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GLI ULTIMI 10 INTERVENTI IN TUTTI I BLOG
 
Tsunami Sushi


Tokyo. Baburu. Pioggia sporca. Kenzo Tange. la Yakuza. Mai dire Banzai. Holly e Benji. Tadao Ando. gli allevamenti di carpe bianche e rosse. Tetsuya Okabe. il corno d'oro sul cubo nero di Stark. i treni a levitazione magnetica. il maledetto maestro di judo alle elementari. Takesci Kitano. Karaoke. Lost in Translation. Ryokan Shigetsu. Sakata. Sushi. Tsunami. Manga. Antonio Inoki. Mila e Shiro. il mio primo orologio al quarzo. Sake. Arigatò. il te verde. i coltelli con lama di ceramica. Tempura. il tatami su cui dormo. Totoro. Pizzicato Five. l'enorme vasca di legno del bagno sul tetto. Kenzo. Giorgetto Giugiaro che spiega come si costruiscono le auto in Giappone. gli acquerelli con l'onda. Akira Kurosawa. la collina dei ciliegi in fiore. Nori. Totò-san. il Tetris. la carta di riso. la zuppa di miso. Anime. le mascherine mediche sulla faccia della gente. Ginza. Memorie di una geisha. Toshiro Mifune. il Suzu' di Ciccio. il Ninja di Ste'. gli ideogrammi. il tatuaggio di Olivia. Makio Hasuike. il kimono. i lottatori di Sumo. le porte scorrevoli. Wasabi. Asakusa Kaminarimon. il rumore assordante dei pachinko. Kill Bill vol.1. Bonsai. il saluto con l'inchino. le tipe con le gambe storte. le tipe con le gambe storte che camminano su quelle ridicole scarpe col tacchetto. Noodle. gli uomini seri in giacca e cravatta. tempio Sensoji. la civiltà. il silenzio. la poesia delle pietre. Ueno. Tamagotchi. Goldrake. la città elettrica. i tombini con i fiori. i fiori. Bouzouki. l'acciaio temprato. Lupin III. Margò. Ryuichi Sakamoto. Bambù. Sashimi. le mappe stradali. l'Istituto di Cultura Italiano. Arata Isozaki. Kappabashi Dogugai Dori. le auto elettriche. i capelli colorati. i pupazzi. il mio esprimermi a gesti. il sorriso della gente solo quando mi esprimo a gesti. Katana. il divieto di fumare per strada. l'assenza di cestini per i rifiuti. le strade pulite. Origami. Futon. Kenji. i dolcetti di riso. le ciotole....Tokyo Tokyo Tokyo.



di Ricky
visita il blog ricky a zonzo

 
A Torino nasce il Museo della Magia


L’idea è del trasformista Arturo Brachetti, torinese, che ambisce a emulare le analoghe realtà esistenti a Parigi, Los Angeles e Blois.

 

L’attore-illusionista ha già ottenuto la disponibilità dei finanziamenti dalla presidente della Regione Piemonte e dell’area dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino.

 

Il progetto prevede la trasformazione in teatrino di una chiesa sconsacrata nel centro della città, la realizzazione di un vero e proprio museo nelle relative sacrestie, e l’utilizzo del giardino attualmente abbandonato che circonda la costruzione con l’installazione di un treno a vapore e di una struttura tipo tendone circolare da circo per gli spettacoli estivi all’aperto. La gestione sarà affidata al Circolo degli Amici della Magia.



Per la Presidente (uscente) della Regione Piemonte  Bresso, che ha voluto la conferenza stampa di presentazione nella sede del suo comitato elettorale, si tratta di “un’iniziativa originale, molto attraente, frizzante e soprattutto facilmente realizzabile”. Se rieletta, la presidente intende farla partire entro i primi cento giorni del nuovo mandato.


CONSIDERAZIONI

Dopo la crisi industriale degli anni Novanta, Torino si è “reinventata” città della cultura. Rinnovando Musei, riaprendone di chiusi come la GAM ed altri ancora costruiti ex novo.


(A fine 2008, quando la disastrata situazione del bilancio Comunale  aveva già imposto una serie di tagli che ha colpito anche gli eventi culturali, la Città ha inaugurato il "Mao" ( Museo di Arte Orientale) la cui realizzazione è costata 14.244.174,95 euro, dei quali più di 11 finanziati direttamente dal Comune di Torino.

Se si considera che i ricavi conseguiti nel 2009, relativi agli ingressi dei paganti, ammontano ad  329.334 euro è evidente che per rientrare dei costi sostenuti per la sua realizzazione il Comune dovrà attendere almeno 43 anni e che il Museo di Arte Orientale rappresenterà un costo per un’intera generazione di torinesi).

