Categorie: Mostre

Autobiografia collettiva di corpi ed emozioni. La grande mostra di Tracey Emin a Firenze

di - 18 Marzo 2025

Sex and Solitude, la grande mostra ospitata a Palazzo Strozzi di Firenze fino al 20 luglio 2025, a cura di Arturo Galansino, dà il benvenuto a Tracey Emin in Italia, qui per la prima volta protagonista assoluta di un’esposizione istituzionale.

Già nel titolo si evocano due degli elementi chiave della produzione dell’artista: il sesso e solitudine, aspetti autobiografici che si intrecciano in opere dal forte impatto emotivo, metafore esistenziali che indagano sessualità, malattia e amore. La sua ricerca scava nelle pieghe del desiderio e della perdita attraverso la memoria, dove il corpo svolge il ruolo di protagonista. Il percorso della mostra si sviluppa per aree tematiche e si può suddividere in tre grandi ambiti: il ruolo della donna, del corpo e del linguaggio.

Tracey Emin and Arturo Galansino at Palazzo Strozzi on the occasion of the exhibition Sex and Solitude. Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ludovica Arcero, Saywho.

Tracey Emin: l’esorcismo necessario della creatrice

Nelle opere di Emin, la figura femminile richiama le tre accezioni di figlia, amante e madre per scioglierle dagli stereotipi di genere, riabilitarne il significato e riappropriarsi della propria identità. Donna non è oggetto passivo, modella per un artista maschile. È evidente l’esigenza di un “esorcismo artistico” che si manifesta in Exorcism The Last Painting I Ever Made (1996), nella seconda sala, riproducendo lo spazio realizzato in una galleria di Stoccolma in funzione di studio temporaneo, da cui è stato tratto il trittico Naked Photos: The Life Model Goes Mad. Le due opere legano il tema della madre e dell’amante rappresentati nella produzione di Emin: in seguito a un aborto avvenuto cinque anni prima, l’artista, che aveva smesso di dipingere, decide di darsi la possibilità di un recupero in tre settimane e mezzo – il tempo tra un ciclo mestruale e l’altro – lavorando in uno studio le cui attività erano visibili solo attraverso dei fori. Creatrice e soggetto della sua arte, Emin realizza opere che si ispirano agli espressionisti Munch e Schiele, a Yves Klein, Picasso e Goya, scardinando la contrapposizione tra ruolo maschile e femminile. Il tema del doppio si rispecchia anche nell’amore e nella sofferenza generati dal lutto e dall’isolamento: la figlia che conserva e rappresenta le ceneri della propria madre, come nella riproduzione in piccolo formato My Mums Ashes. In the Ashes Room (2020), è simbolo del ricordo e della solitudine durante la pandemia Covid-19.

Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025.
Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025.

Corpo fisico e corpo emotive nelle opere di Tracey Emin

«My body’s been hurt by love and by sex and by surgery and by rape and by sexually transmitted diseases and by abortions». Da giovane, il sesso per Emin è stato un veicolo di comunicazione mal interpretato che, col tempo, ha lasciato spazio ad altri aspetti, quali l’amore e la cura. Avanzando nel percorso della mostra, dalle concitate ed erotiche prime sale, dove il rosso dell’acrilico domina le tele spalmandosi sulla superficie e mischiandosi con i neri e i blu in un’orgia cromatica, si raggiunge uno stato di ricerca introspettiva che parla di riappropriazione e condivisione. Those who suffer love (2009) è un video in cui la masturbazione di un corpo privato del volto, evento individuale e intimo, si apre all’esterno. I corpi di Emin sono deformi, mutilati: nelle sculture c’è la necessità di celare l’identità dell’individuo e di manifestare la presenza della creatrice lasciando tracce sul bronzo delle proprie impronte digitali. I corpi sono custodi della memoria di chi li ha creati. La mancanza di una caratterizzazione precisa è un atto di riappropriazione per confrontarsi con la sofferenza e il cambiamento: la stessa artista, dopo aver subito varie operazioni a causa di un cancro, si è trovata di fronte a una trasformazione corporea, al ricreare la propria immagine, tema affrontato nell’ultima sala, dove campeggiano enormi tele realizzate esclusivamente con il bianco e il nero. In mezzo a tutto ciò, ancora una volta, la sofferenza, la vulnerabilità e il senso di irrisolutezza a cui segue una riconciliazione tra l’io e il tempo.

Il neon ha parlato

La prima sala della mostra è inondata dalla rosea atmosfera del neon Love Poem for C.F. (2007): la scrittura calligrafica di Emin dona fisicità alle parole, facendosi immagine. Il neon, pur considerato “squallido”, è parte dell’autobiografia che l’artista porta con sé da Margate, città in cui risiede. La luce è un amplificatore emotivo tramite cui la parola, espressione soggettiva, è proiettata verso l’esterno, per darsi alla collettività. Anche la narrazione del neon Those who suffer LOVE (2009), è cruda, diretta e senza metafore di sorta: in esse emerge il senso dell’amore, legato al desiderio e alla vulnerabilità. Nelle trapunte appliqué leggiamo «I do not expect to be a mother, but I do expect to die alone». La scrittura è un mezzo di autoguarigione e riappropriazione, in un reiterare di temi: la memoria, il corpo, la questione femminile, il senso del tempo. Lo stesso atto del ricamo, legato alla domesticità, è un potente mezzo di sovvertimento: Emin vi lavora per riconquistare una dimensione di sé perduta, un mezzo di comunicazione e produzione artistica potente e terapeutico.

Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025.
Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025.

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