Il Tribunale di Milano ha assolto i componenti dell’Archivio Opera Dadamaino, Nicoletta Maria Antonia Saporiti e Fernando Colombo, difesi dall’avvocato Matteo Mangia, e Flaminio Gualdoni, all’epoca direttore artistico dell’Archivio, assistito dall’avvocato Cristina Rey, «perché il fatto non sussiste». Il procedimento penale era iniziato nel 2014 e aveva a oggetto i reati di associazione a delinquere e contraffazione di opere d’arte.
Nel caso specifico, si trattava dei lavori appartenenti alla serie dei Volumi, realizzati sul finire degli anni ’50, quando la giovane Edoarda Emilia Maino iniziava a sviluppare la sua personale ricerca stilistica, dopo l’incontro fortuito con un Concetto spaziale di Lucio Fontana, esposto in un negozio di elettrodomestici di Milano, e al seguito delle assidue frequentazioni con gli artisti e gli intellettuali che animavano la città meneghina, tra i quali Piero Manzoni. Nella fase di formazione della sua poetica, i Volumi rappresentano quindi un momento cruciale, una svolta antipittorica fondamentale.
Secondo diversi studiosi, i Volumi avrebbero potuto essere realizzati solo tra il 1958 e il 1960 e il loro numero doveva essere limitato. Invece, negli ultimi anni – che hanno peraltro visto il riconoscimento, sul mercato, dell’arte italiana del dopoguerra e, in particolare, di Dadamaino, con stime più che raddoppiate per molte opere –, ne erano comparse diverse altre, entrate anche nel catalogo dell’artista con l’autentica dell’Archivio. Una circostanza che aveva fatto insospettire il deputato leghista Claudio Borghi, giornalista, autore di un manuale antieuropeista, appassionato d’arte e collezionista, che aveva sporto denuncia.
Le prime indagini della Procura, affidate al pm Luigi Luzi, avevano portato al sequestro di molte opere, esposte in gallerie di Londra, New York e Parigi. La conseguente perizia, firmata dalla storica dell’arte Mariastella Margozzi e dalla restauratrice Paola Iazurlo, portò al riconoscimento di non autenticità di circa 99 di queste. Tra le 11 persone rinviate a giudizio, i galleristi Andrea, Mattia e Denise Tosetti, difesi dall’avvocato Angelo Pariani, ai quali furono sequestrate le opere, e anche i componenti dell’Archivio Opera Dadamaino, che avevano fornito la certificazione d’autenticità delle opere ritenute false. Immesse sul mercato con il timbro dell’Archivio e vendute a un prezzo compreso tra i 20mila e i 60mila euro, avevano portato un giro d’affari superiore a 20 milioni di euro.
Ma ieri, al termine di una lunga istruttoria durata circa due anni, la sentenza dell’undicesima sezione del tribunale di Milano, presieduta da Elena Bernante, che ha assolto gli imputati con formula piena, sia dall’accusa di associazione per delinquere che da quelle di detenzione e commercializzazione delle opere sospette di Dadamaino. Ritenendo autentici i lavori dell’artista, scomparsa del 2006, i giudici ne hanno ordinato il dissequestro e la restituzione.
«Per commentare seriamente aspetto di leggere le motivazioni della sentenza. Quel che è certo, e si può dire sin d’ora, è che la dizione “il fatto non sussiste” conferma senza dubbio possibile che l’Archivio Dadamaino ha sempre lavorato con serietà e rigore, in modo scientificamente inappuntabile. Certo, il mondo degli archivi deve sempre mantenersi indipendente dalle pressioni del mercato, molto spesso invadenti, e qualche volta ne conseguono situazioni sgradevoli come quella che si è appena conclusa», ha commentato Gualdoni, che abbiamo raggiunto per un commento a caldo.
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