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fino al 17.XI.2010 | Robert Doisneau | Milano, Fondazione Forma

di - 5 Ottobre 2010
Esistono artisti immediatamente riconoscibili, perché
possiedono una “cifra”. Elementi formali e figurativi associano automaticamente
un’opera al suo autore: così, per esempio, una serie di ritratti serigrafici a
colori alterati e vivaci di un’icona pop dirà Warhol molto prima di una didascalia.

La cifra di Robert Doisneau (Gentilly, 1912 – Parigi, 1994) è
quella del suo scatto più celebre, Il bacio (in mostra insieme allo stralcio
del reportage per Life del 1950 ideato per supportare la tesi secondo cui a Parigi, città
dell’amore per antonomasia, “i giovani si baciano ovunque vogliano e nessuno
se ne preoccupa
”):
ambientazione parigina ideale e riconoscibile; soggetti perfettamente a fuoco
in un bianco e nero pulito; scatto apparentemente fortuito a occultare
l’artificio compositivo; tono leggero, ironico e complice; poetica del
frammento e della cattura di kairos (sulla linea di molti grandi fotografi francesi, da Atget
a Cartier-Bresson).

In realtà, il motivo d’interesse dell’esposizione è
soprattutto la sezione extravagante finora inedita. Nel 1960, la rivista Fortune commissionò a Doisneau un
reportage da Palm Springs, la “capitale mondiale del golf invernale”, cattedrale nel deserto
californiano edificata come buen ritiro per miliardari e divi del cinema.

Doisneau porta a Palm Springs lo sguardo di Jacques
Tati
, la
prospettiva marginale di osservazione che smaschera il kitsch, l’horror vacui,
il grottesco e il disumano sorridendone senza crudeltà. Così inquadra insieme
il campo da golf e il suo limite verso il deserto di sabbia e sterpaglie. Palm
Springs è anche una metafora dell’America. Scrive Isherwood: “Noi abbiamo
ridotto gli oggetti a mere comodità simboliche. Gli europei ci odiano perché ci
siamo ritirati a vivere nella nostra pubblicità, come eremiti che si ritirano
nelle grotte per darsi alla contemplazione
”.

L’occhio europeo di Doisneau sottolinea la ridondanza
degli oggetti e la reificazione dei corpi secondo l’american dream e lo
suggerisce titolando Party con pellicce, Costume da bagno, Palline da golf, considerando accidentale la
presenza di ragazze dal sorriso pubblicitario, signore che si sottopongono
spontaneamente al supplizio della pelliccia in un clima torrido e golfisti che
attraversano green impeccabili in mezzo a un territorio ostile persino ai
cactus.

La cifra-Doisneau è stravolta per aderire a soggetti
diametralmente opposti ai parigini poveri e full of life dell’immediato dopoguerra. I
cigni gonfiabili

è un quadro statico, alienato (che ricorda Hopper), i cui piani ripetono il consueto
ribaltamento gerarchico: in una luce azzurrina, un anziano resta immobile ed
enigmatico sullo sfondo, sul bordo di una piscina dalla quale si affacciano
cigni gonfiabili, ridicoli e inquietanti come l’esibizionismo di un benessere
artificiale.

Non si deve però pensare a una critica radicale o a una
condanna ideologica: Doisneau fu un anarchico e un anarchico impertinente e
gentile. L’obiettivo primo del suo mestiere di cronista, anche in un ambiente che non gli
corrisponde e che travalica facilmente nel ridicolo, è il salvataggio di
frammenti di tempo all’oblio. E quindi l’espressione di una simpatia, non
acritica, verso ogni manifestazione dell’esistente.

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1960

Fondazione Forma per la Fotografia

Piazza Tito Lucrezio Caro, 1 (zona Bocconi) – 20136
Milano

Orari: da
martedì a domenica ore 10-20; giovedì e venerdì ore 10-22

Ingresso:
intero € 7,50; ridotto € 6

Catalogo
Contrasto

Info: tel. +39
0258118067;
info@formafoto.it; www.formafoto.it

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