Sibylle Bergemann, Berliner Mauer, Bernauer Strasse, Berlin, 1990. © Estate Sibylle Bergemann; Ostkreuz. Courtesy of Loock Galerie, Berlin
Per celebrare il trentesimo anniversario della rivoluzione pacifica, determinante per abbattere il muro-simbolo di una delle fratture più profonde del XX secolo, è stata presentata al Museo Gropius Bau di Berlino la mostra “Walking through walls”. Una discussione aperta coinvolge 28 artisti del panorama contemporaneo, per interrogarsi su come le barriere possano generare condizioni di vulnerabilità e rappresentare identità individuali e collettive.
Il progetto espositivo, curato da Sam Bardaouil e Till Fellrath, propone una prospettiva globale sulle conseguenze fisiche e psicologiche della coesistenza in società divise: «Con la diffusione di movimenti demagogici in tutto il mondo, nuovi muri reali e immaginari sono stati eretti acuendo paure e pregiudizi tra le persone. La mostra è quindi una riflessione sull’attualità nel tentativo di catturare le tantissime divisioni odierne, ma anche un’affermazione della volontà umana di resistere a tutte le forme di oppressione».
Il lavoro di Sibylle Bergemann, collocato in diversi spazi della mostra, costituisce il fil rouge dell’esposizione. Le fotografie in bianco e nero mostrano una sofferente documentazione della silenziosa e mesta città di Berlino, prima e dopo il crollo del muro. Tuttavia, Stephanie Rosenthal, direttrice del Martin-Gropius Bau, afferma di aver pianificato di più: la mostra non vuole essere solo una testimonianza di quella tragica e disarmante condizione, scava ancora più a fondo.
Le pratiche messe in mostra si muovono su ulteriori linee di ricerca, nel tentativo di combattere le nuove barriere di segregazione reale e virtuale ancora esistenti nella nostra società. I cinquanta tavoli in legno di José Bechara, utilizzati nell’opera Ok, Ok, Let’s Talk, esplorano le difficoltà della comunicazione interpersonale. Insieme al lavoro Two Planets Have Been Colliding for Thousands of Years di Dora Garcìa, illustrano le pareti metaforiche che isolano dalla comunità, lanciando un forte appello per uno scambio aperto.
Un lavoro meno scenografico ma altrettanto intenso è Waiting is forbidden di Mona Hatoum. Un semplice cartello blu racconta le vite di migliaia di fuggitivi, costretti ad abbandonare i luoghi di origine nella ricerca di condizioni migliori, per ritrovarsi poi emarginati in una società divisa più che mai. Una delle opere più discusse e influenti della mostra è All Along the Watchtower di Nadia Kaabi-Linke: un’ombra inquietante, di forma analoga alle vecchie torri di guardia di Berlino, incombe con prepotenza su tutta la stanza.
La città di Berlino ha dimostrato grande partecipazione e ha colto l’occasione delle celebrazioni per la caduta del muro organizzando numerosi eventi ed esibizioni. Nei mesi di novembre e dicembre, gli spazi culturali sono impegnati nella presentazione di talk per adulti e bambini e di esposizioni che spaziano nell’uso di narrative storiche ma anche più ironiche.
Alla Tränenpalast, per esempio, la mostra “Original Schabowski-Zettel” espone per la prima volta la lettera diventata iconica, nella quale il funzionario della SED Günter Schabowski annunciava impropriamente che tutte le restrizioni per i viaggi all’estero – e quindi anche verso la Repubblica Federale Tedesca – erano state revocate “con effetto immediato”. È inoltre doveroso segnalare la maestosa installazione dello statunitense Patrick Shearn costituita da una rete colorata lunga oltre duemila metri, che fluttuando nel vento ricorda la caduta della cortina di ferro.
Una Berlino unita più che mai, nella testimonianza del dolore del passato, dà forma ad un’esigenza condivisa di combattere le strutture di potere che ancora costringono la comunità del presente a forme di isolamento e di segregazione.
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