Certo, in America l’arte riceve sovvenzioni dal governo nettamente inferiori all’Europa (anche se ormai non ne siamo più così certi) ed è vero che i migliori biglietti per gli spettacoli realizzati in famose istituzioni hanno prezzi inabbordabili per un’altissima percentuale della popolazione, un palco all’Opera del Metropolitan può costare oltre 400 dollari anche le platee in alcuni teatri di Broadway non sono meno costose. E’ questa realtà a dare vita oggi alla protesta. Ma è altresì vero che a New York, come in tantissime altre città americane, capita spesso che l’arte sia gratuita, sostenuta da chi la pratica per pura passione.
Gli esempi oggi sono numerosissimi: si può partire dai concerti che si svolgono alla scuola di musica Juilliard, fondata nel 1905 e situata nel Lincoln Center che offre corsi di danza, teatro e musica a più di 800 studenti. Recentemente quattro giovani cantanti sono stati associati a quattro giovani pianisti e hanno cantato pezzi di Schumann, riempiendo la sala e bissando negli spettacoli successivi. La Manhattan School of Music, il Mannes College e altre istituzioni che potremmo ribattezzare di “Alta Formazione Artistica e Musicale” a New York hanno stagioni altrettanto ricche di eventi gratuiti o a prezzi accessibili.
Ma c’è un problema. A sollevarlo è Ben Laude, pianista nel programma di dottorato della Juilliard profondamente coinvolto nei moti di Occupy Wall Street: «l’isolamento dell’arte». Che vuol dire? Anche gli Stati Uniti lamentano un mancato coinvolgimento della cultura nella vita dei cittadini fin dalla tenera età, rendendo così difficile la fruizione dell’arte (si usa il termine “arte” in maniera generale e senza distinzioni), focalizzando sempre l’attenzione – tutto il mondo è paese, o globale – sui grandi eventi mediatici e il caro prezzo dei biglietti. Da qui la scintilla del movimento che dalla finanza si sposta alla cultura.
Cambiamo scenario, operazione utile per trarre insegnamenti preziosi. In alcuni Paesi meno ricchi, i governi e la società lavorano insieme per includere le arti direttamente nella vita dei cittadini. Accade in Venezuela con l’orchestra di formazione El Sistema, che raccoglie ragazzi dalle favelas e insegna loro a suonare a livelli eccelsi, promuovendo la pratica collettiva della musica come mezzo di organizzazione e sviluppo della comunità. Difficile immaginarie scelte del genere negli Usa, ma forse lo stesso movimento che sta prendendo corpo in ambito culturale dovrebbe ricordarsi di guardare oltre se stesso, spostando l’attenzione dall’Europa, dove non c’è granché da invidiare quanto a finanziamenti, e al Sudamerica, appunto. Scoprendo che l’isolamento dell’arte è una condizione superabile per chi è realmente interessato a fruirne. Ribellarsi è giusto, secondo un vecchio jingle, avendo la consapevolezza che «occupare, più che avere a che fare con una dimostrazione, è un’azione che rende il “territorio”, quell’antico insieme di spazio, una zona di riscrittura, un nuovo romanzo sociale. Occupare significa ridisegnare la dignità di cittadini dopo anni di classismo e ingiustizie sociali», ammonisce la sociologa Saksia Sassen sull’ultimo numero di “Artforum”. Quindi, occupare il Lincoln Center e protestare alla fine degli spettacoli è un modo per scrivere la storia di oggi e – perché no – per ridistribuire una volontà di uguaglianza. Anche scagliarsi contro l’arte dei ricchi può essere legittimo. Ma per riuscire a far sì che la cultura possa entrare nella propria vita bisogna avvicinarla, conoscerla. Frequentarla a partire dal basso. Non solo scavando nelle meraviglie dello smart price, come a New York, ma tentando di riscrivere il terreno dell’offerta culturale e dell’offerta stessa. Qualcosa che dai movimenti di New York, dalle favelas venezuelane dilaghi (è il caso di auspicarlo) ovunque. Finalmente una sana globalizzazione, insomma.
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