Tele di grande formato invase da una lucente policromia. Un segno filante che si ramifica, si incurva, si piega in onde vorticose, sempre cangianti. In alcuni casi, la trama si espande su tutta la superficie del quadro, divorandola in un overall infinito. In altri, si addensa in una zona specifica, disegnando i confini di una forma che si staglia da un fondo piatto e uniforme.
Sono gli ultimi lavori di Riccardo Gusmaroli (Verona, 1963), nei quali l’artista abbandona qualsiasi rimando concettuale per immergersi nel piacere della pittura e nella sensualità del colore. Se prima si serviva di una piccola ornamentazione tatuata su oggetti quotidiani (ferri da stiro, carte da gioco, mappe) per ritagliare in un mondo omologato da un tecnicismo senz’anima una specie di porta magica, capace di aprire una dimensione poetica, ora quella “cifra” si dilata e va ad inaugurare un universo che ritrova nella tela il suo supporto più legittimo.
Ora senz’ombra. Pura luce senza profondità prospettica. È un rimanere ancorati alla superficie (alla “profondità della pelle” direbbe Valery), in un gioco decorativo che non è mai gratuito o ingannevole, ma sempre fecondo di sorprese, proteiforme e labirintico, dove la luminosità apollinea che vorrebbe fissare le forme viene fulminata in un vortice fosforescente di apparizioni multicolori. La luce smaterializza i corpi, alleggerisce la pesantezza delle cose, rivela i misteri della propria ricchezza interna, rifrangendosi, come un’onda magica, in mille colori.
L’opera di Gusmaroli configura una scrittura cromatica (si potrebbe chiamarla una cromo-grafia), che tende non alla contemplazione di forme isolate, ma alla loro incessante modulazione in un dinamismo in cui non basta guardare, ma occorre anche leggere e seguire il gioco geometrico delle linee colorate che germogliano, si irradiano e rifluiscono su sé stesse formando una trama continua che insegue l’ubiquità, sempre sfuggente, del centro.
La continuità dell’intreccio trasforma la visione in un’esperienza ritmica e incantatoria. I filamenti colorati pullulano in una dimensione immaginativa e serpeggiano sul piano della tela lungo viaggi fantastici e rotte inusuali, per trasportarci fino alle porte d’oriente. L’artista pare aver carpito i segreti dell’arabesco, in cui la complessità geometrica si coniuga al ritmo più fluente, per dissolvere le fissazioni mentali su forme mimetiche e statiche. Ideogrammi, spirali, stelle, onde, si intrecciano sulla superficie dei quadri come nell’intrico dei tappeti orientali. In cui l’ordito del filo tesse senza fine il percorso di forme ancestrali, reiterate da generazioni eppure sempre nuove. Aprendo negli spazi minimalisti della galleria milanese un luogo magico di riverberi, riflessi ed echi lontani.
sonia milone
mostra visitata il 23 febbraio 2006
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me lo regali per fare il tappeto... scusa! Quanto costa? 10 euro?