ATTEGGIAMENTO TOKYO

di - 22 Dicembre 2010
Il Giappone contemporaneo –
Tokyo, quanto meno – non concede nulla all’esotismo dello sguardo occidentale.
Niente manca, dei nomi e oggetti che informano qualsiasi metropoli europea o
americana: dalla cultura alla tecnologia, dal glamour all’architettura.
Ovviamente l’arte, uno dei sistemi più globali, non può fare eccezione.
Muovendo attraverso Tokyo nell’autunno 2010 ci si imbatte in un eldorado di
musei pubblici e gallerie private, collezioni permanenti e esposizioni
temporanee, arte nipponica e arte europea, arte antica o contemporanea. Come in
(quasi) tutte le metropoli del mondo, a dire il vero.

Tuttavia non è la quantità di cose da vedere a determinare il giudizio
di merito. È evidente in ogni aspetto
singolare del sistema-Giappone, dai massimi sistemi agli avvenimenti minimi ed è
sicuramente derivante dall’imprinting zen: il modo qualifica l’oggetto, il
gesto, l’evento. La differenza tra occidente e oriente contemporanei è nelle
forme, nei modi e nei codici.

Bene,
un po’ di geografia. Innanzitutto, le strutture. I grandi musei statali sono
concentrati nell’area del parco di Ueno: il National Museum of Western Art è
ospitato da un edificio di Le Corbusier; le collezioni di arte locale e
asiatica sono disposte in cinque edifici che vanno dal palazzo in stile
imperiale al padiglione in vetro ipermoderno progettato da Yoshio Taniguchi.
Il Nezu Museum, che ospita una collezione privata di manufatti e reperti archeologici,
è stato collocato nel 2009 in una struttura di Kengo Kuma che rideclina
i moduli dell’architettura tradizionale giapponese, sceglie interni in legno di
bambù e pietra corallina e si poggia tra un boschetto e un nihon teien; il MOT (arte contemporanea) è una grande struttura in
vetro e acciaio dalle grandi aperture verticali.


L’amnesia
dell’horror vacui è il minimo comune denominatore di queste (e altre)
strutture. Come tutto incoraggia il respiro del visitatore, così a ogni opera
esposta è garantito lo spazio vitale. La collezione pantagruelica, concepita da
imperatori megalomani come compendio stupefacente di tutta la storia dell’arte,
dove una madonna di Leonardo da Vinci deve sgomitare accanto a un
bozzetto di bottega e le pareti sono coperte dal pavimento al soffitto non è
pensabile, in Giappone. Lo spirito zen promuove il less is more in ogni dove, e anche nei luoghi dell’arte. La
collezione del Museo Nazionale consta di 110.000 pezzi, eppure sono esposti
poche centinaia di esemplari, a rotazione ogni cinque settimane. Non si supera
il numero di venti sale, intervallate da salottini. Le opere più importanti
sono poggiate (o incorniciate) su un panno di seta e disposte secondo il
principio (cronologico o tematico) più favorevole alla fruizione, precipitato
dell’impressione generale secondo cui i giapponesi abbiano elaborato il criterio
più adatto, funzionale e razionale (seppure a volte non sovrapponibile alla
ragione all’occidentale) per ogni manifestazione del reale. La logica della
Wunderkammer, della ricerca della meraviglia e della sorpresa, dell’effetto
continuo, è ugualmente assente. Il Nezu Museum ha ospitato, fino a metà
novembre, la mostra Heavenly Blue: Southern
Song Celadons
, ovvero un enorme display, secondo la logica del degradé, di
porcellane cinesi azzurro-verdine differenti tra loro per varianti minime nella
forma, nell’impugnatura, nella filigrana, nella curvatura: il piacere della
visione è dato dalla scoperta del dettaglio fuorviante nell’eterno ritorno del
simile.


Il
criterio che informa l’allestimento di esposizioni temporanee, le più
eterogenee, è sempre scientifico, ovvero retrospettivo o tematico. Agli estremi
opposti, la strabiliante Albrecht Dürer:
Religion, Portaits, Nature. Prints and Painting
al Museo d’Arte Occidentale
(fino al 16 gennaio) e la collettiva Transformation
presso il MOT (fino al 30 gennaio). La prima è la più completa rassegna
possibile dell’opera grafica di Albrecht Dürer, organizzata per nuclei tematici
e secondo un climax culminante, coerentemente, nelle incisioni Adamo ed Eva, Il cavaliere, la morte e il diavolo e Melencolia I, poggiate su panni serici a segnalarne, attraverso la
semiosi leggera dell’oriente, l’importanza. Transformation
è una collettiva che illustra un tema chiave della contemporaneità dal
cyberpunk alla biomeccanica (la mutazione genetica, l’ibridazione lungo l’asse
animale-uomo-macchina) attraverso le opere di artisti come Matthew Barney,
Jan Fabre e il collettivo AES+F. L’apparato critico e la cernita
provano che si tratta di un discorso, e non di un’operazione pubblicitaria. Un
altro mito ideologico da sfatare è pensare (ancora) la filologia come carattere
peculiare del dna occidentale: a Tokyo è impensabile una “grande mostra”
dedicata a Goya & friends oppure
a Tutta la pittura da Giotto a Mondrian.

alessandro ronchi

[exibart]

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