Torino dopo i giochi olimpici invernali del 2006  ha  funzionato da vetrina, dimostrandosi ospitale e accogliente per gli stranieri, ma dimenticandosi che per “scattare in avanti” è necessario produrre cultura e intensità creativa.

Sembra assurdo che una ex-chiesa, con una sua architettura particolare, venga adibita a “teatrino e museo” del magico, ad attività futili e comiche e che il volume di un edificio sacro non sia neanche adatto a queste attivita', che ad esempio richiedono stanze multiple e riscaldamento continuo d'inverno.
Penso che, trasformare una ex-chiesa in spazio per l’arte, sarebbe stata una soluzione dignitosa per gli artisti della Provincia che non hanno alcun spazio a  Torino.

Purtroppo ci sono decisioni, come questa, maturata dall’egocentrismo di fondo della “zarina” Bresso, che diventa "spot elettorale" e spendibile per l’istituzione…

Ovviamente ai cittadini non è  dato sapere su quale esigenza si basi  “l’iniziativa originale e molto frizzante” della magia bianca e nera.

Come un comitato d’affari, discutono e tramano di spazi, finanziamenti e poltrone in luoghi segreti, alla gente non resta che prenderne atto....






di "Nel poeta e nell'artista c'è l'infinito."
visita il blog VOCAZIONE VAGABONDO

 
A new Anthropic Mechanism

A new Anthropic Mechanism



The human body is often at the center of work by Tim Hawkinson. A Body in connection with Technics and Nature, under the sign of a new Anthropic Mechanism. His installations have the flavor of a Renaissance Wunderkammer, the bodies expand as fractals, emotions are effects of running machines.

Source: Wikipedia, X-tra

di Marina Faggioli
visita il blog Orbis Pictus

scritto 16/03/2010 22.04.23 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: tim hawkinson anthropic mechanism mechanism fractals body bodies
 
Urban Camouflage




Urban Camouflage is a project of Sabina Keric and  Yvonne Bayer.

Urban Camouflage deals with the question how to camouflage oneself and one’s identity in the commercial space. The costumes are inspired by «ghillie suits», the camouflage suits of snipers and hunters.

Identity in the commercial spaces? Perhaps even identity of the consumer ...

Source: Urban Camouflage


di Marina Faggioli
visita il blog Orbis Pictus

scritto 16/03/2010 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: urban camouflage sabina keric yvonne bayer
 
CSI: Che Straordinaria Invenzione!

