Raccontare l’irraccontabile

di - 26 Gennaio 2017
A cominciare da Anna Maria Ortese e Gino Marotta fino a Elena Ferrante, da più di mezzo secolo Napoli è forse la città più amata dagli scrittori italiani. Per non parlare dei registi di cinema o di teatro: praticamente tutti i maggiori registi del nostro Paese hanno rivolto almeno una volta lo sguardo o l’obiettivo sul capoluogo campano, per raccontare la sua gente. Già, perché Napoli attira soprattutto per i napoletani, considerati imprescindibili dai luoghi della Neapolis, quasi ne fossero corpo vivo, sangue e carne, membra e voci, gesti e odori.
Gian Maria Tosatti invece ha interpretato Napoli come una ghost town, un luogo di spettri, fantasmi e memorie, invitandoci a partecipare – rigorosamente in solitario – ad un viaggio in sette tappe, attraverso luoghi vuoti, abbandonati, senza grida o risate, né pianti e tragedie, ma tutto giocato esclusivamente sull’evocazione.
Eppure, nel silenzio di chiese barocche e magazzini portuali, palazzi gentilizi e abitazioni popolari, ospedali militari e fabbriche in disuso, aggirandoci tra cataste di legna e mucchi di polvere, finestre spalancate e muri pericolanti, scaloni di marmo e soffitti sventrati, imbattendoci in pochi oggetti ma carichi di senso e memoria, frammenti di vite estinte o attivatori di epoche perdute e lontane, non siamo mai stati soli. La dolorosa meraviglia che ci accoglieva dietro ad ogni spigolo sbrecciato si riempiva di suggestioni, passate e presenti, e le mura si animavano di immagini lette, viste o vissute: i protagonisti di Natale in casa Cupiello, Il mare non bagna Napoli, l’Amore Molesto o l’Intervallo si affacciavano da un balcone, comparivano in un salone o si inseguivano in un corridoio, mescolandosi in perfetta armonia  con le suggestioni dettate dall’artista, da Lucifero a Santa Teresa d’Avila, Albert Camus o Curzio Malaparte.
Ogni stagione dello spirito si tramutava in un’esperienza, e come in una sorta di percorso iniziatico, o girone dantesco, lo sguardo si affinava a cogliere un dettaglio, un frammento: il volo basso di un canarino, il bagliore di una parete dorata, lo scaffale roso dal tempo, una caffettiera su un fornello, la pagina fitta di parole su un quaderno. Ogni oggetto era un attivatore formidabile di storie, versi, parole, immagini e suoni che riempivano le architetture silenti e sventrate, quasi una metafora di un’Italia sfinita, ormai incapace di produrre energie, ma condannata ad una lenta e splendida agonia.
Nella Napoli di Tosatti si incontrano la Roma caciarona del Pasticciaccio di Gadda e la Palermo decadente del Gattopardo, la Firenze austera e provinciale del Metello di Pratolini e la Urbino ventosa di Volponi: le anime di cento città riassunte in un itinerario epico e simbolico sul magnifico e tragico declino del Bel Paese, dove la forza d’animo, il coraggio e la qualità sono ormai appannaggio esclusivo delle pietre. Loro e solo loro sembrano le custodi millenarie di un genius loci che rivive nella grandezza perduta delle rovine contemporanee, ignorato dalla frettolosa superficialità delle giovani generazioni, dall’occhio inchiodato e condannato agli schermi di smartphone e ipad.
Nell’ultima stazione, che l’artista ha intitolato Terra dell’ultimo cielo, ambientata nelle sale luminose del convento della Santissima Trinità delle Monache, Tosatti ha indicato una possibile via di salvezza nell’armonia tra uomo, natura e spiritualità, dando vita ad una sorta di rifugio celato dietro le pompose apparenze: una dimora aerea e inaccessibile dove camminare con estrema cautela, per evitare di ferirsi corpo e anima. E non è certo un caso che l’incipit della mostra “Sette Stagioni dello Spirito”, aperta fino al 30 marzo al museo Madre e curata da Eugenio Viola con attenta e misurata discrezione, sia stato affidato a Joseph Beuys, l’artista internazionale che più di ogni altro ha amato l’energia tellurica di Napoli: La Rivoluzione siamo noi è un invito a concepire l’arte come visione responsabile, che in Tosatti si è reificata in un racconto audace e maestoso, gestito con minimale e poetica essenzialità, che poteva essere indotto solo da un’estrema consapevolezza e da un’indiscutibile talento.
Ludovico Pratesi

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