Pino Pascali: 116 quattro bachi da setola, 1968, materiale acrilico e supporto metallico n° 4 scovoli di setola, cm90 cad.
La seconda parte della Collezione Roberto Casamonti – dagli anni ’60 agli inizi del XXI secolo – provoca un’irresistibile “sindrome di Firenze”, o più comunemente sindrome di Stendhal. Sarà perché è ospitata proprio a Firenze, nel piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, uno dei più originali esempi di architettura residenziale tardorinascimentale. Sarà perché presenta 80 opere del secondo Novecento selezionate – dal critico Bruno Corà – e scelte, con grandissima cura, dal gallerista di Tornabuoni ed esperto d’arte Roberto Casamonti. Una collezione di ineguagliabile bellezza, “da togliere il sonno” – parafrasando il motto della Famiglia Salimbeni inscritto sulle finestre del palazzo. L’appassionato Casamonti ha scoperto, trovato, a volte anche tenacemente inseguito, le opere più rappresentative – per storia, affinità e riverbero – e di qualità di ogni artista contemporaneo. E per “ogni” si intende una raccolta privata di autori e titoli incredibilmente compiuta e seducente, messa a punto nel corso di una vita costellata da amicizie e intense frequentazioni. Come quella con Alighiero Boetti, uno degli esponenti del gruppo Arte Povera – tra cui Pistoletto, Merz, Kounellis, Paolini, Calzolari, Penone e Pascali – un pò “l’origine del mondo” artistico contemporaneo di Casamonti.
Da Boetti, negli anni ’90, il collezionista ha acquisito uno spettacolare Tutto (1992-94). Un ricamo su tessuto di sei metri per due metri e cinquanta, quasi unico al mondo. E pensando alla vasta retrospettiva su Jannis Kounellis – a cura di Germano Celant – ora in mostra a Venezia da Fondazione Prada, il Senza Titolo in ferro, legno, pietre e lampada a petrolio (1989) di Kounellis, custodito da Casamonti, è davvero unico e diverso (e di difficile reperibilità!). Perché ha una forza propria – principio su cui si basa l’intera collezione – distinguibile e adamantina che evoca il contesto e il tempo in cui è stata realizzata. Infatti, tra i parametri di scelta di Casamonti, oltre che l’attrazione magnetica o la forza d’urto di un’opera che possa sfidare gusti e certezze, ci sono il valore estetico che dura nel tempo e l’autorevolezza di alcune storie artistiche.
Questo è valso per il collezionismo del gruppo Fluxus, con il rarissimo italiano Giuseppe Chiari – grande amico di Casamonti – e per la selezione di opere impressionanti, tra cui Omaggio a John Cage (1984-88) del pioniere della Videoarte Nam June Paik. Per non parlare dell’assemblaggio davvero inusuale Sense titol (1960) di Antoni Tàpies, «diverso da tutto quello che avevo incontrato prima», spiega Casamonti. O della struggente tavola di Anselm Kiefer Ave Maria (2007), miscela visuale e simbolica di religione, mitologia e storia.
E poi nomi squillanti ed esclusivi della storia dell’arte mondiale: Anish Kapoor, Marina Abramovich, Tony Cragg, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Andy Warhol. Oppure opere più intime e peculiari come il Ritratto di Auronia a 99 anni in 99 luoghi (1997) di Gino De Dominicis.
Così come i lavori molto rari di Emilio Isgrò del 1970, a testimonianza anche di un rapporto di Casamonti con artisti complessi, non completamente assorbiti dal mercato, ma di inestimabile valore. E resi disponibili ora a Firenze al vasto pubblico. “Collezionare è un viaggio senza una metà finale, ma ci si arricchisce ogni giorno di più”, è una citazione del gallerista.
La sorpresa del futuro? un’esposizione degli artisti più giovani. L’arte “dei ragazzi”, vicina allo spirito indomito di Casamonti.
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