Il logo di CSI:Crime Scene Investigation

Se c'è una cosa che detesto, sono questo tipo di articoli, e i correlati libri. Soprattutto quando riguardano cose che mi appassionano, come appunto CSI:Crime Scene Investigation - l'originale, insomma, quello ambientato a Las Vegas. Voglio dire, non è che noi che guardiamo CSI siamo dei deficienti che non ce ne accorgiamo che Sarah Sidle e Catherine Willows si presentano puntualmente davanti a cadaveri mantecati da formiche bavose - e chissà quanto puzzolenti, se fossero veri - come se stessero andando alla notte degli Oscar. Ma ci rendiamo anche conto - se no non saremmo così patiti - che le licenze narrative oggetto di tanta derisione nascono dall'esigenza di impregnare il lavoro di una significazione altra. Se no che si fa a fare la fiction, che è spettacolo? Bastava fare un documentario e finiva lì. In realtà, dietro lo spunto dato, come ci informa Wikipedia, dal fatto che Las Vegas sia la città con più delitti negli Stati Uniti, nonché l'indubbio valore narrativo di un plot infarcito di indagini e smascheramenti, sta il fatto che agli sceneggiatori i cosiddetti gli fumano e grazie a questo sono riusciti ad individuare delle tematiche di riflessione, ispirate da una situazione che nasce da dati concreti, che possono essere definite senza tema di smentita davvero non qualsiasi. (E adesso facciamo felice Caliandro tirando fuori l'ennesima elucubrazione filosofica sull'ennesima produzione sci-fi televisiva americana...) Intanto, è evidente che se c'è un riferimento continuo e che potrebbe diventare quasi banale, ma che qui banale non è, è quello alla morte. Un assioma televisivo, per chi non lo sapesse, è che della morte sul piccolo schermo non bisogna parlare mai. Fa scappare gli spettatori. E a volte nemmeno sul grande schermo: non mi ricordo chi, ma qualcuno disse che nei western - che di ammazzamenti ne vedono tanti - i morti non pesano. Ora, è chiaro che per certi versi i morti non pesano neanche in CSI: chi avrebbe mai voglia di vedere un telefilm - perdonatemi il termine così arcaico - che toglie al popolo la voglia di scendere dal letto la mattina? E tuttavia la genialità di produttori e sceneggiatori ha fatto in modo che quello che esce dalla porta  rientri dalla finestra: così, se è vero che in CSI i morti non pesano, e la morte è vista col sereno distacco e a volte anche lo humor funereo del coroner, quello che pesa è tutto un portato esistenziale e concettuale di prim'ordine; un portato che chi si occupa di analizzare il sublime come categoria dello spirito conosce bene. Infatti la presenza della morte nella coscienza dell'essere umano è ciò che gli ha permesso di conquistarsi un'identità in quanto tale, con tutte le conseguenze del caso (nonché di assurgere appunto alla dimensione del sublime: ma questo è un altro discorso). E sulla nozione di identità - e sulla sua mancanza - la serie propone un gioco di rimandi interessantissimo. Intanto Las Vegas: città da sempre priva di un'identità, con uno skyline dove si possono riconoscere in sequenza la torre Eiffel, il campanile di San Marco e svariati americanissimi grattacieli. Città che oltre a non avere un'identità non ha neanche tanto senso, visto che è nata artificialmente in mezzo al deserto dall'idea di uno, un tal Busby Qualcosa, che voleva metter su il paradiso del gioco d'azzardo. Proprio per questo, però, è uno sfondo perfetto per inserire dei personaggi il cui lavoro è dar senso ad un evento e recuperare l'identità della causa prima di questo stesso evento, in questo caso l'assassino. Ed è una necessità intrinseca di tutta questa 'costruzione eidetica' totalmente fondata sul Thanatos e nulla o quasi avente a che fare con l'Eros (fateci caso: avete mai visto una delle protagoniste con indosso una gonna invece dei pantaloni?), per usare due poli freudiani, quella di un'estrema estetizzazione dell'immagine, che va dal trucco perfetto di Sarah e Catherine ad inquadrature assolutamente ineccepibili nel loro impianto squisitamente calligrafico. E non è che non si veda dal telefilm quanto il lavoro di rilevamento delle prove sia noiosissimo, ma è chiaro che diventa un aspetto irrilevante per quelle che sono le suddette impostazioni narrative. Insomma, il problema è che chi fa il mestiere del  forensic forse è davvero l'ultima persona in grado di giudicare opportunamente simili produzioni, perché poi, proprio per il carico di esperienza e vita vissuta che si porta dietro, gli è difficile fare i dovuti distinguo fra realtà e verità.


di Valeria Silvestri
visita il blog Meditazioni Cartesiane

scritto 14/03/2010 17.31.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: csi: crime scene investigation las vegas sci-fi sarah sidle catherine willows
 
Marzo a Torino

Blank guardando il video di Ludovica Carbotta

Passeggiata primaverile a Torino iniziata alla Gam dove sono in corsa tre eventi, il primo “Keep Your Seat: Stai Al Tuo Posto” un percorso fra design e arte, sul quotidiano oggetto della sedia. Mostra ben allestita e con interessanti abbinamenti fra elementi funzionali ed estetici. Molto utili i pannelli informativi e delicata la piccola sezione sulle intense opere di Chen Zhen. Al piano interrato una mostra che inizia col filmato di Alain Resnais “Tutta la memoria del mondo”, da cui il titolo dell’evento, e prosegue in un percorso di archiviazione e indagine, in un fascino inquietate sull’accumulo e sul racconto. Molto piacevole la zona dedicata al lavoro di James Beckett che del mondo produttivo industriale è un attento osservatore. Più storica e visiva la raccolta di disegni di Enrico Gamba proposti nella sezione Wunderkammer. 


Dedicata alla recente storia la bella mostra “Torino sperimentale” alla Sala Bolaffi, in cui la città giustamente ricorda un particolare momento in cui il presente artistico fu ricco e stimolante, e di cui ancora oggi pare sentirsi il dinamismo e l’onda culturale. 

In via Mazzini Guido Costa propone una bella mostra con il residuo della performance del Reverendo Ethan Acres, giocata con un sagace equilibrio fra il trash e una profondata emotività. Accompagnano l’evento documentato con un interessate video, alcuni bei pezzi di precedenti progetti.


Tentano di essere internazionali molte delle proposte delle gallerie più note della realtà contemporanea, come la proposta di Sonia Rosso con Annika Strom che presenta una serie di opere in bianco e nero e tre brevi video proiezioni, rapidi attimi di una quotidianità sognante. 

