Lavori da anni in diversi settori dell’arte contemporanea. Da dove nasce l’esigenza di misurarsi in più campi?
Ho iniziato intorno alla metà degli anni ‘80, realizzando disegni, collages visivi, fotografie, scrivendo e allo stesso tempo producendo musica. A metà anni ‘90 ho integrato musica e lavori visivi per realizzare installazioni e, negli scorsi anni, anche video e audio (molto spesso nel processo di editing video), occupandomi inoltre di fotografia. Questo è il mio approccio alla creazione e che, tuttavia, di recente si rivolge ad affrontare diverse problematiche legate ad ambienti non strutturati.
I tuoi lavori spesso si concentrano sui territori di confine che separano due “ambienti” differenti, per cercare di identificarne dei nuovi. “advanced environmental control” è un esempio…
Nelle mie composizioni esistono dei confini tra regioni nel tempo e che sono enfatizzate da strutture intricate, o magari tra differenti frequenze nello spettro. Ma un confine è l’opposto di un’immersione: una palla può rimbalzare attraverso i confini solidi di uno spazio, ma si immergerà se verrà in contatto con l’acqua. Dalla mia esperienza ti posso dire che le regioni di confine e l’atto di attraversare il confine stesso sono spesso molto interessanti, persino emozionanti. Qualcosa è cambiato, comunque nei più piccoli dettagli, ad esempio, attraversando certi confini della vita oppure geografici.
Un altro aspetto particolarmente interessante è l’integrazione tra diversi sistemi, come può essere quella tra il mondo elettronico e quello naturale. Penso a performance come “integracao” e all’installazione eseguita a Topolò, ai confini tra Italia e Slovenia, “l’eco di un’esplosione che non ha mai avuto luogo”. Come sviluppi questa idea?
Innanzi tutto su un livello molto astratto: solitamente un sistema elettronico, nella maniera che puoi intendere, cerca di copiare un sistema naturale o tenta di generare
Nella tua installazione “Tokyo Circle”, svoltasi al ICC InterCommunication Center nel 2000 a Tokyo, dai al pubblico la possibilità di evidenziare la propria influenza energetica e modificante, in uno spazio altamente simbolico come il cerchio. Come hai realizzato quest’opera e cosa hai voluto creare?
L’installazione è come un cerchio magico dentro il quale si possono fare cose che fuori dal cerchio non sarebbero possibile. La piattaforma è silenziosa fino a che non ci si muove dentro. È divisa (non visivamente) in un determinato numero di settori. Ad ogni settore è assegnato una serie di suoni, e il tutto risulta come in un “array” di suoni che rappresentano la materia base per una composizione “aperta”, per essere poi completata dall’attraversamento dello spettatore che provocando emissioni di suoni quando entra in un settore, diventa anche il principale esecutore dell’opera.
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alessandro altavilla
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