Carlo Maria Mariani, I segni dei tempi
Prima dell’immagine, la pittura di Carlo Maria Mariani si presenta come un rebus, un enigma, una sorta di sfinge visiva che interroga chi guarda senza voler concedere una soluzione definitiva. Le sue opere appaiono limpide, costruite su un canone di classica armonia, eppure sono costellate di dettagli che rimandano altrove, verso significati ulteriori, attraverso stratificazioni simboliche che chiedono di essere decifrate. È un tempo arcadico, incerto tra mito e storia, quello che Mariani mette in scena: un momento in cui ogni figura diventa segno di qualcosa d’altro, allusione, frammento di un linguaggio più ampio, estrapolato e ricomoposto. Di questa dimensione racconta I Segni dei Tempi, dipinto del 2019 donato al Museo e Real Bosco di Capodimonte dalla Fondazione Carlo Maria Mariani di New York, al centro della mostra omaggio dedicata all’artista, vistabile dal 16 aprile al 14 luglio 2026, a cura di Antonio Martino e Andrea Viliani. Un’esposizione raccolta ma densa, costruita attorno a un’opera che racchiude in modo esemplare l’intero percorso di Mariani, figura appartata e al tempo stesso centrale nel panorama dell’arte contemporanea internazionale.
Nel dipinto convivono due poli fondamentali della riflessione di Mariani: Raffaello Sanzio e Marcel Duchamp. Da un lato la costruzione illusionistica della Loggia di Amore e Psiche alla Farnesina, dall’altro il celebre Porte-bouteilles duchampiano, qui inserito nello spazio pittorico come elemento perturbante. La citazione provoca un cortocircuito di riferimenti: il classicismo rinascimentale e la decostruzione contemporanea si incontrano in una sintesi rappresentativa e concettuale.
«Inserendo lo Scolabottiglie di Duchamp entro uno spazio pittorico e figurativo desunto dalla pergola illusionistica della Loggia di Amore e Psiche di Raffaello, nella Villa Farnesina di Agostino Chigi, allora ancora collocata in un contesto suburbano, Mariani rende con particolare evidenza la profonda affinità che lega questi due fari supremi del suo immaginario», ha commentato Eike Schimdt, direttore del Museo di Capodimonte.
Al centro della composizione, una figura femminile sospesa, quasi fetale, sembra sfidare la gravità. Come osserva Martino, è difficile non riconoscervi un’eco mitologica, un rimando a Partenope, figura fondativa di Napoli, sospesa anch’essa tra caduta e rinascita. Il corpo diventa così soglia, passaggio tra dimensioni, mentre il cielo azzurro che lo accoglie si carica di una valenza metafisica, quasi fosse la materia stessa dell’anima.
La mostra amplia questo nucleo attraverso altre sette opere provenienti da collezioni private, costruendo un percorso che attraversa epoche e linguaggi. L’antico riemerge in lavori come Orfeo (1979) o Ercole che riposa (1976), dove la statuaria classica viene riattivata non come modello formale ma come presenza viva. Altrove, come in Composizione 5 o Dopo il bagno (1989), il dialogo si sposta sul terreno del moderno, chiamando in causa figure come Joseph Beuys e ancora Duchamp.
Particolarmente significativa è anche la documentazione della performance Gentil e Gaia (1974), realizzata nelle Logge di Raffaello, dove Mariani si inserisce fisicamente nello spazio della pittura rinascimentale, tenendo una mela reale davanti a quella dipinta. Un gesto che chiarisce uno dei nodi centrali della sua ricerca: la continuità tra arte e vita, tra immagine e realtà, tra passato e presente.
Accanto alle opere di Mariani, il percorso include una selezione di oggetti dalle collezioni del museo – tra cui un bronzetto dell’Ercole Farnese e piatti della manifattura Giovine – e rare edizioni dedicate a Duchamp e Beuys, a sottolineare la natura profondamente dialogica del progetto.
Nato a Roma nel 1931 e scomparso a New York nel 2021, Mariani ha costruito una posizione singolare, difficilmente classificabile. Definito «L’ultimo degli antichi e il primo dei contemporanei», ha abitato l’eredità dell’arte senza nostalgia, attraversandola con una consapevolezza pienamente novecentesca. Il suo interesse per la teosofia e per le dottrine esoteriche, da Helena Blavatsky in poi, contribuisce a definire una pratica pittorica che è anche indagine sull’invisibile. La ricerca di Mariani non riguarda la soluzione ma la sospensione, lo spazio intermedio tra chiarezza e mistero, tra evidenza e interpretazione.
Non sorprende, allora, che Napoli, città in cui il tempo non è lineare ma stratificato, venga indicata come uno dei contesti più consoni alla sua opera. «Mariani, nelle sale di Capodimonte, sembra esservi stato da sempre: “Io non sono un pittore, io non sono l’artista: io sono l’opus”, dichiarava infatti, per indicare che l’autore si indentifica con la propria opera in cui si condensa tutta la storia dell’arte passata, presente e futura», spiega Viliani. «Mariani non è mai stato, in questo senso, un artista “anacronista”, né un artista “postmoderno”, ma piuttosto un pittore concettuale e, come tale, un neo-classico della contemporaneità. Napoli è l’habitat per cui le opere di Mariani sembrano essere state dipinte fin dall’inizio, respirando l’aria densa che si avverte lungo i decumani, tra la Cappella Sansevero e le Sette Opere della Misericordia caravaggesche».
A cinque anni dalla scomparsa dell’artista, la mostra segna anche un ritorno simbolico: Mariani aveva esposto a Napoli già nel 1978, allo Studio Trisorio, in un momento cruciale per Capodimonte – e per la storia della museografia – quando l’istituzione si apriva alle influenze del contemporaneo, con il confronto tra il Grande Cretto di Burri i neri di Caravaggio. Oggi, con I Segni dei Tempi, quel dialogo si rinnova, confermando la possibilità di leggere la storia non come sequenza chiusa, ma come campo aperto di relazioni. In occasione dell’esposizione a Capodimonte, il Direttore della Pinacoteca di Brera Angelo Crespi ha annunciato anche una mostra omaggio a Mariani che si svolgerà a Milano, a Palazzo Citterio, dall’8 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027.
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