Accanto, al terzo intervento presso gli spazi della Galleria Franco Noero, l'artista Rob Pruitt presenta iPaintings in cui alle immagini fotografiche si sovrappongono interventi pittorici oltre ad alcune opere di valore scultoreo. 

Alla Galleria Soffiantino un delicato e poetico Josh Tonsfeldt che usa le percezioni quotidiane per il suo intervento creativo sottile ed architettonico. 

Nel pomeriggio di sabato scorso, in Torino sono state avviate diverse proposte, una al Blank, prima di una breve rassegna sulle nuove energie giovanili torinesi, che ospita un intervento di Alis/Filliol dal titolo “Paesaggi a scavare”, a cui ieri è  seguita Ludovica Carbotta e vedrà Cosimo Veneziano impegnato il prossimo giovedì. Questa iniziativa è molto preziosa, in quanto rare le occasioni private di apertura al territorio locale, che sempre disponibile all’accoglienza raramente trova sviluppo del suo dinamismo. 

La Galleria Glance ha inaugurato una mostra con le nuove opere digitali di John F. Simon e l’associazione Barriera con Artegiovane ha invitato Maria Domenica Rapicavoli che propone il progetto “Zero gradi di separazione” sulla realtà e percezione del vivere a Corleone, evento curato da Claudio Cravero.



di d;o)
visita il blog doattime

scritto 14/03/2010 12.24.54 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico
 
DONNE Y - SPAZIO TILT - CORMONS (UD)

DONNE Y a TILT - CORMONS (GO)

 

Si inaugura  allo spazio TILT di Cormons  venerdì 12 marzo alle ore 18, la mostra

“Y – diventa ciò che sei”, organizzata da Spazio TILT e LABò.

 

Espongono 7 artiste: Bibi  AGOSTO, Letizia  BELLINI, Rosa BERNAL, Emanuela BIANCUZZI, Chiara BONELLI, Elena GRIMAZ, Susanna PAVAN.

 

 

I lavori comprendono opere  video, grafica, installazioni, fotografia.  I temi sono vari e focalizzano le direzioni di una  ricerca espressiva condotta da artiste aperte al contemporaneo, consapevoli delle problematiche relative al ruolo del femminile nella società odierna.

 

 

La mostra sarà visitabile dal venerdì alla domenica dalle 15.00 alle 20.00 dal 12 al 21 marzo.

 

Nell’ambito della manifestazione sabato 20 marzo , alle ore 18, la psicologa fiorentina Ezia Palma presenterà il suo libro “La stanza della sabbia – un caso di sandplay therapy” .

L’autrice è psicoterapeuta  analista di formazione jungiana ed è un membro dell’Associaazione Italiana per la Sandplay Therapy, un particolare metodo analitico ideato da Dora Kalff, allieva di Jung e in seguito  perfezionato dal figlio Martin Kalff.

La terapia della sabbia rappresenta una forma di intervento dedicata soprattutto, ma non solo, ai bambini,  perché basata sul gioco, tuttavia molti sono i collegamenti che rimandano alla sfera creativa e all’espressione artistica in coerenza con la teorizzazione della psiche secondo Jung.

 

 

 

NOTE  sulle  artiste Y a TILT 

 

 

Letizia Bellini

 

Una specie di cocciutissimo gioco di bimba.

Ma è l’affermazione di un riconoscimento.

Letizia costruisce le sue “bambole” assemblando ritagli provenienti da espressioni di glamour estremo, le patinate riviste di moda e le preziose decorazioni di Klimt. Nascono entrambe da una proiezione astratta del corpo trasformato in materiale da decorazione.  Lei, direi, insiste, anche deturpando, anche cercando una specie di tridimensionalità.

Le esperienze della sua formazione sembravano indirizzare la sua ricerca da tutt’altra parte ma, come lei dice:

“…ma ero acerba e lontana da quella dimensione femminile che ho scoperto intorno ai 25 anni, quando finalmente mi sono sentita meno arrabbiata e combattiva, più vicina alle figure della mia famiglia, mia madre, mia nonna. Penso faccia parte di un ciclo naturale, un sentimento che si collega alla maturità e al senso materno”.

 

 Rosa Bernal

 

Fluidità è la caratteristica saliente della linea di Rosa.

Una linea  che procede alta sulle cose,  rabdomanticamente  cercando nel vuoto, nella memoria, nel passato.

Sul cartone riciclato, materiale anch’esso con una sua memoria che usa come supporto, si depositano le tracce grafiche delle sue esplorazioni .

