Con il suo ultimo lavoro Diamante Faraldo invita lo sguardo dell’uomo a riposarsi per un istante, per meglio riflettere sul nostro tempo. Programmatico il titolo, Stimmung, che nel significato di stato d’animo, esprime l’angoscia collettiva del nostro millennio.
L’artista, che apre il percorso espositivo con il dittico Entzug, parte proprio dall’uomo, o meglio dal suo archetipo, per esplorarne il destino. Due volti, una donna e un teschio (ciò che siamo e ciò che saremo), emergono da un fondo nero, imprigionati da un’oscurità totale.
Una lente d’ingrandimento, montata al contrario, vanifica la precisione calligrafica con cui sono stati disegnati i lineamenti, offrendo allo spettatore una visione deformata. In un’epoca in cui l’uomo pensa di avere certezze, Faraldo dimostra, con un semplice espediente, che la percezione è ingannevole: i messaggi ossessivi da cui siamo bombardati ci destabilizzano, confondendo il nostro senso critico. Le due figure, nella loro valenza fortemente simbolica, richiamano alla mente la nascita del genere umano, di cui scopriamo l’evoluzione attraverso le successive opere.
Seguono altri due dittici Anfang e Beginn, realizzati in marmo nero del Belgio e camera d’aria, dove si delineano le graduali tappe che portano l’uomo all’organizzazione sociale. Ne seguiamo il percorso osservando una piccola molecola che prima si unisce a un’altra, poi si dispone in forma circolare e infine dà vita a un simbolo geometrico, che rappresenta, in nuce, la prima forma d’aggregazione: la città.
Una città che, però, ben presto perde l’equilibrio e sembra precipitare rovinosamente al suolo. In Stimmung (l’opera dà il nome a tutta la mostra), infatti, Faraldo presenta la pianta di un’antica polis che, disposta in modo inclinato, offre allo sguardo un senso di vertigine e di caduta. Le certezze sono ormai svanite, rimangono solo piccoli frammenti, da cui comincerà un nuovo ciclo.
L’angoscia della nostra epoca trova un momento di catarsi, solo nella speranza di un futuro ancora possibile.
Parte integrante del lavoro è la scelta del materiale di cui l’artista fa uso per dare forma al suo pensiero. Pesante, massiccio, tangibile, capace di contrastare il processo di decadimento che investe ogni cosa. Un materiale che, nel nero assoluto con cui è proposto, risveglia il pudore dello sguardo, consentendogli l’occasione di rileggere l’universo con occhi vergini.
giovanna canzi
mostra visitata il 26 novembre 2004
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peccato per questa recensione così povera e triste, l'artista è molto bravo e il suo lavoro non si liquida in 4 righe.
cara teresa, perche' non la scrivi tu una bella recensione della mostra di faraldo, qui sopra a mo' di commento, e ci fai vedere quanto sei brava?!
A me sembra abbastanza buona questa della canzi
e le "4 righe" che dici tu sono evidentemente solo un limite imposto dalle cosiddette gabbie di impaginazione del sito.
saluti