Attimi inediti, temporalità che cambia, momenti carichi di una nuova e intensa spiritualità. Si espande così il suono di un pianoforte all’interno dell’architettura millenaria della Chiesa di San Giovanni del Toro a Ravello, grazie alla performance del maestro americano Charlemagne Palestine (Brooklyn, 1947), estroso artista alla costante ricerca di un linguaggio totale, capace di unire elementi visivi e sonori con le più alte forme di drammaticità.
L’intervento di Charlemagne Palestine, che in Italia è sempre stato molto attivo, fin dagli anni dell’Attico, la storica galleria di Fabio Sargentini, si inserisce nella prima edizione di Ode to Ravello. Il progetto, ideato e coordinato da Silvia Macchetto, è stato fortemente voluto e realizzato da Palazzo Avino, importante struttura alberghiera della città di Ravello, che si è posta l’obiettivo di mettere in stretto dialogo musica e arte contemporanea. La scelta di questo artista è stata frutto del competente aiuto di un comitato composto da Fabio Agovino, collezionista, Mariella Avino, Managing Director di Palazzo Avino, Cloe Perrone, curatrice, Laura Valente e Andrea Viliani, rispettivamente presidente della Fondazione Donnaregina e e direttore artistico del Museo Madre di Napoli, che ha collaborato alla realizzazione dell’intero progetto.
È così che va in scena l’opera pianistica “””Strummingsssss per i Misteri dell’Infinito””” realizzata appositamente per quella particolare arena performativa. Si rende esplicito in questo modo quel concetto di Gesamtkunstwerk, parola adoperata per la prima volta dal filosofo e teologo tedesco Karl Friedrich Eusebius Trahndorff e utilizzata anche dal grande compositore Richard Wagner per descrivere la sintesi perfetta delle diverse arti, visive e drammatiche oltre che musicali. Ed è su questa scia che si posiziona il lavoro di ricerca di Charlemagne Palestine, in cui ogni componente musicale, visiva, architettonica e drammaturgica non solo dialoga ma sconfina costantemente l’una nell‘altra.
L’elemento del pianoforte, per esempio, posto all‘interno della navata centrale e dialogante con il grande pulpito trecentesco, si anima grazie a una serie di inconsuete presenze che occupano e inondano tutto lo spazio fisico dell’edificio, dando nuova forma a quel cosmo. Questi ultimi non devono essere assolutamente considerati come elementi decorativi ma, piuttosto, come delle divinità che rigenerano l’ambiente selezionato dall’artista.
All’interno di questa particolare interpretazione delle cose, lo strumento diventa una sorta di altare da cui non solo si esegue il concerto ma da dove è possibile onorare un vero momento mistico che, seppur privo di una reale componente religiosa, riesce comunque a trasmettere la magica trascendenza dell’arte e della bellezza.
«L’arte e la vita sono elementi inscindibili, inseparabili. Per questo l’artista deve cercare il tutto, fondersi con la bellezza dei luoghi che vede, con la vita stessa. Non è solo avere una buona idea, ma è vivere ogni momento alla ricerca di quell’idea, ricordandosi di celebrare il tempo. Oggi, oggi, oggi è il mantra che rivedo all’interno delle mie pratiche artistiche», nelle parole di Charlemagne Palestine.
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