Categorie: Mostre

“Tecniche d’evasione”: in che modo l’arte si ribella al potere?

di - 8 Novembre 2019

Tra i migliori e più autentici episodi dell’arte contemporanea si contano quelli accaduti in clandestinità.

È l’incipit della mostra “Tecniche D’Evasione”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, che espone quasi un centinaio di lavori realizzati da artisti dell’avanguardia ungherese tra gli anni Sessanta e Settanta, rintracciati e messi in salvo dal Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art di Budapest e da alcuni collezionisti privati, grazie ai quali oggi è stato possibile ricostruire e diffondere una storia esemplare e drammatica. Il percorso espositivo infatti, strutturato in sei sezioni e ideato da un team di curatori internazionale – Giuseppe Garrera, József Készman, Viktória Popovics e Sebastiano Triulzi –, spiega come le pratiche di questi artisti siano state fortemente condizionate del regime politico ungherese di quegli anni, e le rilegge come strategie di elusione del potere da parte di giovani uomini e donne stretti nel giogo della censura e del controllo, in un contesto in cui l’unica arte ammessa era quella da cavalletto che celebrasse la bellezza del sistema.

Judit KELE, I am a Work of Art, 1979-1984

Sorvegliare e punire l’arte

Così, la carrellata delle “tecniche d’evasione” ricostruisce soprattutto un tracciato di sofferenza esistenziale e artistica, che non può che iniziare col modulo d’iscrizione mai firmato all’Accademia di Belle Arti di Amsterdam di Bálint Szombathy, testimonianza di tutte le carriere soffocate o mai nate di questi artisti. Si prosegue poi con alcune opere-simbolo dalla potente portata concettuale, come la foto della performance I am a work of art, in cui Judit Kele visse per tre giorni nello spazio del Museum of Fine Arts di Budapest al posto di un dipinto che era stato tolto, recintata da un cordone e sorvegliata da un custode. Qui fioccano gli interrogativi: in che misura siamo protetti o sorvegliati? Quanto può dare scandalo la femminilità di una donna, vestita e inoffensiva, se decontestualizzata dalle mura domestiche? Ancora, alcune teche contengono le fragili e rarissime opere di mail art di Endre Tót, buste vuote o cartoline apparentemente innocue che permettevano agli artisti di viaggiare metaforicamente per il mondo sotto gli occhi del regime, aggirando i divieti; così come fugaci e ingannevoli (e per questo non riconosciuti dal potere) erano i numerosi interventi di street art, dalle scritte sulla neve agli happening che simulavano cortei di protesta, senza proclamare alcuno slogan esplicito. Tutti interventi obbligatoriamente astuti, che rappresentavano l’unica via per questi artisti di esprimere il proprio scontento sociale e politico, il proprio “disagio di fare arte”. Ma la mostra contiene anche un piano di lettura sotterraneo, così come sotterranei sono stati gli operati dei suoi protagonisti: «Il pre-testo della mostra è raccontare un’avventura esemplare e illuminante; il testo è usarla per ragionare sul presente», spiega uno dei curatori, Giuseppe Garrera. «Il potere politico in Ungheria è stato altrettanto feroce del potere economico del nostro occidente, che è esattamente come una dittatura: si mostra innocuo, paternalista e preoccupato dei suoi cittadini, ma in realtà è di una ferocia inaudita. I sistemi di potere sono pacifisti, perché in questa maniera eliminano il dissenso».

Gábor Attalai, Negative Star, 1970-71, Vintage Galéria, Budapest

La differenza tra mecenati e sponsor

La mostra non vuole essere polemica, spiega il curatore, ma solo portarci a fare una riflessione che, probabilmente, in maniera spontanea non faremmo. «La sensibilità di questi artisti ci indica che in un sistema apparente di libertà assoluta, come quello in cui viviamo oggi, in verità ci sono state tolte le libertà vitali, al punto che non sapremmo dire quali. Il potere economico di oggi è talmente innervato nelle nostre menti che noi non ne siamo nemmeno consapevoli». E gli artisti di oggi, anche loro sono ignare pedine di un gioco superiore, quello del sistema dell’arte? «Il problema degli artisti di oggi è quello di accettare il sistema completamente ed essere adattati alle sue sbarre. La clandestinità è legata a pochissimi casi e quindi estremi, è ancora un’arte sotterranea, intransigente e caratterizzata da un forte elemento politico. Oggi l’arte non ha più mecenati, ma sponsor: la contestazione quindi deve andare contro un sistema di potere economico e di immagine».

C’è tempo fino al 6 gennaio, per riflettere.

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