Quando il passo frettoloso si arresta bruscamente entrando in uno spazio espositivo, subito si percepisce di essere davanti a qualcosa di importante, a qualcosa che ci impone di rallentare, di porre un’osservazione attenta e meditata, di tempo. Quello stesso tempo che l’artista torinese trapiantata a New York ferma nei suoi disegni.
La mano, nel tracciare velocemente i segni, sembra dimenticarsi del mondo fuori e da questo impulso, quasi automatico, prendono liberamente forma immagini che non sono state precedentemente pensate, ma che nascono direttamente dal pensiero, da
Luisa Rabbia impugna la biro, strumento che non permette errori e ripensamenti, dove ogni segno corrisponde ad una linea, ad un momento che si ferma sulla carta. E da quei segni prendono vita le solitarie figure di clochard, raggomitolati su se stessi, si adagiano sul suolo vivendo una lenta metamorfosi che fa spuntare dai loro corpi magici germoglio, raccontandoci la fragilità umana. Poi incide la ceramica, delineando un paesaggio interiore, è il pensiero che conquista il proprio spazio, che ci parla contemporaneamente del dolore e dell’estasi. L’artista unisce una serie di piastrelle bianche ricreando una preziosa stanza con doccia, due impronte ci lasciano immaginare una figura che osserva dall’alto, e noi con lei: l’acqua che scivola sul pavimento si trasforma in un vortice esistenziale, dove prendono forma figure travolte dal liquido, donne che cambiano pelle, poi una macchia rossa, forse un cuore, forse del sangue, e l’acqua si trasforma in lacrime.
alessandra poggianti
mostra visitata il 2 ottobre 2003
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