La nuova Ulay Foundation parte da una retrospettiva allo Stedelijk di Amsterdam

di - 14 Aprile 2020

Ulay Lives, si legge sui muri di Lubiana. La morte di Ulay, il 2 marzo, al termine di una lunga battaglia contro il cancro, ha assunto un significato particolare, per i Paesi dell’Europa dell’Est, dove la sua voce era evidentemente più sentita che altrove. Ma per molti, nel resto mondo, è stato inevitabile associare la sua ricerca artistica a quella di Marina Abramovic. Troppo potenti le immagini delle loro performance, scandalose e romantiche, giocate sul dualismo dei loro sguardi e dei loro corpi entrati nella storia dell’arte. Ma anche dopo la separazione, nel 1988, dopo The lovers: The great wall walk, l’ultima performance insieme, Ulay, nato Frank Uwe Laysiepen, continuò nel suo percorso e, da oggi, far conoscere questa preziosa eredità sarà il compito della Fondazione che porta il suo nome. La Ulay Foundation è stata la sua ultima opera, alla quale l’artista si è dedicato nel corso dell’ultimo anno di vita. Il progetto, che prevedeva un archivio, un project space e un programma di residenze tra Lubiana e Amsterdam, è stato lanciato alla fine dello scorso anno ma non è mai entrato pienamente in funzione, a causa del peggioramento delle condizioni di salute di Ulay. Adesso, però, le attività della Ulay Foundation acquistano una motivazione ancora più forte ed è già in cantiere una grande retrospettiva allo Stedelijk di Amsterdam.

«È difficile cogliere la varietà della sua opera, tanto meno la complessità della sua espressione artistica, che non è solo fotografica o performativa, ma è all’intersezione tra entrambi i linguaggi», ha spiegato ad Artnet Hana Ostan Ožbolt, amministratrice delegata della Ulay Foundation. Sistematizzare e raccontare il lavoro di Ulay sarà una sfida ed è significativo che la prima tappa sarà proprio ad Amsterdam, città adottiva dell’artista e dove, nel 1976, incontrò Marina Abramovic, iniziando a frequentare il De Appel, centro che per molti anni è stato il punto di riferimento in Europa per i due.

«Ulay ha lasciato un segno indelebile sulla città. Già negli anni ‘60 e ‘70 stava lavorando su argomenti molto importanti, anche se non proprio così diffusi in quel momento, come quelli del gender e del corpo», ha commentato Rein Wolfs, direttore dello Stedelijk, museo con il quale, peraltro, Ulay aveva già collaborato per diversi progetti. «Ulay era anche un testimone delle rivoluzioni sociali e culturali che si stavano verificando ad Amsterdam in quel momento. Vogliamo mettere in evidenza alcune delle sue opere meno conosciute ma che sono collegate in particolare ad Amsterdam. La mostra quindi si concentrerà sia sulle radicali posizioni artistiche di Ulay, che sul mondo in cui queste si sono intersecate con l’ambiente culturale e sociale dei tempi», ha continuato Wolfs.

Una riscoperta tardiva, verrebbe da dire ma, in ogni caso, la storia dell’arte è anche scandita da ritorni e ripensamenti anche più clamorosi. E probabilmente adesso è venuto il momento di riscoprire ciò che Ulay ha lasciato, al di là dell’ingombrante presenza di Abramovic. Per questo, lo Stedelijk terrà conto della fondamentale collaborazione, le cui opere però non saranno riproposte ma solo documentate. «La nostra idea è quella di mantenere vivo lo spirito di Ulay. Il nostro scopo ora è anche quello di ampliare la comprensione del suo lavoro», ha dichiarato Lena Pislak, compagna di Ulay ed esecutrice della proprietà dell’artista.

Oltre alla mostra allo Stedelijk, la Ulay Foundation sta lavorando anche a un network di residenze per artisti emergenti e a un programma formativo, Academia Nuts, in collaborazione con il Fotopub, uno dei festival d’arte più prestigiosi in Slovenia, anche se per il momento le lezioni si stanno svolgendo online.

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