Attraversano  incertezze e stereotipie pur di inseguire suggestioni  lontane sia nel tempo che nel cuore.

Visitano le zone “morbide” della  psiche dove si annidano miti e focolai di passioni.

“C’è un noi stessi nel corpo”  afferma Rosa mentre  ricerca parentele di forma, con l’ambiente, con gli esseri.

Colori sedimentati, come  pervasi da un’inerzia, come offuscati dalla nostalgia.

 

 Susanna Pavan

 

 “…come le linee

delle pavimentazioni o le crepe sui muri, ma anche i solchi lasciati

dalle ruote nel terreno morbido in cui spesso mi perdo!”

Alla ricerca di una preziosa essenzialità, Susanna si dedica alla costruzione di forme usando ago e filo, vincolata a un’ esigenza di chiarezza  o forse di eleganza.

Sembra sospinta da un desiderio di svolta esistenziale,  l’applicazione di un criterio selettivo che non influenza solo la sua attività artistica.

 

“la scelta del materiale da lavorare è suscettibile al momento che

vivo...in questo periodo cerco pace e ideologia nella leggerezza del

filo che si pone come un racconto, una trama che parla dei misteri del

nascere e dello svilupparsi delle forme, un ricamo che mi porta alla

meditazione del percorso da fare...”

 

Ma, conoscendosi,  aspetta al varco le sue ambizioni,  manifestando con una certa ironia  il prevalere di una specie di atteggiamento contemplativo,  nei confronti della natura che la ispira.

 

“l'unica vera ambizione è la possibilità di perdermi in

tranquillità tra i pulviscoli.

il mio limite coincide con la mia ambizione, mi perdo tra i pulviscoli”.

 

 

Bibi Agosto

 

I lavori di Bibi Agosto propongono brani di realtà costruita o “accudita” con un delicato distacco. Eléna si staglia con movenze da danzatrice, racconta la sua storia,  manifestandosi come forma e come identità.

     In Cantimuti la poetica mimica dei volti senza suono si impone come fosse una scoperta.

Francis, che l’artista aveva presentato alla rassegna Sticeboris nel 2007, è il ritratto di un abitante di Pavia, un poeta friulano in un angolo di campagna, disarmato e cocciutamente solitario come i matti. Francis declama le sue liriche dal sapore vagamente apocalittico dietro a uno strano microfono. Il friulano dolce della bassa  si spande per la campagna, ma suona estraneo alla sua stessa terra. Le riprese e l’ambientazione sembrano attribuire al poeta un ruolo da  “benandant”, il  protagonista delle battaglie notturne contro i demoni. Ma si tratta di un benandant privo di orpelli fascinosi, solo con la sua nuda e cruda radice.

 

Altre opere  video  di Bibi Agosto si trovano nel sito www.vimeo.com .

 

 Elena Grimaz

 

 “SENTI . MENTALE – dieci, undici, dodici… non so, stazioni

aeree

dimensioni: variabili

installazione di diversi lavori-elementi secondo la

modalità di n.stazioni aeree

Presenterò a Y in un’unica stazione-capolinea punto a

capo, le seguenti æssenze…

momenti di stazione (una sorta di sospensione, un luogo

di confine...) :  sentimentaltro”

 

Già nel linguaggio frammentato e in un qualche modo “lirico” che usa nel descrivere il progetto,  Elena procede  per individuazione di elementi di uno scenario o di una visione che è già, come immagine completa , nella sua mente.  La libertà con cui accoglie le manifestazioni del suo sentire profondo e lo straordinario lavoro a cui si sottomette per realizzare l’installazione,  personalmente mi segnalano la presenza  di tenacia e necessità. Tenacia e Necessità.

 

“æssenza è una percezione, una norma del sentire.

æssenze sono pelli, panni non indossabili.

Æ è un suono che funziona per ciò che è nello stesso

tempo assente e presente, sta a significare la

coesistenza dell’ assenza e dell’essenza(intesa come

presenza)”

 

Resti/avanzi/rifiuti di  scene tra-scorse, di drammi consumati.

Gioco melanconico, sceneggiate (o solo scenografie?) ad uso domestico, misteri “passivi” , statici,  che recano contenuti emblematici , da tragedia greca.

 

 Emanuela Biancuzzi

 

Adrenalinica,  donna di temperamento,  animata da un rigore misterioso,  per fortuna applicato al bene. Innocenza armata,  dicevo di lei , vale ancora.

