Philip Johnson a Boston nel 1967.
Il MoMA – Museum of Modern Art di New York ha accettato di mettere – almeno temporaneamente – all’indice il nome di Philip Johnson, a fronte di una lettera sottoscritta da artisti, architetti ed esponenti del mondo accademico. La lettera del collettivo è stata firmata anche da sei partecipanti dell’ultima mostra aperta al MoMA, “Reconstructions: Architecture and Blackness in America”.
Philip Johnson ha lavorato per il MoMA per oltre sei decenni, fondandone anche il dipartimento di architettura che, nel 1984, prese il nome dell’architetto. Per il museo curò anche mostre capitali, lungo un arco temporale amplissimo, come “Modern Architecture-International Exhibition”, nel 1932, e “Deconstructivist Architecture”, nel 1988.
Le accuse nei confronti di Johnson sono pesantissime: i suoi atti di razzismo avrebbero portato alla scelta di escludere dalla collezione del museo molti degli artisti neri che, pure, fanno parte della storia americana. Nel testo della lettera viene infatti evidenziato «L’impegno significativo e consequenziale di Johnson per la supremazia bianca». A queste accuse si aggiunge anche quella di aver tentato di fondare di un partito fascista in Louisiana.
La targa “The Philip Johnson Galleries” verrà coperta dall’opera d’arte messa insieme dal Black Reconstruction Collective. Il Manifesting Statement (in denim) misura circa tre metri per lato e raccoglie i pensieri e le speranze per un futuro di ricostruzione della cultura americana nera.
Il MoMa ha dichiarato che si impegnerà in una rigorosa ricerca con l’obbiettivo di approfondire le ragioni delle accuse contro Johnson. Intanto, già qualche settimana fa, l’Università di Harvard decise di rinominare una casa progettata dall’architetto, a seguito delle rimostranze del Johnson Study Group
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