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fino al 20.VII.2007
Il fregio di Giulio Aristide Sartorio
Roma, Montecitorio

Nelle intenzioni di Giulio Aristide Sartorio, il Fregio nell’aula della Camera doveva ricordare ai ministri e ai deputati “che troppo spesso seggono disattenti e immemori” le vicende e il destino degli italiani. Torna a splendere dopo un lungo e faticoso restauro l’opera più nota di un artista tutto da rivalutare…

Roma, Piazza del Parlamento, 15 maggio 2007. Sala del Mappamondo gremita di giornalisti. Pochi sanno realmente di chi si parli, malgrado i comunicati stampa giunti nelle redazioni da qualche settimana. Fu infatti sottovalutato o assente in diversi manuali di storia dell’arte perché, da contemporaneo delle avanguardie storiche, firmò il Manifesto degli intellettuali del fascismo (1925). Oggi viene presentato con istituzionale e sussiegoso rispetto da Bertinotti e Rutelli per il restauro del suo monumentale capo d’opera, il fregio dipinto (1908-1912) della Camera dei Deputati.
È Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), uno dei maltrattati artisti italiani del primo Novecento. Accusato di enfasi patriottica, degenere estetismo decadente (illustrò opere del Vate) e molto altro. A lungo ignorato dalla critica, molto fortunato in vita e apprezzato da colti estimatori, oggi capitanati da un entusiasta Renato Miracco, curatore dell’esposizione monografica del 2006 e della mostra in corso.
Nelle intenzioni di Sartorio il Fregio dell’Aula dell’architetto Ernesto Basile, manifestava ai ministri e ai deputati “che troppo spesso seggono disattenti e immemori” le vicende e il destino degli italiani. Per riuscire al meglio nell’onorevole impresa l’artista tornò a Londra, per studiare gli immortali marmi del Partenone e i Trionfi di Mantegna, svenduti ad Albione dagli impoveriti paesi d’origine. Noi abbiamo serie difficoltà a figurarci concretamente le Virtù civili degli Italiani, rappresentate nelle ispirate personificazioni di Fede, Forma, Ardire, Giustizia, Fortezza e Costanza. Ma lui ebbe l’allora grato compito di elaborare uno stile nazionale. Il suo Risorgimento voleva essere la continuazione del Rinascimento. Nel rispetto della statura artistica alfin ri-conosciutagli, ci pare che le sue magistrali coreografie sceniche restino abbastanza esasperate. E molti di coloro che lo conoscevano nonostante l’oblio generale, continueranno a preferirlo come paesaggista.
Giulio Aristide Sartorio mentre dipinge il Fregio alla Camera
Nonostante il suo “linguaggio mitico” sia definito “abusato” dallo stesso Miracco, il mercato collezionistico ha sostenuto Sartorio (con valori monetari a dimensione italiana) percependo il suo collegamento con la pittura di paesaggio europea, da Constable e Turner, e col decadentismo, non solo dannunziano. Negli stessi decenni dell’attività giovanile e matura di Sartorio furono attivi i grandi decoratori dell’architettura eclettica internazionale, nei Musei di Berlino, Londra, Vienna, Monaco e Amsterdam. È l’ora del rispetto dunque anche per la nostra arte coeva e parallela all’ammirata e carissima Art Nouveau di Austria, Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna.
Le condizioni di conservazione delle tele (tempere cerose) erano critiche: l’80% dello strato pittorico e preparatorio si era distaccato dal supporto, anche a causa degli spessori irregolari (da velature sottili a impasti di alcuni centimetri, direttamente spremuti dal tubetto). Era in situ solo grazie all’azione meccanica tra frammento e frammento. Il fregio è stato smontato, utilizzando ponti modulari con pedane autosollevanti, calati dall’alto, per essere poi trasportato in laboratorio (appalto e progetto esecutivo Picalarga, ponteggi SAFI, 3 milioni di euro IVA inclusa).
