Categorie: Mostre

Le figure inquietanti di Alfred Kubin e della sua epoca in mostra all’Albertina di Vienna

di - 13 Novembre 2024

«Non mi privi della mia paura: è l’unico mio capitale» diceva Kubin al suo medico che lo consolava sul letto di morte. La paura è stata per tutta la vita la materia dell’arte di Alfred Kubin (1877-1959). Considerato tra i più grandi disegnatori del Novecento, l’artista austriaco si è mosso nel solco tracciato da Goya e Füssli dando forma, nella sua lingua carriera, a un mondo onirico cupo e minaccioso, abitato da mostri e creature fantastiche, figure grottesche, ossessioni di morte e torture.

Al “cartografo delle tenebre” amato dai surrealisti, l’Albertina modern di Vienna dedica Die Ästetik des Bösen (L’Estetica del male, fino al 12 gennaio 2025). La mostra presenta oltre 100 disegni selezionati tra gli oltre 18mila che l’istituzione viennese conserva dal lascito dell’artista e si concentra, in particolare, sulle opere giovanili. Queste sgorgano dal pennino di Kubin in una manciata d’anni tra il 1899 e il 1904, periodo in cui sembra trascinato da un irrefrenabile impulso a rappresentare il male nelle sue molteplici forme. Sono lavori in cui si condensa la sua eccezionale abilità nel disegno e da cui emerge la «bruciante attualità e la rilevanza dei suoi temi pittorici: giochi di guerra, prigionieri, torture, boia, esiliati, perseguitati, epidemie e pandemie» spiega la curatrice della mostra, Elisabeth Dutz. In un tempo come il nostro, che tende a vedere nemici e stranieri ovunque, il ghigno grottesco dei demoni di Kubin riesce ancora a turbare, incarnando gli incubi più bui delle nuove paure collettive.

Alfred Kubin | Das Ei, 1902 | ALBERTINA, Wien © Eberhard Spangenberg, München / Bildrecht, Wien 2024
Alfred Kubin | War, ca 1918 | The ALBERTINA Museum, Vienna © Eberhard Spangenberg, München / Bildrecht, Vienna 202

È il momento in cui Kubin, allora poco più che ventenne, ha abbandonato gli studi di pittura all’Accademia di Monaco, ma, colpito dall’opera di Max Klinger, trova nel disegno a penna e a inchiostro la sua strada. L’ispirazione, come spesso ripetuto nell’agiografia kubiniana, affonda (ed elabora) un vissuto doloroso che si è abbattuto come una scure sull’animo sensibile del giovane: la perdita della madre da bambino, il rapporto difficile col padre, le molestie subite, la depressione, il tentativo di suicidio fallito, il servizio militare finito con un crollo nervoso. «Un essere mostruoso ed enigmatico si manifesta qui in tutta la sua creatività» scrive più tardi l’artista. Dai disegni presentati all’Albertina emergono frammenti in chiaroscuro di quell’essere mostruoso, delle paure e tensioni che tormentavano l’animo dell’artista, ma non solo. La mostra sottolinea la valenza universale del lavoro di Kubin, come diagnosi potente e profezia di un tempo travolto da forze oscure verso il tramonto della monarchia danubiana e gli orrori del Novecento, di cui Kubin – coevo di Freud – è stato febbrile cantore, insieme ad altri grandi, tra cui gli scrittori Franz Werfel e Stefan Zweig.

Alfred Kubin | Self-Reflection, ca. 1901/02 | The ALBERTINA Museum, Vienna © Eberhard Spangenberg, München / Bildrecht, Vienna 2024

«Osservo la vita primordiale, la esamino, guardo nelle sue fauci e creo laddove altri, da molto tempo, a quell’orribile vista abbassano le palpebre spaventati» scrive ancora Kubin, che fin da bambino è affascinato dalla morte. La morte si annida come tema costante nei disegni di questi primi anni, realizzati spesso su carta del catasto, che gli procura il padre geometra. Le figure appaiono come in sogno, sospese in vuoti irreali o sfondi minimi, schizzate con tratto sottile, flebile ma potente: una figura di donna scheletro si erge incinta vicino al baratro di una tomba nel celebre Das Ei; una balia vegliarda culla una bara (Die letzte Amme); in un altro disegno un ibrido tra un ragno e un crostaceo pesca con la sua chela corpicini di neonati per scaraventarli in aria, verso il destino incerto che li aspetta – e il pensiero corre a Kafka, che pure era boemo e conosceva e apprezzava Kubin.

Se la nascita è morte, la vita è una camera di tortura. Sono corpi impalati, trafitti e legati i protagonisti dei disegni giovanili. Un divertito catalogo collettivo di torture è allestito in Höllerszenen, con scenette in cui entrano in gioco anche caldaie e ferri da stiro – un po’ Bruegel e Bosch, un po’ slapstick ante litteram. Dal raccapricciante al grottesco, dal particolare all’universale, l’estetica del male prende forma anche nella rappresentazione delle grandi sciagure collettive: malattie, epidemie e inondazioni sono raccolte nei fogli della Weber Mappe. Pubblicata nel 1903, decreterà il successo dell’artista. Qui la guerra, Der Krieg, è spogliata di ogni epica o retorica e si manifesta quindi nella sua più brutale violenza. È un gigante muscoloso, che avanza inesorabile con piedi d’elefante a schiacciare piccoli eserciti.

La mostra all’Albertina sottolinea poi come spesso sia la donna ad incarnare l’estetica del male in Kubin, spaventato dall’emancipazione femminile che iniziava a farsi strada in quegli anni e influenzato dal saggio Sesso e Carattere del filosofo Otto Weininger. Preda da domare, ma più frequentemente protagonista, la donna in Kubin è una minacciosa messaggera di morte: è l’incubo che ti viene a trovare con corpo seducente e arti di sciabola, è ragno che caccia prede maschili o che mutila l’uomo. Un disagio, quello di Kubin per i cambiamenti del suo tempo, che investiva anche la scienza, la tecnica e la burocrazia moderne: le definiva smorfie, da cui sfuggire rifugiandosi nella dimensione onirica. Il senso di alienazione è perfettamente sintetizzato in Selbsbetrachtung (auto osservazione): l’artista si raffigura con la testa mozzata e posata a terra, mentre guarda al proprio corpo distaccato e vestito come un commediante, in una grottesca messa in scena.

Alfred Kubin | A Dream Visits Us Every Night, ca. 1902/03 | The ALBERTINA Museum, Vienna © Eberhard Spangenberg, München / Bildrecht, Vienna 2024

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