Categorie: Personaggi

L’intervista/Domenico Mangano

di - 18 Aprile 2015
«Birds singing, sandy ground” è un microcosmo autonomo che non ha bisogno di tante spiegazioni, è il ritratto di un “villaggio magico” nascosto dietro una foresta». Così Domenico Mangano spiega sinteticamente il progetto del suo film girato nel centro specializzato De Wissel in Olanda, che ospita persone con disabilità mentali e handicap multipli, durante la sua residenza presso la Kunsthuis in Friesland sostenuta dalla Mondriaan Fonds. Oggi e domani il lungometraggio viene proiettato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che ha contribuito alla realizzazione del progetto insieme ad AlbumArte e con il sostegno dell’Ambasciata dei Paesi Bassi.
L’affermazione di Mangano è inconfutabile: il suo film è un ritratto che non ha bisogno di altro. Non ci sarebbe bisogno neanche di fargli nessuna domanda, e pensare invece al problema serio delle malattie mentali. Proviamo a ragionarne con lui.
La prima impressione che ho avuto è di tipo sociale. Non volendo identificare quel determinato luogo in una nazione, ho subito pensato alla differenza di un posto del genere in Italia. Ho ancora presente nella mia mente i racconti terribili di Alda Merini, tanto per fare un esempio illuminato.
«Birds Singing, Sandy Ground è semplicemente il ritratto di una piccola comunità. Probabilmente quello che ci è arrivato dai processi e dagli esperimenti sviluppati dagli anni Settanta a oggi sulla psichiatria e l’anti-pschiatria. Ho fortemente seguito quest’operazione disponendomi alla pari con gli abitanti di questo villaggio. La posta in gioco era quella di “diluirmi” nella vita ordinaria di questa particolare collettività, seguendo un approccio di tipo basagliano e riuscire a presentare poeticamente un mondo dal tempo sospeso. Gli outsider, le piccole comunità locali e il tema della follia sono ossessioni ricorrenti nella mia ricerca. Il mio primo lavoro, con cui ancora oggi vengo identificato, raccontava la storia di mio zio che era una persona affetta da schizofrenia. La storia di Mimmo è entrato a far parte di uno script relativo alla nostra Italia raccontata per immagini e credo sia il motivo portante di questa mia particolare indole sincera e spontanea nell’affrontare un tema delicato come la malattia mentale. Sono cresciuto con la funambolica presenza di Mimmo in casa ed era il mio compagno di giochi più originale e fantasioso. Raccontava sempre storie incredibili e anche quando sono cresciuto, ogni gioco o esperienza con lui era come essere trasportati in un’altra dimensione».
Perchè questo titolo?
«Birds Singing, Sandy Ground è una frase estrapolata da una canzone popolare in dialetto frisone che uno degli abitanti del villaggio canta prima dei titoli di coda, il testo è una sorta di inno campanilistico del popolo della Frisia. I linguaggi particolaristici e soprattutto i dialetti sono un altro tema ricorrente nella mia produzione».
Quando parli di villaggio magico cosa intendi?
«Quando ho fatto l’applicazione per la residenza al Kunsthuis syb, la prima difficoltà è stata spiegare alla commissione esecutiva come e cosa avrei fatto con i pazienti. Premetto che improvvisare senza una linea guida in un Paese pragmatico come i Paesi Bassi rischiava di tradursi in un buco nell’acqua. Ho scritto la domanda dichiarando che il film che avrei realizzato avrebbe presentato tutta la comunità come una sorta di fiaba, un “Villaggio magico” appunto. Questa formula mi ha facilitato i rapporti con i medici e gli operatori e mi ha consentito di ottenere i permessi per iniziare le riprese».
Il video, o meglio il film,  ha una forza interiore spiazzante. Affronti un tema molto complesso. Questo è il primo di una trilogia, negli altri due affronti sempre lo stesso tema? Dove li hai girati? Mi racconti meglio del secondo e terzo. Ci sono differenze, similitudini, c’è un filo che li lega?