Monumentali, ottimizzati e fonte di orgoglio modi e tempi di esecuzione, sia per dipingerlo che per restaurarlo. A tappe forzate per Sartorio, come per Luciano Marchetti (responsabile in qualità di Direttore Regionale del Lazio), per i restauratori e per tutti i tecnici coinvolti. Alla progettista e direttrice dei lavori, l’Arch. Paola Santilli è spettato l’arduo compito di coordinare i molti cicli di lavorazione contemporanei, a 20 metri di altezza. Restauratori e tecnici specializzati sono stati attivi in parallelo per la preventiva velinatura di tutta la superficie, per lo smontaggio e il trasporto, per la separazione indolore delle 50 tele componenti il fregio continuo (metri 105x 3,73) e la loro collocazione in un deposito provvisorio dentro il Transatlantico, in apposite casseforme protettive. Alla Soprintendente Rossella Vodret (SBSA Lazio), col suo staff, e al Prof. Gianluigi Colalucci la direzione e responsabilità per il restauro storico-artistico, condotto da un’Associazione Temporanea di Imprese (Conservazione e Restauro di G.Colalucci e D.Bartoletti, Bartoli Restauro e Ricerca, C.Bernardini), curiosamente assenti (ci si è dimenticati di invitarli?) nel giorno della presentazione ufficiale del loro impegnativo lavoro. In laboratorio, per far riaderire la pittura al supporto di tela industriale, hanno fatto ricorso ad appositi tavoli ad infrarossi e a bassa pressione, largamente utilizzati all’estero per la pittura dell’ultimo secolo.
Sartorio imparò a disegnare dal nonno e dal padre.
Un
Di quest’ultimo ricordava con angoscia (“due scultori affittarono mio padre”) quanto lavorò per opere firmate da altri, ma integralmente realizzate da lui, malgrado l’artrite lo avesse costretto a letto per metà della sua vita attiva. Ammaestrato da tali sfortunati esempi, coniugò presto due anime: una Art Nouveau e l’altra anti-accademica, con l’adesione al gruppo In arte libertas (1890, con Nino Costa) e l’attività coi XXV della Campagna Romana (dal 1904, con Coleman, Carlandi, Raggio).
Dei difficili inizi ricordava che “imperava la peggiore delle massonerie artistiche”. Dopo molte frequentazioni ed attività intellettuali, tra 1902 e 1912, aveva definitivamente imboccato la via del successo, legato soprattutto ai grandi lavori di decorazione.
Prima del Fregio della Camera, per il cui affidamento non gli furono risparmiate polemiche, aveva già realizzato i Fregi per le Biennali veneziane (1905 e 1907) e il Fregio del Lazio per l’Esposizione di Milano (1906). Le sue tempere sulla campagna laziale e le paludi pontine, esposte a Venezia nel 1914, furono una “risposta italiana” alla pittura en plein air dei francesi e alle sperimentazioni delle avanguardie. Per noi del XXI secolo, che attraversiamo le vie consolari tra abusi di ogni genere, sono anche un’involontaria memoria pre-ambientalista.
Spietata la sua oggettività nelle opere sulla Prima Guerra Mondiale (27 lavori alla Galleria d’Arte Moderna di Milano), cui partecipò da volontario, come tanti colleghi austriaci e ungheresi, dall’altro lato delle trincee. Morì intossicato dai suoi colori preferiti, minio e biacca, dopo una vita felice e fortunata.
Rimossa la miope etichetta di artista provinciale che ne condizionò la percezione, appare oggi anche un critico di levatura internazionale, consapevole della necessità di un riscatto culturale dell’arte italiana “apprezzata assai meno di quanto valga” a causa dell’inadeguata promozione. Anche ora, malgrado Sartorio vendesse moltissimo all’estero, la sua “internazionalizzazione” è l’obiettivo dichiarato di Miracco, l’unico curatore italiano del MoMA, promotore anche di un ambizioso progetto di esportazione dell’arte italiana a New York e negli Stati Uniti.

laura traversi


dal 15 maggio al 20 luglio 2007 - Il fregio di Giulio Aristide Sartorio
Palazzo Montecitorio - Camera Dei Deputati, Piazza Di Monte Citorio (00186)
www.camera.it – a cura di Renato Miracco


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