Si concentra sempre sul tema animalista, ma dal lato della vendetta. I suoi nervi reclamano un tributo di immaginazione sadica, per sopportare la lettura di “Ecocidio di Jeremy Rifkin” ,  progetta un’opera “germinale” perché è solo una parte di una catena di smontaggio.  Appunti visivi di immagini ossessive che stanno prendendo la forma di una coreografia, come da sempre le riesce spontaneo fare. La forza delle sue visioni viene da un profondo senso di identificazione col dolore degli animali, perché, come dice:

“Ovviamente non li considero degli "elementi" e neanche  come una parte importante della mia vita... Sono la mia stessa esistenza”.

E “Sotterranea, invasiva e pervasiva”  è  la dimensione  in cui agisce.

 

 

Chiara Bonelli

Trovo,  tra le fotografie di Chiara pubblicate sul sito www.premioceleste.it ,  quello che mi sembra un riferimento al bondage, così definito in Wikipedia:

“Partendo dal light bondage, ovverosia il legare solo mani e/o piedi, si arriva a forme di annodamento complete, in cui si impedisce ogni movimento alla persona legata (in gergo sub) e sottomessa ("mummification"), o addirittura impedendogli ogni contatto col terreno ("suspension")-

In alcune forme il bondage si è trasformato, dalla pratica sessuale che era e rimane, una forma d'arte apprezzata in fotografia e nelle pitture, soprattutto in Giappone.”

Certo un’indagine nell’oscurità delle pulsioni estreme, la sua.

Il sangue,  evocato nelle sue opere,  non lascia dubbi.  La misura della radicalità del suo discorso non riesco a coglierla ancora, tuttavia vorrei dare rilievo a queste frasi,  molto indicative,  tratte dalle  sue risposte:

“La fotografia è solo il mezzo con cui mostro ciò che ho bisogno di mostrare.

Farmi sentire da tutti.

Essere capace ad essere felice senza abbandonare la malinconia.

Di diffidenza, perché sono tanti che non hanno voglia di pensare e provare a capire."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



di da personalizzare
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Cesare Nardi «Undated»

Video YouTube



Nell'arte si narrano molteplici storie di solitudine. Quelle raccontate da Cesare Nardi riguardano gli edifici senza vita e senza tempo. Forme e volumi attraenti, tra figurazione ed astrazione, superfici dipinte caratterizzate dall'assenza dell'uomo e dalla predilezione di figure e particolari opachi non immediatamente riconoscibili.

 



di Gaspar Alayza
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Un semplice "Manifesto Poetico"

Raffaella Rossi - NO VIOLENCE- Fotografia digitale/Poesia Visiva - 2009 - Istituto d’Istruzione Superiore di Spilimbergo (Pordenone)

A volte nella mia “mente” osservo delle immagini mai viste e delle parole mai sentite che, durante l’oblio dalla mia vita “terrena”, fuoriescono velocemente dallo spirito. Le parole sono sospese su colori che spesso rievocano alla memoria determinati momenti vissuti e allo stesso tempo mai vissuti, celati nella mia memoria e venuti fuori solo nell’attimo in cui cerco di farli evadere. Le parole possono muoversi e contemporaneamente sostare: nelle parole in movimento leggo solo lo scorrere del tempo passato e immagini viste, nelle parole statiche trovo immagini mai viste che sono comunque in grado di “disegnare” grazie a colori e lettere che suscitano in me qualcosa di noto e conosciuto. Queste parole le ho sempre definite “poesia”, non curandomi del vero significato della parola. Scrivere poesie è sempre stata per me la chiave di vita, un modo per scavare nell’acqua, un’impresa dunque ardua ma involontariamente molto spontanea. La spontaneità sta nella semplicità dovuta al saper raccogliere e decifrare i codici che la mia memoria, ribadisco –nello scorcio dell’oblio terreno- mi dona quotidianamente. E’ tutto informe anche quando è possibile codificare una forma! Le forme possono essere materiali; le parole nonostante la fisicità, per me restano sempre informi ed è per questo motivo che penetrare nel seno di una poesia non è sempre facile. Da circa due anni cerco di lavorare anche sui corpi, sul mio corpo, attraverso la poesia, ed è naturale per me -per le questioni sopra scritte- partorire poesie con colori e immagini che io ho definito “poesie visive” senza conoscere esattamente il senso, pur studiando altri artisti di questa categoria; ma volendo concepire il visivo come qualcosa attinente agli organi visivi, penso che non sia scorretto indicare la mia arte in questa categoria. Semplicità, pura semplicità: colori e lettere che raccontano o comunicano le “sensazioni” e le emozioni che io vedo, spesso alla base della vita di tutti. In fondo non mi preoccupo di fare le cose ad alti livelli, la verità, la mia in questo caso, sta nel decifrare i miei sensi e nella semplicità di immortalarli su pagine colorate, con lettere che assumono forme e si modellano a secondo del loro significato. L’Arte deve essere un modo per sollevare il mondo e distillare “la corruzione”. L’arte è donna come la poesia, e ogni donna ha bisogno di essere sé stessa nella sua genuinità e mistero. Non è detto che nella semplicità non vi sia enigma e profondità da scoprire.. certo con la mia arte non intendo creare nulla di incomprensibile, anzi mi piace affrontare tematiche alla portata di tutti, perchè ho sempre creduto nell'importanza dell'arte nella nostra societa, composta da diverse culture. Oggi si festeggia la giornata internazionale della donna e io intendo fare gli auguri all’arte con la speranza che ogni artista aggiunga una tarsia colorata al grande mosaico chiamato mondo. Per l'occasione ho inserito un mio lavoro contro la violenza sulle donne "No violence"; sui denti corre una piccola iscrizione "Don't darken it"..........

