Categorie: Personaggi

Simone, l’inattuale

di - 31 Maggio 2012

C’è tempo fino al 3 giugno per vedere la personale che la far | fabbrica arte Rimini ha dedicato al lavoro di Simone Pellegrini, artista marchigiano ma bolognese d’adozione, che fatto dell’arte il centro gravitazionale del proprio progetto di vita: dal diploma in pittura presso l’Accademia di Belle  Arti di Urbino nel 1999, al sodalizio con la galleria Cardelli&Fontana nel 2003 fino a varcare i confini nazionali con la prima personale in Germania nel 2006 presso la galleria Hachmeisteri di Münster, il percorso professionale di Pellegrini è in ascesa costante.

La mostra riminese dal titolo “devasti. non esiste alcun contrario della forma del mondo” è curata da Walter Guadagnini con la collaborazione delle gallerie Bonioni Arte, Cardelli&Fontana e Giacomo Guidi che, lavorando in sinergia, sono riuscite a mettere in campo una completa rassegna espositiva della pittura di Pellegrini dal 2006 ad oggi.

Le intenzioni curatoriali non sono certo quelle di creare una retrospettiva della carriera del giovane artista che, seppur in campo da meno di un decennio, ha avuto un’evoluzione che merita attenzione. Il motivo è semplice: il lavoro di Pellegrini si situa in una dimensione spazio-temporale talmente densa che quasi è impossibile discernere le motivazioni ulteriori di un lavoro rispetto al senso poetico di un ciclo precedente: tradotto in termini metafisici, significa che le opere di Pellegrini vivono una propria dimensione come se fossero senza tempo oppure, al contrario, il tempo lo contenessero tutto. Egli stesso definisce l’opera “presente assoluto” e “anacronistica sempre” e proprio in questo status ossimorico del discorso sta la poetica e l’essere stesso dell’artista che, nel cercare errabondo tra le forme tangenti che si offrono alla sua visione, trova la sua cifra sempre diversa eppure uguale a se stessa perché considerata dal punto di vista del principio di continuità. È una ricerca che può non avere fine e che anzi ha senso, per l’artista, solo perché infinita.

La comprensione del lavoro di Pellegrini sta qui: ogni opera è uguale e dissimile da un’altra, come se, incarnazione pittorica del sistema biologico, piccole modificazioni genetiche portassero ad una nuova forma dettata da mutazioni cellulari che sono invisibili a occhio nudo, ma che nel tempo (indeterminato) modificano la specie.

Alla luce di questa interpretazione, la mostra diviene memoria dell’organicità nervosa e fisiologica della forma che, come sottotitola il passo eponimo di Wittgenstein, non trova il suo contrario perché, anche fosse espressione concava di sé, sempre forma resta.

Incontro Simone Pellegrini a Bologna, il sole lascia spazio alla penombra dei portici ma l’intensità della conversazione non fa percepire il tempo che passa; la sensazione è quella di essere all’interno di un suo dipinto: mi trovo a sguazzare tra le trasfigurazione biomorfe cercando di capire il senso di ciò che dice l’artista ma la parola, come strumento di comunicazione, è esattamente tale all’espressività pittorica. Poi miracolosamente, tra il presente del dialogo e il “senza tempo” del contenuto della discussione, trovo sintonia con il sentire di Simone Pellegrini e allora, trova configurazione ragionata, per quanto irrazionale, il discorso, orale e artistico.

Comprensibile, alla luce dell’empatia creatasi, il paragone tra artista e alchimista che Pellegrini adotta per motivare il proprio desiderio di investigare la materia, le sue trasformazioni e per spiegare le intenzioni spirituali che, proprio nella seduzione del divenire, generano la spinta al fare. Riprendendo la metafora alchemica, Pellegrini afferma che la pietra filosofale è l’indagine stessa della realtà nelle sue espressioni formali e nelle sue intuizioni anche se, a volte, non conquistano la definizione di “forma formata”.

Pellegrini, per questo, parla di “precipizio temporale” e di “urgenza del tempo”, anima del suo lavoro, come una sorta di sfida che l’artista sente di dover affrontare per oggettivare la ricerca; la necessità di far precipitare la forma attraverso la velocizzazione altro non è che il corrispettivo del principio alchemico della trasformazione della materia che, sebbene modificata nella immanenza concettuale, nella realtà presenziale resta tale.

Tornando alla mostra e cercando un nesso con la conversazione, trova una propria ragione d’essere l’allestimento espositivo arricchito da citazioni di grandi pensatori come, per esempio, un passo dei “Messaggi rivoluzionari” di Antonin Artuad: dalle risposte avute da Pellegrini si comprende che in fondo la sua rivoluzione è quella di aver compreso il campo dell’interrogazione: non la materia in sé ma la natura del divenire, ovvero le manifestazioni della forma nella sua estrema dissomiglianza.

Nella stessa logica di “deformazione senza strappi” si qualifica anche la concezione secondo cui organico e ornamentale sono equipollenti nella configurazione pittorica svelando il proprio essere solo in base alla funzione che ne determina il significante: merita, allora, abbandonarsi nella splendida cornice romagnola di Piazza Cavour per verificare di persona la natura dei segni, siano essi epifenomeni concettuali o anfratti di innesti decorativi.

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