Portare la Via Lattea in Palestina. Il racconto della residenza artistica di Antonello Ghezzi

di - 26 Maggio 2025

Mentre cammino a piedi nudi sulla spiaggia l’acqua del mare bagna i miei piedi, scompare e ritorna, così da sempre e forse per sempre. Guardo i miei piedi liberi sulla sabbia, vengono bagnati oppure no, dipende se l’onda porterà la fine del mare fino a qui o se si fermerà prima. Oggi ho fatto il primo bagno di questo 2025 alla spiaggia libera; ci sono legni portati dalle mareggiate di questo lungo inverno che oggi capisco essere finito per davvero. Ci sono altre persone che come me camminano lungo la linea che separa il mare dalla terra, vanno avanti e indietro, parlano con i loro amici, con i loro cani e ad un certo punto si fermano, devono tornare indietro, c’è una staccionata e un cartello e non si può oltrepassare. Da lì in poi la spiaggia diventa riserva naturale, non si può camminare perché lì depongono le uova le tartarughe e potremmo schiacciarle inavvertitamente. Mi viene in mente una canzone che ho scoperto in Palestina che dice:

Salvano le tartarughe marine
Uccidono gli esseri umani
Ma questa è una questione e quella è un’altra…

Mentre ascoltavo questa canzone e leggevo le parole tradotte dall’arabo all’inglese nel video di Youtube non avevo pensato immediatamente a questa spiaggia sulla quale ho passeggiato tante volte nella mia vita e che da oggi ha tutto un altro significato. È così, questa è una questione e quella è un’altra, ma io dico che anche quella è questa.

Abou e quasi tutti gli altri miei amici a Ramallah non hanno mai visto il mare se non dalle colline che i coloni armati permettono ancora di abitare o di visitare.

Antonello Ghezzi a Ramallah

Mentre guardiamo l’orizzonte capisco per la prima volta il valore della libertà. Fa caldo, un caldo estivo da bagno al mare, se solo si potesse raggiungere. In questo bellissimo paesaggio fatto di ulivi, di papaveri e altri fiori di campo, di muretti antichi, di terreni antichi fatti di strade antiche che passano tra le case, tra chiese e moschee, vedo cartelli stradali che indicano luoghi che ho sentito nominare sin da piccolo, da quando a catechismo ti dicevano che bisognava essere buoni, aiutare i più deboli e amare tutti.

Ho soltanto 7000 battute per raccontare la residenza a Ramallah e non voglio usarle tutte per descrivere l’ingiustizia e la disumanità che ho potuto vivere in quei giorni, ne servirebbero molte di più, ma poi è proprio così? Me lo chiedo mentre leggo le notizie, passano post di denuncia, video di massacri, ascolto vocali, parlo con amici… Quante battute vengono usate tutti i giorni, in tutto il mondo, in tutte le lingue? Miliardi di battute finora non sono servite a molto, anzi a niente. Sento questo senso di impotenza e penso queste cose ma capisco subito che è il contrario, che se non sono servite è perché non sono state abbastanza. Forse a forza di cercare parole saremo in grado di trovarne di nuove, di trovare quelle giuste che ci facciano trovare il coraggio di essere migliori e di non lasciarci più governare dai peggiori, mentre noi, senza coraggio, ci lamentiamo di loro sui social e sprechiamo caratteri, battute, vite. Ma questa è una questione, e questa è un’altra…

Antonello Ghezzi a Ramallah

Penso a tante cose mentre il pulmino scende le colline della Cisgiordania, mentre guardo i sorrisi dei ragazzi e dei bambini intorno a me. Non ho fatto in tempo a pensare a niente quando mi sono girato e fuori dal mio finestrino una ragazza bellissima con i capelli neri e ricci, mossi dal vento, mi stava guardando, non ho potuto vedere di che colore avesse gli occhi. Uno era chiuso e l’altro mi guardava dal mirino di un fucile puntato dritto al mio volto. Una scena normale, com’è normale oggi per me, vedere le persone nude senza costume sulla spiaggia libera ai bordi della pineta.

