Un notte di Natale un po’ travagliata e la collaborazione tra due spazi espositivi hanno dato vita alla personale di Santiago Sierra in mostra alla Prometeogallery di Milano. I precedenti, un’azione notturna prodotta dalla neofondazione romana Volume! in cui un gruppo costituito da 8 agguerriti anarchici, i volti celati da una maschera e da un capirote –un copricapo di juta conico– neri, i corpi avvolti in tuniche del medesimo colore, vengono assoldati con cento euro a cranio per ascoltare la messa papale di mezzanotte. I risultati dell’azione, una serie di foto in bianco e nero, ed un video, ripreso nell’estetica sgranata che contraddistingue l’artista madrileno, costituiscono da nucleo centrale del percorso espositivo congegnato per il capoluogo meneghino. Ponendo al pubblico locale il dilemma tutto italiano che contrappone il governo di Cesare ai diritti di Dio, che nega ad uno stato l’affrancamento dai cosiddetti poteri bianchi in virtù di una tradizione secolare restia a scendere a patti con la contemporaneità e prepotentemente decisa a mantenere i propri privilegi. Da qui la scelta dell’accostamento con l’anarchia, una sottocultura politica in via d’estinzione incapace di fare proseliti militanti e che accoglie estemporanee frange di accoliti tra i giovanissimi e tra le fila dei radical chic affascinati dalla filosofia, ma solo nominalmente interessati. Il confronto tra due realtà ugualmente anacronistiche, entrambe con un seguito ridotto, ma ortodosso, avviene sul piano dell’empatia con le idee politiche dell’artista. Che paragona alla concezione di un Clero chiuso e conservatore, una visione ideale dell’anarchia, per Sierra portatrice del valore della libertà per antonomasia.
Meno politica è l’opera Adquisiciòn de un premio, un team up tra i due cavalli di battaglia della galleria, Sierra per l’appunto, e Regina José Galindo, guatemalteca nota per le sue performance al sangue. Anche qui l’opera è frutto di un’azione, anzi di una transazione che vede la Galindo cedere per un prezzo tutt’altro che simbolico, il Leone d’oro vinto alla Biennale di Venezia nel 2005, con tanto di atto notarile e passaggio di proprietà.
Il che pone davanti ad un paio di perniciose problematiche, la prima delle quali riguardante il crollo del valore dei simboli. In una società pragmatica ed antiromantica come quella contemporanea il lirismo, la soddisfazione, l’imponenza della gloria che costituisce l’importanza di un trofeo è declassata, infatti, dal senso pratico e –se così si può dire– dal vil denaro. La seconda, invece, scaturisce dalla riflessione sul sistema dell’arte a partire da una delle sue istituzioni più antiche. La proliferazione delle Biennali, dei premi, la nascita di una vera rete di iniziative legate all’arte contemporanea, il ruolo marginale in cui si è autorelegato sistema dell’arte italiano dagli anni ’90 ad oggi, destituisce la manifestazione veneziana dal suo statuto consacratorio. La vendita del premio, seppur nata come una trovata bizzarra, diventa quindi metafora sconsolante dei nostri tempi, di una laguna rosa dalle acque, di una potente Cartagine distrutta dalla noncuranza di un sistema culturale scadente e raffazzonato che ha saputo volontariamente giocare solo al ribasso.
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mostra visitata il 3 febbraio 2007
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brava santa...come al solito!!
ti mando un bacione
brava santa fai pena come sempre