Categorie: Mostre

Dietro la maschera surreale del conformismo: una doppia personale da C+N Canepaneri a Milano

di - 12 Ottobre 2025

A Hyena Wore My Face Last Night, bipersonale di Holly Stevenson e Amelie Peace è la mostra con cui la galleria C+N Canepaneri di Milano inaugura la sua stagione autunnale 2025. L’esposizione, curata da Joséphine-May Bailey, esplora in una prospettiva queer-femminista i temi del travestimento, della duplice identità e del confine tra l’umano e il bestiale, raccogliendo l’eredità delle opere di artiste di matrice surrealista, come Remedios Varo, Dorothea Tanning, Leonor Fini e in particolare di Leonora Carrington, che quest’anno è anche protagonista di un’importante mostra al Palazzo Reale di Milano.

A Hyena wore my face last week, veduta della mostra, C+N Canepaneri Gallery, Milano, 2025 Ph Francesca Salemi

Il titolo, Hyena Wore My Face Last Night, si ispira infatti al sovversivo racconto La debuttante scritto proprio da Leonora Carrington alla fine degli anni ’30. Nel racconto, comico e grottesco al tempo stesso, una fanciulla chiede a una iena di prendere il suo posto a un ballo dell’alta società. Dopo aver divorato la cameriera e indossato la sua pelle per travestirsi da essere umano, la iena partecipa sotto mentite spoglie agli assurdi rituali della vita aristocratica, senza essere del tutto convincente e venendo, infine, scoperta.

La iena della Carrington è metafora dell’assurda società in cui viviamo, che troppo spesso si trasforma in un gioco di maschere, dove volti e identità sono prese in prestito per poter soddisfare gli standard del conformismo. Ma si tratta di maschere fragili e precarie, sempre sul punto di cadere.

A Hyena wore my face last week, veduta della mostra, C+N Canepaneri Gallery, Milano, 2025 Ph Francesca Salemi

Nella mostra A Hyena Wore My Face Last Night, attraverso sculture in ceramica e pittura, Stevenson e Peace raccontano la dimensione femminile come spazio di sdoppiamento, sulla scia dell’interesse surrealista per le maschere, gli animali e la metamorfosi, ricordandoci quanto sia importante non darla vinta al conformismo.

Holly Stevenson (Norfolk, Regno Unito, 1975) è nota per le sue assurde e colorate sculture in ceramica a forma di oggetti ed elementi familiari, trasmutati in oggetti bizzarri e stranianti. Il suo lavoro, perturbante nel senso freudiano del termine, è una sofisticata rielaborazione di suggestioni surrealiste e psicanalitiche. Le sue opere sono pervase dal senso dell’inquietante ed esplorano temi come la trasformazione, l’identità e l’inconscio. Nell’opera di Stevenson, inoltre, non mancano mai elementi che rimandano alla dimensione femminile, come fiori, uova, seni o tacchi.

Holly Stevenson, I feel I’m in very good form, 2025 Ph Francesca Salemi

Da C+N Canepaneri Stevenson presenta un gruppo di nuove sculture in ceramica, in cui titoli citano testualmente frasi tratte dal racconto della Carrington. Una serie di cinque bizzarre figure, intitolate I feel I’m in very good form (2025) rappresentano la fame feroce della iena, mentre iconiche scarpe in ceramica a forma di tacchi in stile tabi suggeriscono zampe e zoccoli, richiamando l’interesse surrealista per la scarpa come oggetto di feticcio, ma anche l’identificazione tra donna e animale di cui parla Carrington.

Opere di Holly Stevenson Ph Francesca Salemi

La serie delle maschere di bellezza ci parla della invece della bellezza femminile come una dimensione psicologica e fisica soggiogata dalle ansie e dagli assurdi rituali della cultura estetica contemporanea. Le sculture The most difficult thing was, how to disguise her face (2025) e I shall wear her face instead of mine this evening” (2025) ironizzano sulle maschere di bellezza antiage a LED. Dalla sua superficie bianca e levigata spuntano orecchie feline e denti aguzzi, ricordandoci quel bestiale senso di disagio e frustrazione che ribolle sotto una pelle apparentemente perfetta.

Amélie Peace, Feed Me (J’ai Faim), 2025 Ph Francesca Salemi

Amelie Peace (Cannes, Francia, nel 1997), giovane artista queer, francese con base a Londra, mette in discussione le norme sociali legate all’intimità femminile. Attraverso i suoi dipinti, Piece ci trasporta all’interno di attimi di intimità rubati, dove possiamo sorprendere enigmatiche dinamiche relazionali tra figure femminili, forti e vulnerabili allo stesso tempo. Sbirciando attraverso una lente che sdoppia e deforma le figure, diventiamo spettatori indiscreti di scene private, gesti ambigui e atteggiamenti a volte animaleschi.

Ma spesso le donne di Piece sembrano accorgersi della nostra presenza e ci guardano, ci fissano. Come accade in Together We Are Animal, dove due donne accovacciate l’una sull’altra guardano lo spettatore con uno sguardo calmo ma indecifrabile e penetrante, accusandoci quasi di essere dei voyeur. In You asked for the leash (2025), una ragazza dalle fattezze maschili tiene “al guinzaglio” un’altra ragazza con una cravatta, guardando direttamente lo spettatore con aria di sfida.

Amelie Peace, Together We Are Animal, 2025 Ph Francesca Salemi

Gli sguardi diretti e intensi dei personaggi di Peace richiamano gli autoritratti felini di Leonor Fini o i soggetti onirici di Dorothea Tanning. L’atto dell’essere visti diventa insieme sfida e invito. Piece utilizza una palette caratterizzata da colori caldi, toni di arancione o rosso che amplificano la tensione tra i personaggi di cui siamo indiscreti spettatori. Nonostante la tensione, anche sessuale, che pervade i suoi dipinti, l’artista non ci mostra mai nudi o momenti esplicitamente omoerotici, riuscendo a comporre scene delicatamente enigmatiche e dimostrando che la perversione, forse, è solo negli occhi di chi guarda.

Muovendo dalla iena di Carrington, tre acqueforti di Piece approfondiscono invece il tema dell’identificazione tra donna e animale sulla scia di Leonor Fini o Wanda Wulz. In Wolf Skin una donna indossa il manto di un lupo, in Entre chien et loup il suo volto si sovrappone con quello del lupo, mentre in Méconnaissable, la donna stringe un fiocco sulla testa dell’animale. Le figure di Peace si muovono con naturalezza tra l’umano e il bestiale.

A Hyena wore my face last week, veduta della mostra, C+N Canepaneri Gallery, Milano, 2025. Ph Francesca Salemi

Entrambe le artiste rivelano, ognuna con il suo linguaggio, l’aspetto più selvatico dell’identità femminile, che si nasconde dietro le apparenze e le convenzioni sociali. Come la iena e la stessa Leonora Carrington, le opere di Amelie Peace e Holly Stevenson raccontano quanto sia importante sfidare il conformismo per non perdere e reprimere noi stessə, la nostra vera identità e la nostra unicità.

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