Tanto normale che nessuno ci ha fatto caso e mentre mi passano un pezzo di pane e zaatar faccio finta di nulla anche io. Il pulmino ha ripreso la sua strada, scendiamo tra le colline, tra i villaggi di beduini ai quali the occupation (uno dei modi usati dai miei amici per chiamare gli israeliani) toglie l’accesso che da secoli hanno sempre avuto, alle fonti naturali d’acqua.

Reem si affaccia e mi indica un gruppo di palazzoni alti, tutti vicini. Completamente estranei al contesto, al paesaggio, all’architettura di questi luoghi. Un paese di cemento armato, recintato da muri alti e filo spinato, torrette, telecamere e militari giovanissimi. Passandoci vicino vedi dei cartelloni che pubblicizzano l’acquisto di appartamenti in questo pezzetto di terra promessa. Nel cartellone accanto Einstein pubblicizza una marca di caffè freddo e qualche tempo fa, mi raccontano, qualcuno aveva affittato quegli spazi per farci scrivere in arabo “Non c’è futuro in Palestina”, così, per invitare i palestinesi ad andarsene, a smetterla con l’idea ostinata di vivere qui, di voler vedere rispettati i propri diritti o quantomeno quelli sanciti dagli accordi internazionali.

Ma devo parlare della nostra residenza, del nostro lavoro e forse è meglio così. Il premio Mobility Grant della Anna Lindh Foundation che abbiamo vinto, prevede che l’artista europeo realizzi un’opera d’arte in Palestina durante una residenza di 7 giorni. Quest’anno hanno scelto il nostro progetto The Milky Way House che era già stato in Libano, Cile, Argentina e Italia. Nella terra dove probabilmente la densità di bandiere per km² è la più alta del mondo, ne abbiamo fatte sventolare un’altra, quella della Via Lattea, e aperto la sua Ambasciata.

Antonello Ghezzi a Ramallah

Al Visual Art Forum di Ramallah abbiamo aperto il progetto a tante persone di età e provenienza differente, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con persone dall’alto livello artistico ma soprattutto di altissimo livello umano. Creare un passaporto galattico e un timbro che ognuno può usare liberamente, qui ha assunto un valore smisurato.

La nostra residenza ci ha permesso di aprire una nuova ambasciata ma anche una strada nuova. Creeremo nuovi scambi con gli artisti e le realtà culturali di quelle terre perché non vediamo l’ora di tornare, credo dovremmo andarci tutti e guardare con i nostri occhi.

Quando chiedo a chi mi sta portando all’aeroporto perché rimangono lì, perché non manda a studiare e a vivere all’estero i propri figli, loro che possono farlo, lui mi guarda e mi dice:

“Perché dovrei? Questa è casa mia, dovremmo andarcene via per quale motivo? Per arricchirci? Per andare in vacanza? Per comprare delle cose? Per stare tranquilli mentre abbiamo abbandonato la nostra terra e i nostri fratelli? Perché tutti quelli che si sono battuti per noi, lo abbiano fatto invano, per starcene tranquilli a vivere aspettando di morire? Che senso avrebbe la vita?

Antonello Ghezzi, The Milky Way Project a Ramallah

Ci fermiamo e mi indica un pezzetto di terra. Mi spiega che l’hanno comprato da poco e che lì costruiranno la loro casa e io gli chiedo:
«E non hai paura che poi se la prenderanno?»
Lui mi guarda, sorride,
«Probabilmente sì, se la prenderanno, e quindi?»

Rimango in silenzio, mentre mi stanno portando all’aeroporto ci fermiamo a guardare l’alba su Gerusalemme, è il 25 aprile e tra poche ore sarò a Bologna, penso a mio nonno, ai suoi racconti da partigiano, ai tanti modi di fare la resistenza.

Ma questa è una questione, e questa è un’altra…

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