Pier Giuseppe Moroni, AMAILNERO, courtesy l'artista e 7,24x0,26 Gallery
André Breton affermava che si crea partendo dal sogno, dalla dimensione onirica, da una progettualità che non conosce passato o futuro, abitando la ragione in una dimensione che appartiene a chi, comunemente, viene identificato come chi ragione non ha.
C’è uno spazio nel cuore di Milano, in via San Pietro all’Orto, traversa della centralissima via Montenapoleone – oggi un vero e proprio triste deserto – che sembra metterci nelle condizioni di pensiero creativo delineate dai Surrealisti: si tratta della 7,24×0,26 Gallery, definita dal critico Roberto Mutti come “il più singolare degli spazi espositivi milanesi”. Non solo perché si trova in pieno centro, che così in centro solo Massimo De Carlo a pochi passi a Palazzo Belgiojoso, ma soprattutto perché la galleria è il locale di ingresso al piano terra di un salone per acconciature. L’artista-hair stilyst (e anche gallerista) che ha messo in piedi questa avventura che dura da quindici anni è Pier Giuseppe Moroni, che fino alla fine dell’anno espone qui una serie di ventidue polaroid di un ciclo ispirato ai colori, alle superfici e alle “terre” di Alberto Burri, intitolata “Amailnero” in omaggio al celebre ciclo “Non ama il nero” del grande pittore umbro.
Moroni invece il nero lo identica come un percorso con il quale tutti, prima o poi, dobbiamo fare conoscenza.
E così Moroni ci porta alle presentazioni con resine, acrilici e capelli, quel materiale organico legato tanto alla cronaca e alle tragedie dell’uminità (come non pensare all’Olocausto) e allo stesso tempo alla storia dell’arte, da Fabio Mauri alle più recenti geometrie delle bandiere di Bertille Bak, “dipinte” utilizzando i capelli di marinai.
Le polaroid di Pier Giuseppe Moroni diventano così una ventina di “stazioni” laiche per spiare nel nero che ad ognuno appartiene, e per farci spiare dagli occhi rossi che avvampano seduttivi dietro una cortina ispida, rimandando alla dimensione noir, alle dinamiche da peep-show, all’erotismo e forse anche a quel sangue antico che prima dell’avvento del colore nella cinematografia era – appunto – nero.
Ma non deprimetevi o intristitevi, d’altronde chi abbia una vaga percezione di cosa sia l’arte e di quale sia la sua funzione nel mondo sa bene che mai si è trattato di un materiale confortevole e di situazioni certe; piuttosto di carichi emotivi da resocontare e denuncie dolorose e pericolose per chi le attiva; nulla a che vedere con il marasma “funzionale” di cui è stata investita l’arte pandemica a direzione univoca, osannando le vesti del medesimo padrone globale.
Moroni, così, si prefigura come un personaggio atipico nel panorama di connivenze tra arte e – potremmo dire – fashion o life style: l’immediatezza della polaroid è la strada per cogliere insieme alla bellezza anche l’imperfezione, l’errore e la poetica di un materiale originale oggi redivivo per scopi quasi esclusivamente ludici, mentre Pier Giuseppe sembra trasferire in esse la capacità di un altro sguardo. Non è tragico, forse è più inquieto. Perplesso ma interessante come lo sono questi tempi, nonostante il nero.
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