Raffaella Rossi


di Raffaella Rossi
visita il blog L'ARTE E LE SUE FORME

 
Mana lagoon

Somewhere over the rainbow, way up high 

There's a land that I heard of, once in a lullaby 

Somewhere over the rainbow, skies are blue 

And the dreams that you dare to dream 

Really do come true


... qualche metro al di sotto la sommità della collina hanno piantumato poche conifere, nel sole del primo pomeriggio emanano un forte odore di resina che riporta la memoria lontana. Oltre la linea di confine disegnata dall'infrangersi delle onde sul reef, oltre la sagoma delle isole vicine, oltre i mesi trascorsi e i luoghi visti. Solo l'odore di quei pochi alberi nascosti riesce ad agire sulle emozioni della mia memoria. Niente d'altro a Mana Island ha un contatto con la mia realtà. Dicono che sia un'isola magica, non lo so.

Quando appena sbarcato ho incrociato lo sguardo di Bosko, la mia faccia ed i miei occhi dicevano: -Non mi rompere i coglioni.- 

La sua faccia, nera come la notte da fottuto fijiano cotto dal sole, diceva: -Aspetta e fidati fottuto bianco ignorante.- Si potrebbe definire il Bosko una sorta di animatore del Mana Island backpackers resort. Si potrebbe, se si fosse a corto di fantasia. Si potrebbe anche definire quella baracca costruita sulla sabbia un resort, ma di fantasia bisognerebbe averne una carretta. Tra il dormitorio per saccopelisti e il villiaggio fijiano di Mana Island la differenza consiste solo nel fatto che il primo è abitato da pallidi ragazzi giramondo e il secondo da incredibili personaggi che in quei pochi metri quadri di isola hanno un mondo. A parte le due chiese in mattoni di cemento e la scuola di legno, la lamiera ondulata è l'unico materiale da costruzione presente nel villaggio. Nell'isola sulla punta ad ovest c'è anche un resort a cinque stelle per giapponesi, a fucking five stars, per dirla con le parole del Bosko, ma a guardarlo dalla sommità della collina sembra far parte di un'altra galassia tanto è stupidamente lontano dietro la sua rete di filo spinato. Il villaggio da lassù invece sembra quasi avere un ordine che di certo camminandoci in mezzo, tra i passaggi disegnati sulla sabbia e gli alberi abbattuti dall'ultimo ciclone, non si avverte. 

A Fiji di isole ce ne sono qualcuna più di trecento, alcune solo piccoli atolli corallini con il loro anello di sabbia bianca e le palme nel mezzo, altre solo coni di roccia invivibile, poche più grandi montagnose e verdi. Le Mamanuca guardano ad ovest, Mana è la più esterna. Ha la forma di un boomerang con la baia rivolta a sud. Oltre c'è solo la linea bianca intermittente delle onde sul reef, magnetica, poi l'Oceano aperto senza soste fino al Polo. Il punto di geografia mi hanno aiutato a comprenderlo Bosko e Suey. Seduti su un mottarozzo di corallo tritato che spunta nel mare aperto come un piccolo neo sulla pelle. Mi ha detto: "Vieni con noi, portiamo i ragazzi a fare snorkeling." Anche a lui non d'essere parso vero di poter fare quattro chiacchere con qualcuno più o meno della sua età. L'età del Bosko in verità è assolutamente indefinibile, ma i ragazzi con i quali ha a che fare generalmente sono poco più che ventenni. Lui di venti anni ne ha vissuti chissà quanti, praticamente tutti su quell'isola. Le rughe che scendono dal naso leggermente schiacciato sono fonde come valli, metà dei denti se li è giocati da parecchio, ma quando sorride sembra un adolescente. Sorride sempre. Tutti sorridono continuamente a Mana. Sulla lavagna della scuola avventista c'è scritto: "Jesù si preoccupa di te". Appunto se c'è già lui che si preoccupa, è inutile farlo in due. All'esterno delle baracche, dai fuochi sotto le pentole si alza spesso il fumo dei gusci di cocco, nelle pentole cuoce riso e latte di cocco. Se hai fame sali sulla palma e stacchi un cocco. Un motivo per cantare e sorridere lo trovi sempre, come un cocco. Davanti agli occhi hai la più incredibile quantità di blu immaginabili e dentro l'anima chissà che cosa. 

