Cinque esponenti della satira italiana dal 1890 a oggi. Più di 450 opere, senza contare l’incursione delle tavole di Georg Grosz (Berlino 1893 – New York 1959). Le parti politiche variano, costante è invece l’anticlericalismo.
In fondo è un peccato che Gabriele Mazzotta abbia organizzato questa mostra. Lo dice lui stesso, fra le righe: “Ultimo grande giornale di satira politica: l’irripetibile Il Male”. Il fatto è che i processi di storicizzazione avvengono in fasi non propriamente floridi per i fenomeni che ne sono protagonisti. Radio2 ha dedicato numerose puntate della trasmissione Alle otto della sera alla storia della satira, giungendo alla conclusione che il fenomeno televisivo-cabarettistico sta soffocando la satira vignettistica; d’altro canto, le manifestazioni d’insofferenza nei confronti della satira, in questi ultimi anni e mesi, sono aumentate in numero e virulenza, giungendo ad autentici processi censori. Gabriele Mazzotta è un riconosciuto esperto-estimatore-collezionista di satira e proprio nella sede della Fondazione ha organizzato una panoramica che si
Veniamo alle tavole: l’anticlericalismo estremo di Gabriele Galantara (Montelupone 1865 – Roma 1937) –si veda All’omba della croce (1908), ove si accalca una folla orgiastica di prelati–, co-fondatore nel 1892 de L’Asino, esprime una vena arditamente laica e popolare, fiduciosa in un progressismo positivista. A stretto contatto, Giuseppe Scalarini (Mantova 1873 – Milano 1948): antimilitarista (La guerra del 1914 è un maiale cinto d’alloro che cavalca lo scheletro di un cavallo) e antifascista, sviluppa una critica interessante e attualissima all’affarismo nello sport. La sua attività è legata ai disegni che pubblica quasi ogni giorno sull’Avanti!, dal 1911 al 1926, con piglio didascalicamente socialista.
Decisamente dall’altra parte della barricata, il poliedrico Mario Sironi (Sassari 1885 – Milano 1961) esprime compiutamente il suo interventismo e la successiva adesione al fascismo –durante il quale si avvicina al gruppo di Margherita Sarfatti–, la critica spietata del “socialismo reale” (Il fascismo lo libererà, 1923) e delle presunte calunnie della stampa comunista (il “Corriere della Sera” in primis!). Figura politicamente più atipica quella di Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca 1908 – Cervia 1968), “pupazzettista” noto soprattutto per la saga di “Don Camillo”: almeno in una prima fase, il suo è un atteggiamento anarcoide, insofferente all’omologazione. Il suo disegno, rileva giustamente Paola Pallottino, possiede alcune caratteristiche innovative, come la personificazione delle ombre dei personaggi. Guareschi: un nome legato indissolubilmente a “Il Bertoldo” e “Candido”, nonché alla curiosa vicenda delle presunte lettere di De Gasperi ove si sarebbe auspicato il bombardamento di Roma. Il risultato? Carcere per vilipendio.
La mostra si chiude con l’opera celeberrima di Francesco Tullio-Altan (Treviso 1942), apprezzato anche nell’ambito della letteratura d’infanzia per caratteri come la Pimpa. La sua attività satirica sfrutta ampiamente la capacità di sintetizzare in poche parole critiche salaci e intelligenti, tanto che Biagi e Bocca hanno paragonato le sue vignette a un “articolo di fondo”. Dalle pagine di “Linus” fino a “La Repubblica”, il personaggio suo più ricordato è Cipputi.
Non si poteva chiudere che con l’ultima vignetta in mostra, datata 15 maggio 2001. E’ il giorno delle elezioni. I due personaggi: “Poteva andare anche peggio”, dice uno. “No”, risponde quell’altro.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 19 settembre 2003
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