Categorie: Mostre

L’archivio come organismo: Dayanita Singh e la memoria viva di Venezia

di - 1 Maggio 2026

L’Archivio di Stato di Venezia, con i suoi chilometri di scaffalature che custodiscono i segreti della Serenissima, è per definizione uno di questi templi della conservazione. Eppure, con la mostra ARCHIVIO di Dayanita Singh, questo luogo solitamente interdetto al grande pubblico per scopi puramente espositivi subisce una metamorfosi radicale, trasformandosi da deposito statico in un organismo generativo e pulsante.

La mostra, curata da Andrea Anastasio, rappresenta un tributo profondo che l’artista indiana rivolge all’Italia, un Paese che attraversa e osserva con il suo obiettivo da oltre venticinque anni. Il lavoro di Singh è un’indagine filosofica sul concetto stesso di “archivio”: per lei, fotografare non è un atto di documentazione fine a se stesso, ma una forma di catalogazione poetica del mondo.

In questa cornice veneziana, due nuclei fondamentali del suo lavoro si intrecciano: da un lato, il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali — labirinti di faldoni che sembrano quasi architetture astratte — e dall’altro il suo diario visivo personale, un dialogo pluridecennale fatto di architetture, spazi interni, amici, archivisti e dettagli effimeri come i fiori.

Dayanita Singh, From Venice Pillar

In ARCHIVIO, l’atto di fotografare diventa un tentativo continuo di comprendere come la memoria venga plasmata, strutturata e, infine, conservata. Singh rivisita le immagini realizzate nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90 a oggi, mettendole in dialogo con i suoi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino di fatti compiuti, ma come un “corpo vivo”, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista e la variazione delle sequenze.

Altro elemento interessante è la riflessione della Singh sul “museo come libro” e sul “libro come museo”. Le sue opere sono spesso concepite come architetture portatili e ricomponibili, mobili che contengono immagini che possono essere spostate, accostate e rimescolate. L’allestimento a Venezia, ideato in collaborazione con lo Studio Sonnoli per la parte grafica, riflette questa porosità: le immagini non sono fisse, ma sembrano fluttuare in un processo di montaggio continuo, dove la memoria viene costantemente riscritta dal contesto.

Dayanita Singh, From Venice Pillar

Il curatore Andrea Anastasio riesce a collocare il lavoro di Singh in un equilibrio perfetto tra il rigore della protezione — l’atto di ordinare, contenere, proteggere — e la libertà della risonanza filosofica. In questo senso, la scelta dell’Archivio di Stato non è solo suggestiva, ma semantica: l’opera entra nel luogo che le somiglia di più per scardinarne la rigidità dall’interno. Singh ci ricorda che archiviare è un atto vitale di resistenza contro l’oblio. Attraverso il suo obiettivo, guardare diventa un esercizio di cura, una danza tra l’oggettività del documento e la soggettività del ricordo, dimostrando che l’unico modo per comprendere il passato è continuare a rimescolarne le tracce, pronti a scoprire storie che non sapevamo ancora di poter raccontare.

La mostra, che proseguirà il suo viaggio verso Roma, Torino e New Delhi, è arricchita da un denso Public Program ideato con Chiara Spangaro e da un programma di mentoring per gli studenti delle università veneziane, confermando che l’archivio di Singh è, prima di tutto, un cantiere aperto verso il futuro. In questa Venezia di “Incroci di civiltà”, Dayanita Singh ci insegna che l’ordine non è mai definitivo, ma è solo una delle infinite possibilità di dare senso alla nostra esistenza.

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