Pussy Riot alla Biennale d'Arte di Venezia, ph. Nikita Teryoshin
I passamontagna rosa davanti all’austero Padiglione Russia, i fumogeni che rendono ancora più densa l’aria dei Giardini, le bandiere ucraine che sventolano contro la facciata verde dell’edificio. Un’immagine costruita con precisione scenica e con una piena consapevolezza del funzionamento della protesta politica, oggi: occupare lo spazio simbolico dell’evento, saturarlo, trasformarlo in immagine immediatamente condivisibile. Caricato il 6 maggio 2026, nei giorni della vernice della 61ma Biennale d’Arte di Venezia, il video della protesta inscenata dalle Pussy Riot insieme a FEMEN ha raggiunto 17mila visualizzazioni su Youtube.
La presenza del collettivo di attiviste a Venezia ha espresso visivamente – e con accese sonorità punk – la contestazione contro il ritorno della Russia alla Biennale, aprendo una riflessione sul rapporto sempre più ambiguo tra arte, istituzioni culturali e diramazioni geopolitiche. La protesta si è consumata proprio nel luogo che incarna le contraddizioni della diplomazia culturale, lo spazio dei Padiglioni nazionali della Biennale, architetture che continuano a parlare il linguaggio delle identità statali nell’ambito di un sistema artistico che da tempo rivendica transnazionalità, fluidità e cosmopolitismo.
Nadya Tolokonnikova, uno dei volti più conosciuti delle Pussy Riot, ha chiesto provocatoriamente che il Padiglione Russia venisse affidato ai «Popoli oppressi». È una proposta vaga e irrealizzabile ma mette in discussione l’idea stessa di rappresentanza nazionale su cui si fonda la Biennale. Chi rappresenta davvero uno Stato? Gli artisti? I governi? Le opposizioni? Gli esuli? Le istituzioni culturali?
In ogni caso, le Pussy Riot conoscono perfettamente la forza simbolica della performance. Fin dalla loro comparsa pubblica nella Russia putiniana, il collettivo ha interpretato l’azione artistica come gesto di disturbo, sabotaggio percettivo, irruzione nello spazio del consenso. Anche a Venezia tutto è stato calibrato come un intervento performativo totale: gli slogan urlati contro la «Blood-soaked Russian art», le scritte sui corpi nudi — «Russia kills, Biennale exhibits», «Biennale of Evil» — fino alla musica sparata tra i viali dei Giardini. Una grammatica diretta, aggressiva, volutamente incompatibile con la compostezza rituale delle preview veneziane.
Quando gli organizzatori del Padiglione Russia hanno inserito, all’interno dello spazio espositivo, il video in loop con le immagini della manifestazione delle Pussy Riot, il collettivo ha immediatamente chiesto la rimozione del materiale, minacciando persino una denuncia presso il Comitato investigativo russo per diffusione di contenuti associati a una «Organizzazione estremista», definizione attribuita alle Pussy Riot dal governo russo nel dicembre 2025.
Le immagini di una protesta contro il Padiglione Russia vengono inglobate dal Padiglione stesso, ricalibrate dal suo dispositivo narrativo e, successivamente, censurate su richiesta delle stesse attiviste che le avevano generate. Gli organizzatori hanno risposto parlando di “autocensura” delle Pussy Riot ma il nodo sembra essere un altro: quando una protesta entra nel sistema spettacolare della Biennale, rimane ancora opposizione oppure diventa l’ennesimo contenuto?
Le varie tappe di avvicinameto alla 61ma Biennale e i suoi primissimi giorni hanno messo a nudo anche questo aspetto, tra i molti altri. Le proteste di ANGA – Art Not Genocide Alliance, le polemiche sulla presenza della Russia, le tensioni tra il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco – altra questione di rappresentazione, questa volta tutta interna alla destra nostrana – le dimissioni della giuria internazionale, i Leoni da attribuire tramite “voto popolare”, gli scioperi degli addetti ai lavori e le chiusure temporanee dei Padiglioni, le petizioni contro Israele e Stati Uniti. Tutto contribuisce a produrre una Biennale che appare scossa dall’attualità e che, al tempo stesso, rivendica la sua straordinaria capacità di assorbire il conflitto tramite la propria macchina simbolica.
La Biennale sembra offrire uno spazio dove amplificare il dissenso, grazie alla copertura mediatica ad amplissimo raggio, e quindi neutralizzarlo, attraverso la propria capacità di incorporazione estetica. Anche le Pussy Riot, collettivo nato contro la verticalità del potere russo, finiscono inevitabilmente dentro questo meccanismo. La loro protesta è reale, radicale, rischiosa persino sul piano personale e nel giro di poche ore diventa immagine iconica, contenuto social, elemento narrativo di una Biennale che continua a rimescolare l’accadimento in progetto espositivo, senza riuscire più a separarsi davvero.
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