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essai_in sala | Sherlock Holmes a fumetti

di - 29 Gennaio 2010
Non dirà mai “Elementare Watson”, d’accordo, ma lo Sherlock
Holmes di Guy Ritchie (intendo il detective in carne e ossa) non è poi tanto differente da
quello letterario di Sir Arthur Conan Doyle. Bisogna chiedersi, infatti, chi
sia Sherlock Holmes veramente. Che cosa lo rappresenti davvero: se l’aspetto o
la sostanza (cerebrale). Il celebre profilo con la pipa o il metodo
investigativo. L’immaginario collettivo vive di simboli, quindi Sherlock Holmes
è il suo cappello, il suo cappotto, il violino e l’aplomb old british.
Tuttavia, ciò che ha permesso a questo complesso
personaggio, che non risponde propriamente alle mode da sempre in voga presso
il grande pubblico, di entrare nella leggenda è tutta sostanza, è la fulminante
capacità deduttiva che ha trovato terreno fertile nella mentalità positivista
di fine Ottocento, dunque nelle strutture più profonde della società
dell’epoca. È la Ragione al servizio della Giustizia. Se a ciò si aggiungono le
circostanze ambientali che hanno consentito a quel carattere di diventare
un’icona, si intuiscono le cause della nascita di un mito.
Sherlock Holmes è una luce nel buio, un eroe dei poveri in
un mondo – quello vittoriano – attraversato da profonde contraddizioni e
inquietudini. Sono gli anni delle grandi disuguaglianze sociali, dei quartieri
operai dove si vive in condizioni disumane e in cui si aggira Jack lo
Squartatore, e dell’elegante West End dei teatri. La decadenza è parallela al
fasto e al rapido sviluppo, come accadeva nella Roma imperiale.

A causa di questo mix di potenza e perdizione (di cui voce
critica e ispirata era stato, qualche decennio prima, Charles Dickens), “un che di degno”, per dirla con i Ghostbusters alle prese con la melma reattiva
ai sentimenti negativi di New York, un simbolo positivo in grado di sconfiggere
il crimine, insomma un Batman alla luce del sole avrebbe facilmente conquistato
quella classe media capace di “sentire” il clima dell’epoca.
Tale è stato Sherlock Holmes, eroe a tempo pieno e a chiamata,
seriale, discreto, dotato di una sensazionale tecnica di ragionamento, quella
deduzione usata sistematicamente che costituisce l’arma e il possibile riscatto
di ogni persona di buona volontà. Un eroe alla cui porta bussare, nella
sicurezza che non fallirà (l’unico dubbio riguarda il “come”). Così, il 221b di
Baker Street ha rappresentato al contempo un centro di irradiazione di
giustizia e una mostra permanente sulle meraviglie della scienza e sulle
potenzialità dell’intelletto umano.
Se questo è il quadro, come tradurre al grande pubblico
cinematografico del 2010 un insieme di condizioni irripetibile senza sfigurare
al cospetto di un originale tanto ingombrante, si è chiesto Guy Ritchie?

È tutta una questione di forma, la risposta. L’immaginario
collettivo si affeziona ma non si cristallizza. Il regista si limita quindi ad
aggiornare il ritratto: conservare (e ci mancherebbe altro) il marchio di
fabbrica letterario del personaggio, consistente nel suo formidabile metodo
investigativo, avendo l’intuizione di effettuare un restyling radicale della
forma, per venire incontro alle esigenze del pubblico delle grandi occasioni.
Ecco allora uno Sherlock Holmes trasandato che, al pari del ragionamento, ama
fare a botte e ha il vizio di frequentare un malfamato fight club.
Questo aspetto – lo scontro fisico non più ultima scelta
ma corollario privilegiato del pensiero – rappresenta la più importante novità
del film: non tanto per le sue conseguenze sulla fisionomia del personaggio,
che ne risulta poco intaccata, quanto per l’effetto sull’economia della storia.
E qui casca l’asino. Guy Ritchie, infatti, non si accontenta di rendere più
moderno e sfaccettato il suo detective, ma inventa una storia da fumetto dando
sfogo alla sua fantasia pop: ad esempio, il villain, uno stregone che vuole
conquistare il mondo come ogni cattivo degli ultimi 007, assomiglia a Dracula
(sia nell’aspetto che nella sua vicenda personale, essendo risuscitato
dall’oltretomba). L’intreccio narrativo è piegato a rincorrere il ritmo
frenetico dell’azione e finisce talvolta per inciampare.

Tra cazzotti e deduzioni, a rimanere schiacciato è il
mistero, quello autentico; e con esso la nostra più profonda partecipazione. Se
Sherlock Holmes
(il film, questa volta) sembra CSI o un film di John Woo, l’operazione complessiva è qualcosa di più di un
restauro del personaggio: è una scossa nel delicato ingranaggio del mistero di
cui Conan Doyle aveva scritto ed evidentemente conservato le istruzioni. Per
questo lo scrittore si sarà rivoltato nella tomba. Gli spettatori si saranno
semplicemente divertiti, sgranocchiando pop corn.

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