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La misura dello spazio
(contrasto 2010)

   
 Il dibattito sui modi di esprimere la nozione di architettura attraverso la fotografia. La presentazione del libro alla Festa dell’Architettura romana. Uno spaccato della professione di comunicare lo spazio...  alessandro iazeolla 
 
pubblicato
Comunicare l’architettura attraverso la fotografia equivale all’espressione di un’arte attraverso un’arte. Questo temerario spingersi in un intricato labirinto di linguaggi costituisce il soggetto del volume La misura dello spazio: un ampio dibattito a distanza fra alcuni protagonisti della fotografia italiana tessuto lungo il filo conduttore degli interrogativi posti da Maria Letizia Gagliardi, docente presso la facoltà d’ingegneria all’Università di Udine.
Il libro si presenta nella forma di una raccolta d’interviste, una discussione potenziale, latente come un’immagine su pellicola. Durante la lettura si può immaginare il dialogo tra i protagonisti prestando attenzione ai differenti atteggiamenti manifestati da ogni interlocutore in ordine a temi comuni. Ed è un confronto che si esplicita in occasione della presentazione dell’opera in seno alla Festa dell’Architettura, prendendo vita attraverso le parole di Marco Introini, Moreno Maggi e Marco Zanta, tre dei protagonisti interpellati. È la riprova di come non sia possibile proporre una soluzione definitiva a problematiche che sfuggono ogni tentativo di stabile collocazione in una struttura condivisa.
Il taglio dato da ciascuno al proprio lavoro è determinato da approcci assolutamente individuali e legati alle singole personalità, esperienze e formazioni. A questa variabilità nell’impostazione della fotografia, che riserva l’ampio margine di movimento proprio dei sistemi labili, si contrappone il progetto editoriale di Contrasto: solido, geometrico, isostatico, che si manifesta come un organismo architettonico perfettamente strutturato in tre sezioni in cui sono ospitate 26 interviste di 18 domande ciascuna.
Duccio Malagamba - Città della giustizia in costruzione - Barcellona
Maria Letizia Gagliardi vuole sgombrare subito il campo da ogni tassonomia di genere e si sbarazza già nell’introduzione della categoria “fotografia di architettura”, binomio che assembla in effetti entità interdipendenti in cui l’architettura ha bisogno della fotografia per comunicare se stessa e la fotografia usa l’architettura per comunicare il proprio messaggio.

Non è più dunque “fotografia di architettura”, ma piuttosto forse “fotografia nell’architettura” per definirne l’influenza e il ruolo. Tanto che Giò Ponti nel ’32 arriverà a scrivere su Domus: “L’aberrazione fotografica è gran parte del nostro apprendere visivo”.
Ecco allora che al cospetto dell’architettura la fotografia assume alternativamente il compito di documentazione o di interpretazione. La discriminante, secondo Maggi, è insita nella destinazione funzionale della fotografia, laddove essa diventa strumento essenziale all’architetto o al committente per mostrare al meglio un’opera. Lorenzo Mussi ricorda lo “stile documentario” già teorizzato da Walker Evans negli anni ’30, mentre altri intervistati scompaginano i termini di questa dicotomia introducendo definizioni autonome: secondo Francesco Jodice la fotografia è “narrazione”, secondo Italo Zanniertrascrizione”, “traduzione”.
Gianni Berengo Gardin - Nuovo porto di Genova - 1988
Definizioni diverse che non possono tuttavia sfuggire al valore ultimo della fotografia d’architettura: la relazione instaurata con il suo referente, con l’opera dell’ingegno. Relazione d’impatto culturale e comunicativo: “Senza la fotografia, l’architettura moderna non sarebbe mai stata accettata
”, scrive l’architetto Philip Morton Shand nel ’34. Impossibile allora non richiamare alla mente anche Walter Benjamin quando nel ‘35 definisce la ricezione dell’opera d’arte attraverso il duplice aspetto del suo valore culturale ed espositivo.
Quando l’uomo scompare del tutto nella fotografia, lasciando vuoto lo scenario architettonico, il valore espositivo diventa nettamente superiore a quello culturale. Le strade deserte di Parigi riprese da Eugene Atget agli inizi del secolo scorso sembrano il luogo di un delitto che viene fotografato per cercare degli indizi. Queste immagini sono attestazioni del processo storico e costituiscono la conferma tangibile del noema enunciato da Roland Barthes: “È stato. Ciò che io vedo si trovava lì, in quel luogo che si estende tra l’infinito ed il soggetto”.

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alessandro iazeolla

la rubrica libri è diretta da marco enrico giacomelli


Maria Letizia Gagliardi - La misura dello spazio. Fotografia e architettura: conversazioni con i protagonisti
Contrasto, Roma 2010
Pagg. 303, € 21,90
ISBN 9788869652240
Info: la scheda dell’editore

[exibart]

 


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