Babies are knocking – Studio Stefania Miscetti

di - 23 Luglio 2021
È un lungo elenco quello degli artisti invitati alla collettiva “Babies Are Knocking“. Allestita negli spazi trasteverini dello Studio Stefania Miscetti, e curata da Veronica He, Pia Lauro e Chiara Vigliotti. Sono quaranta gli artisti, italiani e non, che hanno accolto l’invito e “messi in gioco” in questa mostra. Cercare di guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino, non è una novità, come non lo è chiedere agli artisti di lavorare su un tema predefinito, con delle misure ben determinate. In questo caso, il formato entro il quale è stato chiesto loro di operare è quello del noto A4, il formato che entra nell’universo infantile già dalla scuola dell’infanzia. Perché, infatti, anche questa è stata la sfida. O meglio: le curatrici li hanno invitati a riflettere sulla vitalità infantile, soprattutto nel periodo di prescolarizzazione, e come questa si canalizzi nel gioco. Quello che, invece, ogni volta, risulta generalmente nuovo, è proprio l’approccio degli artisti alle linee guida fornite dai curatori, e gli inediti risultati cui giungono attraverso la personale pratica artistica.
Alfredo Jaar, table for Babies Are Knocking, 2021, exhibition view at Studio Stefania Miscetti, photo Giorgio Benni
Come per alcuni film: ci sono storie che si ripetono, ma la diversità è data dagli attori, dal regista, dalla sceneggiatura, e così via. In questo caso, hanno fatto la differenza i lavori realizzati e l’inaspettato allestimento. Contrariamente a quanto si poteva immaginare, non c’era l’intenzione di creare un almanacco alla Blaue Reiter, e quella degli artisti non è stata una risposta adagiata sulla traccia afferente al primitivismo infantilista, ovvero non hanno operato come bambini, nel romantico tentativo di tornare alle radici della figurazione, per dare enfasi all’espressione piuttosto che alla rappresentazione. Bensì è stato il totale tentativo di offrire al proprio sguardo, una visione scevra da tutte quelle sovrastrutture culturali e artistiche, come a ritrovare e dare voce a quel fanciullino che è in noi. Entrando, dunque, nella grande sala della galleria, dove sono allestiti i lavori, non è opportuno sentirsi come un gigante nel mondo dei lillipuziani, ma entrare in una dimensione in cui noi, se vogliamo vedere, capire e interpretare, dobbiamo chinarci ad altezza bambino, perché tutto è rapportato alla loro misura. E tutto ciò, soprattutto alla luce dell’anno pandemico trascorso, assume anche un ulteriore significato perché, nelle scelte generali delle misure adottate per contenere i contagi, sono proprio loro quelli che hanno dovuto subire maggiori privazioni e, spesso, sono stati anche dimenticati da alcune scelte politiche messe in atto. Per questo i “bambini bussano”.
Alfredo Jaar, table for Babies Are Knocking, 2021, exhibition view at Studio Stefania Miscetti, photo Giorgio Benni
Bussano alla vita, bussano agli adulti per attrarre la loro attenzione, bussano per essere visti, bussano per essere accompagnati, accettati e non ostacolati, bussano quando giocano, quando costruiscono i loro mondi, le loro fantasie. Un invito, quello rivolto ai quaranta artisti, che ha dato esiti freschi, capaci di trasmettere leggerezza e allegria, nella completa aderenza alla propria ricerca. Ecco, allora, ad esempio, le classiche gocce di colore che imbrattano ogni foglio messo sotto le mani dei bambini alle loro prime armi col disegno, compiute da Paolo Canevari. O le lentine, che ingrandiscono i volti dei bambini in posa nella foto di una classe, facendoli apparire come tanti astronauti, esposta da Gaia Scaramella. Oppure, la classica sagoma infantile di una persona, disegnata sopra una foto, come fanno molti bambini quando imbrattano col colore qualunque cosa passi sotto le loro mani, realizzata da Giancarlo Neri. O il classico colletto ricamato, col quale molte mamme adornavano il collo delle proprie figlie, di Silvia Giambrone. O le “istruzioni per costruire un rifugio in casa” di Sara Basta. O il tenero coniglietto di Corinna Gosmaro. O il coloratissimo “tavolo da lavoro” di Alfredo Jaar.

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