Mana Island si trova esattamente sulla linea di confine che separa Paradiso ed Inferno. 

Ogni cosa ha il suo esatto opposto. Le bottiglie di plastica sono ovunque, come i sacchetti e i cocci di bottiglia. Pezzi di ferro ruggine spuntano dalla sabbia, cumuli di immondizie bruciate negli avvallamenti. I grandi alberi abbattuti dal ciclone vengono bruciati pezzo pezzo direttamente sul posto. L'indolenza di questa gente è sconvolgente, esattamente come l'allegria. La natura a dir poco generosa può diventare devastante come quando è arrivato Tsunami, che ha cambiato anche le correnti nel mare oltre ad aver distrutto enormi quantità di corallo e immagino ogni baracca. La gentilezza e l'affabilità si scontrano con un aspetto burbero e tradizioni a dir poco bellicose. Paradiso sulla spiaggia e Inferno appena dietro, tra il rumore dei generatori che bruciano petrolio o negli sguardi un po' persi di chi beve troppa Kava. Tritano la radice di arbusti che crescono naturali sull'isola grande, poi con la polvere ottenuta preparano un infuso a freddo che può essere rilassante o dando retta alle loro antiche tradizioni vagamente magico, sempre secondo quantità. Se ne abusi, come tutto, abbruttisce. Al mercato di Nadi praticamente non vendono altro.

Bosko, Suey e Fredy non ne bevono. Solo birra, soprattutto la domenica. "La domenica è il fottuto giorno in cui parlo con Dio e bevo birra, dammi ancora una sigaretta fottuto italiano". Un solo bicchiere sul tavolo, Fredy lo gestisce. Versa poco più che un sorso di birra e me lo porge, poi agli altri due e lui per ultimo. Ogni pochi minuti un giro. Tutto il fottuto pomeriggio seduti a guardare l'oceano, parlando poco. Una bottiglia dopo l'altra. Un sorso dopo l'altro. Fottuto Fiji style.   

La sera prima Fredy ha ballato con Soffi e soprattutto con il fuoco nelle tradizionali danze del benvenuto e della guerra. Credevo si trattasse di un classico intrattenimento per turisti, un po' sfigato come nello stile del Mana resort, che di stelle ha solo l'infinito numero di quelle che stanno in cielo. Credevo, fino a che come nugoli di zanzare non sono apparsi i bimbi e i ragazzi del villaggio. Tutti a guardare ed imitare il Fredy che danzava. L'energia che è esplosa in quel momento è indescrivibile. Anche al Bosko si illuminano gli occhi ogni volta che batte una manona sulla spalla di Fredy per ricordarlo, visibilmente felice. "Fottuta grande serata ieri, amico mio". Poi rivolto a me: "Credimi Ricardo, come ieri sera è raro, dammi ancora una sigaretta". Sia una consuetudine o una rarità non lo saprò fino a che non ci torno, in ogni caso quei minuti passati a rincorre i bimbi, a parlare con i più grandi, ad ammirare le poche non ancora mamme, mi hanno ricaricato come ad un fottuto cellulare scarico. Ho capito che per loro quel ballo antico con movimenti affascinanti carichi di significato, ma al ritmo re-mixato quasi da house music è qualcosa che un fottuto turista può solo osservare incantato. Impossibile comprendere quella voglia di cantare e muoversi. Impossibile non farsene contagiare. 

Immagini suoni e colori che mi rimarranno impressi nella memoria per sempre. 

Vinaka dina, fucking Bosko.


Da qualche parte sopra l'arcobaleno

C'é un paese di cui ho sentito parlare in una ninna nanna

Da qualche parte sopra l'arcobaleno i cieli sono blu e

i sogni che osi sognare veramente diventano realtà



di Ricky
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