Forse il bisbiglio nacque | già prima delle labbra

di - 26 Agosto 2014
«Per me la rete è questo: condividere un invito, fare un percorso insieme». Alla guida di un’auto che si inerpica nelle stupendamente pettinate colline intorno a Todi, Mario Pieroni, figura nobile dell’arte italiana, da decenni insieme alla compagna Dora al centro delle migliori “reti” che si possano immaginare, fatte con e per gli artisti, da Boetti a Fabro, Pisani, Accardi e Prini e tanti altri fino ai più “giovani” Airò, Pirri, Moro, Esposito e poi, via via, Donatella Spaziani e Alberto Tadiello, spiega così la mostra che Zerynthia ha proposto e realizzato per il festival di Todi che si svolge in questi giorni nella magnifica cittadina umbra. Rete come «accogliere un invito e allargarlo ad altri. Perché? Semplice, è il tempo di costruire relazioni, tentare percorsi nuovi».
Così all’invito ricevuto per fare una loro mostra – e a che altro potevano pensare Dora e Mario se non a una “mostra acustica” (la loro ultima creatura è RAM, Radio Arte Mobile), dove 18 artisti si esibiscono in parole, suoni e vocalizzi – hanno risposto invitando a loro volta un’altra istituzione. Russa, per giunta: lo NCCA (National Center for Contemporary Arts) di Mosca, con buonapace delle conflittualità che in questi giorni ci oppongono alla patria di Putin. «Ma in realtà il legame con questo Paese è molto solido e non è venuto meno neanche ai tempi della guerra fredda», spiega Pieroni.

Niente di strano quindi se, dopo aver varcato la prima sala del Palazzo del Vignola che ospita una solenne installazione site specific di Kounellis a conferma dell’inconfondibile classicismo contemporaneo di questo artista firmatario anche del manifesto del Todi Festival 2014, si acceda a uno spazio apparentemente vuoto, con solo due paia di piccoli altoparlanti fissati al muro. Non tutti capiscono che proprio in questa prima sala di “Italia-Russia. Sintonia di suoni e immagini” si raccoglie la ricerca anomala, sghemba e per certi versi ancora nuova dell’arte italiana delle ultime generazioni. E che proprio da questa zona di confine si arrivi poi a una sala occupata invece da video che già da soli catturerebbero l’attenzione – imprevedibili, di una ironia fredda e un po’ gagliarda insieme, attraversati da quella libertà espressiva, molto simile all’azzardo, che può riuscire come miseramente fallire, che quasi solo gli artisti che hanno alle spalle (o che forse hanno tuttora) regimi dittatoriali riescono ad esprimere.

Siamo tra “le coordinate del suono”, mostra dello NNCA, curata da Vitaly Patsyukov, con cui Dora e Mario Peroni hanno già collaborato nel passato. E qui ai suoni, alcuni dei quali molto noti: Bach, Schubert, si sincronizzano delle immagini, creando «eventi audiovisuali che riflettono la realtà in quanto organismo vivente, concedendo ad essa il diritto di recuperare la voce e l’immagine», spiega Patsyukov. Ma con modalità a volte spiazzanti. Ecco che il primo piano di un semplice fornello a gas, che aumenta e diminuisce i suoi raggi fiammeggianti come una specie di girasole azzurrognolo, è accompagnato da una pomposissima marcia trionfale o i giochi dei fari di alcune auto in fila riprese di notte danzano al ritmo di una rapsodia, mentre il cigolio ritmico della ruota a pale di un piroscafo compone un’improvvisazione jazz. E l’arancione di un tuorlo d’uovo che dentro una padella invade il bianco accecante delle stesso uovo è scandito da una solenne musica di Tchaikovsky. Perché, sostiene l’autrice A. Mitlyanskaya citando John Cage, «si può udire la musica delle sfere persino nello sfrigolio delle uova nel tegame».
Drammaturgie impreviste, giochi, a volte semplici trovate, ma di gran gusto. Sorprese. Considerando che il tema è il suono e che gli artisti russi lo interpretano con tale disinvoltura.

Ben diverso, invece, il taglio proposto dai nostri artisti. Mario Airò rielabora le risate tratte dal Il fiore delle mille e una notte di Pasolini per sottolineare l’erotismo ludico che corre sottotraccia nel film. Donatella Spaziani propone la performance sonora dell’incontro tra un sax e una matita. Cesare Pietroiusti si sottopone a una delle sue prove di svuotamento concettuale ma primariamente fisico, cantando, fino a rimanere afono, la parola bellezza sulla falsariga della fascista Giovinezza. Alberto Tadiello forza i limiti dell’udito, del suono e dell’armonia. Liliana Moro amplifica le note che un’enorme campana riesce a produrre dentro una cisterna d’acqua. Alfredo Pirri propone un lavoro fatto all’indomani dell’11 settembre, precisamente dopo il “Rapporto alla nazione” di G. W. Bush con il quale il presidente americano invocava le ragioni della battaglia religiosa contro l’Iraq, e gli risponde con un latrato di cani registrato in un canile di Cosenza. Pirri è di origine cosentina e il suo nome viene da Los Perros: i cani. Ovvero, il dispregiativo con il quale erano marchiati gli ebrei infedeli in fuga dalla Spagna verso l’Italia.

Ci sono poi le installazioni acustiche di Garutti, Pistoletto, Pisani, Prini, Riccardo Benassi, Bianco-Valente, canecapovolto, Donatella Landi, Massimo Bartolini, Martux_M, Annie Ratti e Zimmerfrei, tutte racchiuse nella medesima stanza. Qual è il senso di un’operazione del genere? Non troppo dissimile dall’estensione di un proprio invito a un altro soggetto: creare una rete orizzontale fuori dalle gerarchie, continuando a sperimentare territori ancora (o solo in parte) inesplorati: il suono in arte, ormai largamente acquisito, ma di cui RAM è stata pioniera in Italia. Guardare oltre, usando soprattutto l’immaginazione. E costruendoci intorno una comunità. Proprio quello che oggi manca molto all’arte.                  
Mentre il festival va avanti, tra spettacoli teatrali chiacchierati – quello che ha avuto per soggetto Marina Berlusconi ha suscitato valanghe di reazioni e di gossip, tra ghiotti selfie (o presunti tali) e levate di scuderia, oggi RAM dedica una giornata di studio al suono e all’immagine, organizzata in collaborazione con Olga Strada. Con, tra gli altri, il poliedrico Vladimir Sorokin, drammaturgo e pittore ma soprattutto scrittore antiregime, Kounellis, il critico d’arte Viktor Misiano, Valentino Zeichen, Paolo Aita e Vittorio Strada. Mentre, poco distante dal Palazzo del Vignola, nell’altrettanto maestoso Palazzo Pensi, sede della galleria Bibo’s, Enzo Cucchi ha appena inaugurato “Fiere, chimere e dischi volanti”: mostra che propone sei ceramiche lavorate a doppio strato, realizzate a Deruta nella celebre manifattura Grazia, dove il vuoto del primo strato e i colori diversi dei due disegnano l’animale immaginario partorito dalla visionarietà tuttora accesa di Cucchi.

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