«Anche se sono e saranno immagini in movimento registrate in digitale, ho scelto di definirli film sia per la lunga durata sia per la compilazione in forma di trilogia. Il filo logico dell’insieme è la malattia mentale e le utopie dei sistemi organizzativi e comunitari olandesi. Il primo come accennavo prima è un ritratto poetico di un piccolo mondo parallelo frutto di anni di esperimenti e terapie eseguite negli ultimi cinquant’anni. Il secondo film, grazie all’aiuto fondamentale della storica di architettura e scrittrice Marieke van Rooy, nonché mia compagna di vita, abbiamo analizzato e attualizzato il caso Nieuwe Dennendal a Den Dolder (Utrecht) accaduto negli anni Settanta, ovvero un esperimento di apertura e diluizione verso la democratizzazione degli ospedali psichiatrici che venne bruscamente interrotto dalla polizia olandese. Abbiamo appena finito ricerca e riprese dopo tre mesi di residenza a Het Vijfde Seizoen (La Quinta Stagione); nei prossimi mesi io monterò il girato e Marieke editerà una futura pubblicazione su questa nostra esperienza di vita vissuta insieme ai nostri bambini all’interno di un’istituzione psichiatrica. Anche se ancora in pieno cantiere, il secondo film rispetto al primo sarà molto più sperimentale. La terza e ultima parte invece sarebbe a Curacao nelle ex colonie olandesi, sempre all’interno di un ospedale psichiatrico. Spero nel 2016».
Il lavoro ha una potenza didascalica non indifferente. Indugi su tanti particolari, sul cavallo, più e più volte, su una bambolina antica. Ti servivano per dare respiro al lavoro, o anche per respirare tu davanti a tutto questo dolore?
«Il film è montato come una sorta di contrappunto, silenzi/rumori, natura/tempo. Questa gente non ha la cognizione del tempo normale, anche per questo le scene sono dei lunghi piani sequenza implosi e la foresta è una sorta di specchio/pausa. Personalmente a mio parere c’è poco di doloroso in questo film, è molto umano per dirla alla Basaglia “deistituzionalizzato”. A De Wissel gli abitanti svolgono liberamente e pluralmente attività ordinarie. A me interessa mostrare il lato meno cinico di quelli che una volta erano dei veri e propri lager. Io presento i processi di cambiamento di quello che è arrivato alla mia generazione dalla psichiatria e dall’anti-psichiatrica democratica. A mio parere si tratta di un mondo ancora da esplorare e ancora energicamente rivoluzionario».
Due immagini mi sono rimaste molto impresse. Nella prima si vede una casetta e all’interno si sente un urlo fortissimo. Di cosa si tratta? Cosa è? Che stava facendo quella persona, soffriva?
«Quella è una zona dove gli abitanti di De Wissel possono liberamente gridare. Una sorta di casetta degli sfoghi primari dove urlare è terapeutico».
La seconda immagine è quella della grande gabbia degli uccellini, apparentemente liberi, ma in realtà rinchiusi in maniera coatta. È una metafora?
«Il villaggio magico è un crogiuolo di metafore sincere. Gli uccelli fanno parte della Pet Therapy e spesso, come si vede in più scene, sono fuori dalle gabbie. La cosa che ho trovavo affascinante e nello stesso tempo spiazzante era che erano tutti uccelli tropicali nel profondo e freddo nord Europa».
L’ultima domanda è più una nota di colore. Ad un certo punto uno degli ospiti chiede chi vuole una pizza carbonara. Quindi loro sapevano che eri italiano, erano a conoscenza del tuo lavoro all’interno, ma soprattutto, come era questa pizza carbonara?
«La complicità con i pazienti, l’interazione con la comunità, stimolare la fantasia e soprattutto la leggerezza sono gli arcani delle mie operazioni, senza di questi sarei un cinico documentarista o un moralista. Comunque c’erano anche i piselli! Era pizza carbonara con piselli!».

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