Akram Khan, Turning of Bones, ph Andrea Guermani
Il debutto mondiale di Turning of bones di Akram Khan per la Gauthier Dance//Dance Company Theaterhaus Stuttgart, è atteso a Stoccarda, in Germania, il 26 giugno, spettacolo di apertura di Colours International Dance Festival. Noi intanto ne parliamo in anteprima, avendo visto una prova aperta nel grande palcoscenico open air stage di Orsolina28, nel verde scenario delle colline del Monferrato, a Moncalvo, dove ha sede il centro internazionale di creazione artistica Orsolina28 Art Foundation fondato e diretto da Simony Monteiro, e dove la compagnia di Eric Gauthier insieme a Khan è stata al lavoro in residenza.
Per questa nuova creazione, il coreografo e danzatore anglo-bengalese, classe 1974, tra i più grandi della sua generazione, ha armonizzato, modificandoli, alcuni estratti di suoi precedenti lavori «…perché sento che sono state le più ricorrenti nei miei pensieri durante tutta la mia carriera – ha dichiarato –, che si tratti del mio rapporto con la Terra, della vita e della morte, dell’umanità o della ricerca dell’identità ».
16 danzatori in abiti verdi e azzurri, gonnelle e pants dalle fogge indiane, coi visi appena segnati di strisce nere, si muovono avendo come cardine una pietra grigia “risvegliata” da terra, inizialmente, da due figure in nero, prima un uomo errante arrivato da un mondo lontano e tempestoso, seguìto da una donna (ombra, anima, spirito?) che lo scorge e, per tutto lo spettacolo lo accompagna, lo serra a sé, lo respinge, lo assimila; poi, e in più momenti, la pietra viene maneggiata dal gruppo, è contesa, deposta e ripresa, venerata, come in un rito. E di rituale si tratta: quello del dissotterramento delle ossa secondo la cerimonia del Famadihana – “la festa del rivoltamento delle ossa” – professata in Madagascar, una tradizione in cui i morti vengono esumati ogni pochi anni e avvolti in nuovi teli di seta per onorarli e danzare con loro.
Di bruciante magnetismo, la danza è un vortice di sequenze corali ritmate, pacate, battenti nei piedi e nel gioco di braccia alzate e ai fianchi, che riprendono vagamente le posture della danza kataki, antica danza del nord dell’India. Tra suoni cupi, tellurici, percussivi, voci vicine o lontane (ricorrente è la parola “sacrifice”), musiche sacre e cantilene, dolci melodie sopraffatte da cacofonie sonore – bellissima partitura sonora del compositore indiano Aditya Prakash -, la danza di Khan, con un vigore centripeto rotto da fughe, da assoli circoscritti dal gruppo, da unisoni ipnotici, da atterramenti, cadute e risalite, ci trascina in un misterioso e potente mondo di ricordi e scoperta di sé, un viaggio verticale verso l’alto, in un mondo spirituale dove l’uomo sembra riconnettersi con il suo passato ancestrale.
E noi connettendoci anche con la storia di Khan, riconoscendo in Turning of bones frammenti di alcune sue creazioni – da Desh, ItMoi, Jungle Book, Mud of Sorrow, Insirgents -, tra momenti di combattimento, di angeli e demoni, di braccia moltiplicate in parte Shiva in parte uccelli; e, riconoscibile, la sequenza gestuale con la testa glabra ricurva dell’interprete principale tenuta e mossa tra le sue mani – sulla quale sono disegnati due cerchi e una riga orizzontale raffiguranti gli occhi e la bocca di un volto -, tratta da Desh, assolo in cui Akram Khan ripercorreva i tratti salienti della propria vita inscenando dialoghi, imbattendosi in storie e aneddoti d’infanzia, creando personaggi.
Dopo il debutto Turning of bones avrà una tournée internazionale toccando anche l’Italia, a Gorizia, il 10 ottobre per il Festival Visavì.
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