Categorie: Mostre

Lynda Benglis, Spettri | Thomas Dane Gallery

di - 4 Marzo 2020

«I think pleasure is very important in life. Art deals in pleasure». Non credete a Lynda Benglis, vi sta mentendo. L’arte è piacere, è vero. Ma lo è per chi ha deciso in questi giorni di attraversare la luminosa Thomas Dane Gallery di Napoli. Per l’artista americana di origine greca, l’arte è uno sforzo costato 50 anni di vita, tra fonderie, capannoni, fabbriche della carta, pittura e prodotti chimici.

Metamorfosi

Se in qualunque sintassi i sostantivi si articolano in periodi per dare significati, in quella di Lynda Benglis carta, ceramica, metallo e pietra si articolano ora come basi di senso ora come declinazione di angoli, colori, spazi e movimento. Studiare le proprietà dei materiali, concepire l’idea «e portarla al limite». Non è la pulsione creativa che spinge alla serialità ma viceversa. È la reiterazione, la detection che produce quel nucleo che, una volta raffreddato, oggettivato, si dona sotto forma di sensazione ma anche di nuova domanda. E da lì, a capo.

«Canvas had too much of a history». Non fatevi ingannare nemmeno stavolta. Benglis ama la storia delle mani, della manifattura. La pittura a encausto dei copti per i cofanetti di legno, la lavorazione indiana degli aquiloni di seta del Gujarat, dei carri di cartapesta del Carnevale di New Orleans. Ma anche la fiamma ossidrica della Lee Bontecou, le piccole colate di Alberto Giacometti o i tagli marmorei di Karl Rove hanno guidato la sua mano. «Versare, gocciolare, lanciare», per l’artista americana sono movimenti essenziali quanto demistificati, riproduttivi più che creativi. E quella potenza alquanto “grossolana” di Quartered Meteor (1969), virulenta di Contraband (1969) e quei sovraccarichi emozionali dei lavori in videotape, Now (1972), Female Sensibility (1973), coevi ad alcuni altri lavori esposti alla Thomas Dane Gallery, più tenui e rarefatti, continuano a pulsarvi dentro.

Lynda Benglis, Spettri, Thomas Dane Gallery, Naples (17 December 2019–14 March 2020). © Lynda Benglis. Courtesy the artist, Thomas Dane Gallery and Pace Gallery. Photo: Amedeo Benestante

Dil doul

Al di là del colpo d’ occhio – Bikini Incandescent Column (2002) – la prima vera impressione si posa su superfici cutanee, che sembrano vive. La “pelle” acquatica di Dressed to kill (2016) o la scintillanza di un Gone Harlequin (2016) esprimono fascinazione cromatica, come colori di corteggiamento del mondo animale. O la dimensione acquitrinosa dei lavori in ceramica quali Untitled – Mean Green (1992), Metal Force (1992), Zumaque (2013) e del poliuretano pigmentato di Potent Limit III (2011), dedotti da atmosfere anfibie, come abitati da mangrovie e animali misteriosi. La libertà e l’incontro nel processo creativo è fondamentale anche in opere come Handmade Wax Off (2014) o in Broken Favor I (2015). Il chicken wire, il fildiferro di questi lavori, richiede infatti almeno quattro mani, due volontà, due energie che lavorano «per contrastare la tensione, per contorcere il materiale», alla ricerca di una forma cava e viscerale, in grado di accogliere. La carta lavorata a mano è la materia madre, il refrain emozionale negli ambienti della Thomas Dane Gallery che riveste preziosa – Egyp Lane, Bull Path Series (2013) – austera – The Manu Light Vessel #1e #3 (2009) – o come un crisalide pronta a schiudersi, Butterfly Tube (2015), Madame Butterfly (2017).

«Sono un’artista permissiva. Lascio che le cose accadano». Se la gravità e la fluidità sono state le armi con cui l’artista ha condotto nei decenni una sensuale guerra ai concetti stessi di volume, limite e strumento, ogni potere della/nella forma, ora nella sua veste ludica di Ghost of Smile (1974/2016) ora nella presenzialità totemica e ingombrante di Bikini Incandescent Column (2002) viene scarnificata e irrisa. Come per i nodi marmorei di Shila, Palo e Aras (1983) presenti in galleria, o per le consistenze metalliche di Psi (1973) e Eridanus (1984), essi rivestono una funzione di gender cluster: materia maschile calata in plasticità femminile.

Ma la domanda posta da Benglis nei decenni è stata più radicale di una semplice lettura storica e politica. Se ogni forma è controllo, il colore assoluto e la materia liberata possono essere vettori di una rivolta esistenziale, indefinita e sempre attuale? Si ha davanti dunque una ricchezza significante, come tanti reattivi di Rorschach in grado di sprigionare doppi, tripli e quadrupli sensi interiori, passati e futuri.

θάλασσα

Aver «enfatizzato l’inferiorità dell’identità femminile» attraverso la celebre immagine di Artforum del 1974, essersi dedicata a una scultura a tratti decorativa, ai limiti del preziosismo classico (Silver Wright, 1989, Bolero, 1991, o i Torsos in marmo della serie Benglis and the Baroque, 2016); ritirarsi dal suo ruolo di corpo, di soggetto performativo (e performante) in grado di smuovere le acque non certo acquitrinose della New York degli anni ’70; l’idea di non aver rinunciato ma anzi di aver accresciuto la mitologia del gesture (e dunque l’ auto-mistificazione dell’artista) nonostante l’incontro ravvicinato con chi andava nella direzione opposta (Andy Warhol, Richard Serra, Eva Hesse). Anche questo è Lynda Benglis.

Ma non solo. Quelle sensazioni vissute «tra le risaie, in una casa su palafitte circondate dal fango e dall’acqua» del Lake Charles, in Louisiana, la musica country al Grand Ole Opry di Nashville e i carri del Mardi Gras di New Orleans, le cartiere di Ahmedabad, le rocce di Santa Fè, ci vengono restituite ogni volta sotto forma di «spettri/frammenti della memoria», dalla simbologia chiara ma dall’effetto ogni volta sconosciuto. Come Lagniappe (1978) l’opera più silenziosa ma metaforicamente più potente, posta a un passo dalla vista di quel mare greco che si gode dalla veranda della Thomas Dane Gallery di Napoli e che chiude il cerchio ramingo di Benglis.

L’armonia e la vitalità greca è perduta per sempre. Ma la ricerca di Lynda Benglis, grezza e spontanea, misurata e raffinata, tende instancabilmente a resettarsi ogni volta. Come un gioco infinito esso ci fa assaporare quell’indiscutibile desiderio, come se vivessimo ogni volta quel suo primo e antico lancio di colore. E per guardare e meravigliarsi ancora.

Domenico Sgambati

Mostra visitata il 17 dicembre 2019

Dal 17 dicembre 2019 al 14 marzo 2020

Lynda Benglis, Spettri | Thomas Dane Gallery, Napoli

Via Francesco Crispi, 69 – Napoli, 80122

Orari: dal martedì al venerdì, dalle 11 alle 19, il sabato dalle 12 alle 19, il lunedì su appuntamento

Info: naples@thomasdanegallery.com

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