Bye Bye, Alessio Maria Romano, Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
All’origine dello spettacolo Bye bye, c’è una lunga e sviscerata ricerca su un tema importante: la censura. Indagata in molti ambiti: da quelli politici e storici in varie aree geografiche, a quelli artistici, a quelli personali e di autocensura. Tutto materiale ricondotto a nutrimento conoscitivo e creativo per intraprendere un viaggio interiore, esistenziale, “quale strumento di costruzione di buchi e vuoti della nostra stessa vita”, precisa l’autore. La “censura” è stata il soggetto della Biennale Teatro 2020 di Venezia, scelto dal direttore artistico Antonia Latella e commissionato ai registi partecipanti. Fra questi Alessio Maria Romano (recentemente insignito del Leone d’Argento 2020 per il Teatro) artista che si muove, con rigore e maestria, in più ambiti disciplinari. È, infatti, attore, pedagogo e coreografo (un coreografo da scoprire e (ri)conoscere), linguaggi che coesistono nella sua multiforme formazione e intensa attività. Pressoché sconosciuto nel mondo della danza per avere all’attivo solo poche produzioni essendosi dedicato prevalentemente al teatro e all’insegnamento, rivela invece in questo campo una sua cifra compositiva alta, un vocabolario ricco, pregno di riferimenti riconducibili a un teatro di danza di ampio respiro per approcci e risultati. Una padronanza dello spazio, senso dei tempi e del ritmo, che sono contenuti in Bye bye (coproduzione LAC Lugano e Torinodanza Festival dove lo abbiamo visto), uno spettacolo tutto di danza, con interpreti magnifici, completi anche della dimensione attoriale. Fra questi Isacco Venturini (gli altri sono Filippo Porro, Valerie Tameu, Andrea Rizzo, Ornella Balestra). È lui, principalmente, a introdurre e intrattenere il pubblico in veste di presentatore al microfono, parlando e cantando in diversi momenti, per poi spogliarsi con cura del suo elegante abito, indossarne un altro, e unirsi al gruppo. Lo faranno anche gli altri danzatori nei tre step in cui è divisa la coreografia, a evidenziare una ricerca d’identità, tra costrizione, omologazione, disapprovazione, libertà e desiderio di essere altro.
“Bye bye è un ironico saluto a ciò che ognuno dovrebbe essere, a ciò che invece vorrebbe essere”, spiega l’autore insieme alla drammaturga Linda Dalisi. E anche: “Abbiamo ancora il coraggio di desiderare, dopo tutte le informazioni e le costrizioni che influenzano il nostro scegliere?”. L’impossibilità di continuare a esprimersi emerge sulla scena dal susseguirsi di sequenze volutamente destrutturate che non raggiungono mai un’acme. S’interrompono bruscamente. Riprendono da un altro punto di vista, ripetendosi, introducendo azioni successive ed eliminandone altre, su nuove musiche troncate, rumori, voci, e sonorità elettroniche sulle quali si tessono i movimenti. In questo spazio vuoto, sospeso, luogo metaforico della propria interiorità, i performer agiscono sulle tracce di quelle che appaiono degli intenti, dei propositi, per voler affermare la loro presenza, il proprio essere: frasi che scandiscono i diversi quadri coreografici, come: “io sarei, io potrei, io vorrei, io desidererei, io farei, io strabilierò, io dovrei…”.
I danzatori portano le loro bruciature, le sconfitte, la rabbia, lo sgomento, gli aneliti, le sfide, le finzioni, gli interrogativi del loro vissuto con una carica fisica che, tra sguardi complici e rivolti al pubblico, li espone, anche improvvisando. Agitano le menti e il corpo in moti che oscillano in affanni danzati, in corse, in foghe gestuali, in stasi, in tracciati veloci che si esauriscono nel soccombere e rialzarsi, isolarsi e fare squadra, lottare e cedere, vincere se stessi e sugli altri. Il bisogno di esserci, di esibirsi, di esporre la propria estetica vincendo l’inibizione dell’età, è anche di chi, nel confronto con corpi giovani, ha attraversato altre storie di giovinezza, altre diversità. Tra passerelle con abiti lunghi e body luccicanti, quel mondo ormai passato sarà calpestato dall’avanzare della vitalità giovanile che avremo visto all’insegna del contendere, dell’andarsene, ritornare, improvvisare, omologarsi, distinguersi, infine giocare, tornare a una gaia fanciullezza per ritrovare una libertà smarrita. Uno spettacolo, Bye bye, con momenti toccanti, che è un saluto a ciò che viviamo, a ciò che abbiamo vissuto, al passato e al presente.
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