad, o forse
ancor meglio nel frullato che ne ha tratto Ford Coppola, allungandolo con i Dispacci
di Herr in Apocalypse Now.

C’è un altro mondo, ci sono altri mondi che
non siamo abituati a considerare. C’è la nostra visione dell’Ordine Naturale
delle Cose, catto-darwinista come da migliore tradizione italiana al
compromesso. E poi c’è quella che ti viene scaraventata sul grugno direttamente
dai ragazzi di Haiti: c’è una civiltà che si regola sull’assemblaggio di riti e
credo arcani; una religione pervasiva e terribile, come quella vudù, capace di segnare
il tempo dell’uomo con brutale meccanicismo. C’è Ezili Danto, divinità spaventosa
che condensa la più rassicurante carità cristiana alla più truce e drammatica
provvidenza animista; c’è un sistema sociale, un codice valoriale, spogliato
delle superfetazioni filosofiche e ricondotto all’essenza intima dell’uomo, al
suo essere ennesima variante della catena del carbonio, al suo inserimento in
un sistema globale che non lo vede primus inter pares, ma compartecipe
della tragica democrazia dell’insondabile.

Le sculture di Haiti, statue votive di divinità
bastarde, sono “solo” arte almeno quanto le rotazioni dei dervisci sono “solo”
danza. Costruite con materiali di recupero, veri e propri scheletri da
discarica, tengono un piede nella più popolare iconografia cristiana europea, e
l’altra nella straordinaria fisicità africana. Pendendo, formalmente, in modo decisamente
originale verso quest’ultima: ricordando l’arcaica fisicità delle sculture di Seni
Camara
;
ma soprattutto la scuola degli artisti del Benin, già nel ’92 protagonisti di
un grande evento internazionale dedicato all’arte vudù.

Il confronto con i lavori di Simonet Biokou, dei fratelli Calixte e Théodore Dagkopan, o ancora di più
quello con le “bambole” di Gérard Quenum definisce un ponte affascinante tra le
due sponde dell’Atlantico. Costruisce una storia altra, con la “esse”
maiuscola. Di cui non possiamo che essere affascinati osservatori.

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francesco sala

mostra visitata il 29 giugno 2010


dal 29 giugno al 15 settembre 2010

The Sculptors of Gran Rue, Haiti

Gloriamaria
Gallery

Via Watt, 32
(zona Porta Genova) – 20143 Milano

Orario: da
lunedì a venerdì ore 10-13 e 15-18 o su appuntamento

Ingresso
libero

Info: mob. +39
3357187768; info@gloriamariagallery.it;
www.gloriamariagallery.com

[exibart]

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