Esaurita la parte ufficiale degli opening la direzione della Mostra di Architettura ha attirato su di sé numerosi commenti, anche durissimi (Décevante Biennale de Venise, Le Monde, 10 settembre 2006, Frédéric Edelmann). Ma la Biennale non si è consumata interamente attraverso l’impostazione e le modalità di gestione di Richard Burdett. Anche se, naturalmente, l’architetto britannico ha rivestito l’inevitabile ruolo di parafulmine mediatico anche perché la frammentazione di contenuti e personaggi presentati ha ridotto le dimensioni degli altri possibili bersagli. Difficile però rintracciare responsabilità della direzione nella superficialità di alcune partecipazioni nazionali.
Il padiglione statunitense interpreta la grande scala proposta da Burdett con taglio catastrofista. Oggetto dell’attenzione è la New Orleans del dopo Katrina. Perplessità già dal titolo: Dopo l’inondazione: ricostruire su un terreno più alto, ovviamente si fa riferimento ad un livello di natura qualitativa, ma manca l’ironia per giustificare questa banalità di fronte alle 2500 vittime, ai sei milioni di persone coinvolte, agli effetti economici ed ambientali a lungo termine prodotti dall’uragano nell’agosto 2005.
I tentacoli di un qualche mostro marino accolgono i visitatori di questa esposizione. Lo studio Anderson Anderson Architecture propone una colorata spugna tentacolare dalle capacità assorbenti in grado di dilatarsi se bagnata per offrire resistenza all’avanzamento dell’acqua in caso di inondazione.
Il morbido oggetto ha avuto un qualche successo, data la monotonia del panorama circostante. “Il progetto vuole armonizzarsi col naturale flusso e riflusso dell’acqua invece che opporvi resistenza”.
All’interno del padiglione la prevedibile graficizzazione statistica di dati relativi alla violenza dell’espisodio fa da anteprima alla presentazione delle applicazioni ad un concorso promosso da Architectural Record in collaborazione con la facoltà di architettura di Tulane. L’ampia partecipazione di studenti giustifica il basso livello dei progetti; non sappiamo se il bando orientava in qualche modo i concorrenti ma sono in mostra diverse cataste di container piuttosto grossolane. Tra i container appare l’altro oggettino colorato dell’esposizione (oltretutto capace di ballonzolare e dunque la sequenza di flash attorno è stata inevitabile). L’idea geniale di un modulo abitativo su due livelli bene ancorato al terreno capace di fluttuare su nuove eventuali inondazioni e di ridisporsi, con una casualità considerata come positiva, a deflusso delle acque avvenuto. L’immagine evocativa del galleggiamento al chiaro di luna completava appunto un modellino capace appunto di far oscillare tre dozzine di cubetti di plastica bianca. Fuori luogo e presuntuoso, buono forse per ospitare le riserve dell’isola dei famosi. Appena meglio i progetti della prima fase della gara promossa da Global Green USA e Brad Pitt (sic) che propongono soluzioni abitative sostenibili per New Orleans.
Perfetto il capannello di telecamere attorno ai cubetti galleggianti, rilassante dondolarsi sulla spugna tentacoliforme. L’attenzione verso questa bigiotteria va però filtrata. Questi super gadget non hanno nulla a che fare con un’esposizione di architettura. Non offrono soluzioni concrete, non aprono linee di ricerca e, nel caso in questione, risultavano se non offensivi almeno gravemente superficiali. Paccottiglia da comunicazione veloce.
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