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Klat

   
 L’editoria, d’arte e non solo, attraversa un momentaccio? La carta è destinata a soccombere? Chi l’ha detto, invece, che non si possa fare di necessità virtù? E portare la voglia di dialogo su cellulosa, immaginando un magazine che pubblica solo interviste? Ne abbiamo parlato con Paolo Priolo, direttore di Klat... Marco Enrico Giacomelli 
 
pubblicato venerdì 12 marzo 2010
Negli ultimi anni sono stati pubblicati parecchi libri che raccolgono interviste, in particolare di critici che dialogano con artisti. Almeno in quest’ambito, la figura di Obrist ha fatto scuola, a quanto pare. Insomma, lui ha codificato un “genere”. Non c’è però il rischio di abdicare alla funzione critica?
Il presupposto di una critica fondata è la conoscenza approfondita dell’opera e dell’autore, e l’intervista è lo strumento meno dogmatico e più diretto per conoscere le ragioni dell’autore e il significato dell’opera. Senza questo sapere non c’è spazio per una critica seria e ragionata. Klat vuole fornire questo sapere ai propri lettori e, quindi, favorire il loro spirito critico. Klat trasmette un sapere sotto forma di dialogo serrato, trascinante.

Facciamo un salto indietro negli anni: andiamo fino a Interview di Andy Warhol. Quanto influisce quella pionieristica esperienza su Klat?
Interview è stata un’esperienza straordinaria quando è nata, alla fine degli anni ‘60: ha rivoluzionato il concetto di celebrità in rapporto ai media e ha pubblicato interviste indimenticabili. Rappresenta una best practice nella storia del mercato editoriale e come tale rimane un punto di riferimento per tutti gli editori, soprattutto per chi pubblica un magazine fatto di sole interviste. Il rapporto fra Interview e Klat, però, si ferma qua. Oggi la celebrità è diffusa e trasversale, serpeggia ovunque, come lo stesso Warhol aveva profetizzato, e un progetto editoriale che nascesse con la sola idea di ruotare attorno alla fama e alla celebrità sarebbe superato. Il vero ispiratore di Klat è la Rete, la conversazione febbrile e permanente che tutti i giorni si consuma su social network come Facebook e Twitter, sui blog, nel web in generale. Internet ha fatto esplodere un desiderio irrefrenabile di interagire, conversare, condividere, generando un flusso vitale, effimero e frammentario di emozioni e informazioni. Klat ha interpretato quel desiderio in forma più rigorosa, più organica.
Lo stand di Klat ad Arte Fiera 2010
A proposito, che significa il nome della testata?

Klat è Talk letto al contrario: un chiaro riferimento alla conversazione e alla voglia di giocare con un nuovo alfabeto, un nuovo modo di parlare e conversare, a new way of talking. Per noi Klat è già un verbo: to klat. Let’s klat together!

Le vostre sono interviste non soltanto con artisti, ma pure con architetti e designer. Ci sono differenze d’approccio? Cambia qualcosa oppure il timone lo tiene sempre chi ha in mano lo strumento della domanda?
No, non vedo sostanziali differenze d’approccio. A fare la differenza è la volontà che ha l’intervistato di mettersi in gioco, raccontandosi e raccontando il suo lavoro, e l’abilità del giornalista che fa le domande, la sua curiosità, la sua capacità di ascoltare e di obiettare.

Nel momento in cui parliamo state per andare in stampa col #02. Trimestrali, con testi in italiano e inglese, una distribuzione “ricercata” e un prezzo di nove euri. Come sta procedendo l’impresa?
Bene, abbiamo riscosso un successo inaspettato in termini di vendite sul primo numero e ci stiamo avvicinando ai 2mila fan su Facebook, dopo soli 5 mesi di vita!
Klat #1
Il numero in edicola contiene le interviste a Rosa Barba, Maurizio Cattelan, Lara Favaretto, Michael Fliri, Martino Gamper, Konstantin Grcic, Jeffrey Inaba e Sergio Vega. Qualche anticipazione sul prossimo...

Faccio quattro nomi: John Maeda, Shirin Neshat, Walter Niedermayr, Maarten Baas.

a cura di marco enrico giacomelli

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 64. Te l’eri perso? Abbonati!



Info: www.klatmagazine.com

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