Aniela Preston, Impending doom, 2024. Courtesy of L.U.P.O.
Siamo da L.U.P.O. (acronimo di Lorenzelli Upcoming Project Organization, spazio espositivo per artisti emergenti in Corso Buenos Aires, a Milano) per la prima personale italiana di Aniela Preston: Cheaper than therapy. La giovane artista inglese, nata a Coventry nel 1998, ha esposto a Londra nel 2023 in numerose collettive, tra le quali ricordiamo Figure this (I) e Figure this (II) presso la Sarah Kravitz Gallery, Hunting the Dawn da Liliya Gallery e RBA Rising Stars alla Royal Overseas League. Entrando nella galleria con sede in Porta Venezia veniamo circondati dalle tele della pittrice che, ad una ad una, ci introducono nella sua personalissima prospettiva.
Per la sua prima mostra italiana, da L.U.P.O., Preston presenta un corpus di opere tanto enigmatiche quanto magnetiche. Se l’utilizzo della vernice acrilica fa apparire i dipinti estremamente luminosi, chiari e leggibili nell’insieme, sono invece i soggetti raffigurati che li rendono altrettanto criptici. Tra questi uno in particolare cattura la nostra attenzione. Si intitola United Kingdom (2023), l’artista raffigura sé stessa tra un leone e un unicorno, inginocchiata in una sorta di pangeico giardino dell’Eden, circondato dai flutti. Se il leone nella letteratura classica, ci racconta lo storico dell’arte Micheal Pastureau, è il più forte delle bestie selvatiche – il rex bestiarum – per Preston l’animale, rappresentato lontano dal branco, simboleggia la tristezza segreta dell’indipendenza, una metafora della propria esperienza umana. Un leone solitario, che può essere considerato anche da alcuni come un malintenzionato, esiliato dal proprio branco, è in realtà catalizzatore dell’isolamento dato dal potere dell’autosufficenza. L’unicorno invece, tradizionalmente considerato simbolo di purezza (diventato tale perchè si pensava che si potesse attirare utilizzando come “esca” una vergine), riflesso nello specchio tenuto in mano dall’artista nell’opera, rappresenta la vulnerabilità e lo sconforto della pittrice causato dal genocidio ecologico perpetrato dalla specie di quest’ultima, l’umanità.
Nelle sue composizioni sono molto frequenti le auto-rappresentazioni dell’artista che dipinge i suoi doppelgängers come osservatori silenziosi, testimoni della sua personale consapevolezza, ulteriormente rafforzata dalle vesti esagerate che indossa, altra metafora visiva della cultura ultraconsumistica odierna. Ricordiamo però che nelle sue tele, fondendo il miniaturismo medievale e la texture rinascimentale con l’eccentrica estetica surreal-metafisica, Aniela Preston non cerca una risposta ma insinua un dubbio. Chi osserva le sue opere si ritrova catapultato in una dimensione altra in cui fantasia e realtà si confondono per creare uno spazio mentale in cui, rinunciando alle roccaforti della sensibilità e del controllo, il giudizio si annulla e si arrende alla superiorità dell’ inconscio sulla ragione.
Nei suoi Capricci, Preston ci fornisce solo degli elementi, sta noi decidere se trovarci un senso oppure no; per dirlo con le sue parole, l’opera «non deve necessariamente avere un senso», continua poi, «probabilmente è meglio che non lo abbia».
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