Categorie: Musica

decibel_dal vivo | Erewhon | Roma, Studio Miscetti / Jovinelli / Goethe Institute

di - 12 Marzo 2003

Lo sforzo maggiore, da parte dei musicisti, è stato quello di far coincidere, il più possibile, la composizione con la fruizione, ciò che si sente con il modo in cui lo si immagina. Al di là del valore dei singoli eventi infatti, i musicisti che si sono esibiti nel corso delle cinque serate hanno sì dimostrato tutti un carattere personale, ma anche e soprattutto la comune volontà di rendere concreta l’immagine sonora.
Per questo, Saverio Evangelista, nel primo dei cinque concerti, ha suonato disegnando su uno schermo, con il mouse, le onde sonore che un software traduceva in suono, in modo da stabilire un accordo esplicito e diretto con lo spettatore. La musica è passata in secondo piano di fronte allo spontaneo sentimento d’attesa che nasceva dall’immaginare un suono che di lì a poco si sarebbe concretizzato acusticamente. Se invece facciamo un salto al terzo giorno di concerti, ci troviamo di fronte ad una sensazione opposta. Il famoso lavoro che porta il nome di Cyclo, nato nel 2000 e riproposto qui da Carsten Nicolai e Ryoji Ikeda, si basa sul rapporto inverso, ma altrettanto coinvolgente, fra immagine visiva e sonora. La performance, divisa in due parti (una fatta di suoni più dilatati e l’altra maggiormente ritmica), prevedeva la proiezione su schermo della risultante visiva del flusso sonoro. L’effetto della relazione, fra ciò che è sentito e ciò che è visto, è stato così forte che suono e immagine si sono confusi in un’unica entità mentale, confondendo vista ed udito, spazio e forma.
Tornando indietro, alla seconda serata, con gli austriaci Burkhard Stangl e Christoph Kurzmann, questo rapporto diretto e inscindibile fra sonoro e visivo si è sciolto in una sessione ibrida di suoni freddi e suoni caldi, acustici ed elettronici, con sprazzi di sottili melodie e di effimeri cantati. Anche se concettualmente più slegata, la componente visiva del lavoro non è mancata, presentandosi sotto le amichevoli vesti di frammenti filmici rielaborati digitalmente.
Diverso l’approccio di John Duncan. In una stanza buia, con la faccia rivolta alle pareti, gli spettatori hanno subito le prolungate linee sonore, corpose e dense al limite della sopportazione, che pongono lo spettatore in una condizione limite, nella quale ci si sente indifesi e nella quale il corpo, preso in una morsa di suoni, sente l’ossessiva presenza fisica di ciò che ascolta. Ma l’esperienza più particolare, nel corso di questi cinque appuntamenti, è stata quella legata alla performance che ha chiuso i concerti. L’ultima sera Philip Jeck ha proposto un’indimenticabile esibizione musicale d’elettronica low-fi, suonando due giradischi anni 70, un mangianastri e qualche effetto a pedale per chitarra. Dai suoi ‘vinili manipolati’ per più di un’ora Jack ha tirato fuori, con ineffabile calma, un amalgama di screpitii, d’echi e di linee melodiche riverberate che ci hanno lasciato spiazzati e dolcemente riscaldati da un’atmosfera straniante.

streaming
è possibile rivedere le 5 perfornance collegandosi al sito
interactv.it
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johnduncan.org
raster-noton.de
touch.demon.co.uk
charhizma.com
durian.at

valerio mann

[exibart]

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