Trappole della visione

di - 3 Agosto 2013
Già dal titolo, In un altro aprile, la personale dell’artista rumeno Victor Man, schivo e intenso protagonista della pittura internazionale, suggerisce un viaggio sentimentale e malinconico, ai confini tra poesia, arte e letteratura, come è nelle corde di Man. Un’indicazione di poetica che si avvale di una evocazione di uno spazio indefinito tra noto e ignoto, presente e memoria, attualità e melanconia nel senso rinascimentale del termine. Non lo spleen di Baudelaire ma piuttosto il festina lente di Aldo Manuzio, quell’affrettarsi lentamente che struttura una consapevolezza dell’individuo capace di cogliere quell’ impalpabile pulviscolo in grado di trasformare il quotidiano in leggenda. Così, rispetto ai precedenti atti della trilogia ordinata nelle prime due sale delle Galeries dell’Accademia di Francia da Alessandro Rabottini , che avevano accolto le personali di Patrizio di Massimo e Dahn Vo, non del tutto convincenti seppur per ragioni diverse, la prova di Victor Man è riuscita sotto tutti i punti di vista.
Poche e selezionatissime opere, intensi e precisi i riferimenti al genius loci della villa, anch’essa sospesa, come i dipinti di Man, tra le pieghe di un tempo irreale e rarefatto, spesso refrattaria a rivelare i suoi segreti custoditi dietro la rude facciata in mattoni , così austera e chiusa rispetto alla fronte sul giardino, cesellata come un merletto traforato di stucchi e rilievi classici. Qual è la chiave di lettura di questa personale, che propone la pittura come personale linguaggio di interpretazione del mondo? Un sentimento indefinibile, in bilico tra nostalgia e reverie, che si insinua lentamente nello sguardo dell’osservatore, con una sottile ma penetrante ambiguità tale da non riconoscere del tutto il soggetto dell’opera ma di rimanerne posseduto, o, come direbbero gli inglesi, haunted: un termine intraducibile in italiano, come denunciato da alcune memorabili pagine di Domani nella battaglia pensa a me, il romanzo più riuscito dello scrittore spagnolo Javier Marias. Ogni opera di Man è una trappola della visione, costruita attraverso una sofisticata sintesi tra memoria personale e storia dell’arte, intesa soprattutto come iconologia: una stratificazione di immagini simboliche che rimandano ad un territorio magico dove il Rinascimento si unisce alla Metafisica e la Nuova Oggettività si mescola col Simbolismo.
Più colto del belga Michael Borremans e più seducente del polacco Wilhelm Sasnal, l’artista riesce ad infondere alla mostra un’energia silenziosa e noir, che tocca i massimi risultati nelle opere più indecifrabili, come Aspen (2009) incentrato da un soffio di vapore prodotto dal respiro di un essere umano. Interessante anche il trittico che domina la seconda sala della mostra, composto da Untitled (Sirens, 2012), Orlando (2013) e Untitled (S.D. Judith and Holofernes), dove l’ambiguità dei soggetti fonde insieme sessualità e mitologia, ritrattistica tedesca degli anni Venti e figure manieriste della Firenze cinquecentesca, tra Bronzino e Rosso Fiorentino,senza dimenticare Balthus e le sue stanze silenziose e perverse.
Forse il capolavoro della mostra è il quadro che rivisita una tavola del pittore senese Stefano di Giovanni detto il Sassetta (1392-1450) con le Tentazioni di Sant’Antonio torturato dai demoni, che l’artista trasforma in un groviglio di forme indefinite ed indecifrabili, ma non tanto da perdere l’aspetto malefico della scena. “Il mio lavoro ha molto a che fare con la memoria perché gli oggetti che dipingo, sebbene estrapolati dal loro significato originario, recano tracce del loro passato ” confessa Victor Man. Un passato che non impedisce a questi quadri di essere antichi e contemporanei allo stesso tempo, per depositarsi come incubi perfetti negli angoli più remoti del nostro essere.

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