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Io a Roma, tra Lao-Tzu e Buddha

   
 Parla H.H. Lim, artista sino-malese romano d’adozione. Ci racconta la sua idea dell’arte contro lo star system, e un po’ anche contro critici, curatori e galleristi
  
 
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«Il mio lavoro è fondato sugli happening. Le performance hanno bisogno di prove, l’happening invece ammette la casualità. Il caso aggiunge valore all’opera. Mi piace questa imprevedibilità che spesso rende i miei progetti più interessanti di quanto li avessi immaginati. Ciò che succede in diretta è sempre bello. Io come artista mi assumo la responsabilità di ciò che avviene durante i miei happening». Spiega in questi termini il suo lavoro H.H. Lim, tra i protagonisti della mostra "Please come back. Il mondo come prigione” appena aperta al Maxxi e della Fòcara 2017, spettacolare falò alto oltre venticinque metri che annualmente la comunità di Novoli, nel leccese, eregge in omaggio a Sant’Antonio Abate. Invitato dal curatore Giacomo Zaza, insieme a Daniel Buren e Sislej Xhafa, l’artista cino-malese al termine della costruzione della Fòcara ha dato luogo al suo happening, La Via del Falò divino. Il titolo riecheggia il pensiero di Lao-Tzu a cui di frequente l’artista si riferisce riflettendo la sua cultura di origine. Gli abbiamo rivolto alcune domande per comprendere meglio la sua vicenda artistica. 

H.H. Lim, La via del falò divino

Sei arrivato a Roma giovanissimo, nel 1976, dalla nativa Malesia. Cosa ti ha spinto a questa scelta? Qual era - se c'era - l'immagine del nostro Paese nella tua terra?
«Sono arrivato in Italia per studiare all’Accademia di Belle Arti di Roma, dopo aver frequentato l’Accademia di Kuala Lumpur. L’Italia è il Paese di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello. Altri Paesi forse sono riusciti a farsi una migliore pubblicità, ma la grandezza dell’Italia è indiscutibile. Penso che un artista debba prima venire in Italia e poi andare altrove. L’Italia è meravigliosa per l’arte, per il teatro, per il cinema, per la cucina. Quando sono arrivato in Italia Roma era bellissima. Mi rattrista constatare che non è migliorata, anzi…  A Roma mi sono impegnato molto per promuovere l’attività  artistica. Ho aperto Edicola Notte, un luogo di riunione per gli artisti, per lo scambio e la condivisione di idee e pareri, che ho dovuto chiudere perché soffocato dai fast food». 
Quale immagine hai avuto di Roma in quegli anni?
«Erano anni fantastici, anni di pugno chiuso, di hippie, di on the road, di beat generation. Era una situazione creativa molto interessante. Ma secondo me ciò che rendeva meravigliosa Roma era lo stile di vita, il sorriso della gente, la loro simpatia, la cucina fatta da ristoranti a conduzione familiare. Oggi Roma invece è fuori controllo, i ristoranti familiari e le botteghe artigiane stanno cedendo il posto a fast food e supermarket. L’arte, la musica, il cinema, tutta la cultura in quegli anni ruotava attorno al modo di vivere dei romani e tutto era davvero bello. A Roma non ci si rende conto che lo stile di vita è un patrimonio da tutelare, è quello che si chiama living heritage».

H.H. Lim, La via del falò divino

Qual è il ruolo dell'artista oggi?
«È importante che gli artisti siano diversi. Pertanto il ruolo dell’artista è quello di raccontare la sua diversità senza essere influenzati dal cosiddetto art system. La storia dell’arte ci ha dimostrato che la grandezza è sempre stata nella diversità. Van Gogh, Gauguin, Modigliani erano profondamente diversi dagli altri. Gli artisti devono tenere duro e raccontare la loro personalità indipendentemente dal loro discorso, poco importa che sia d’impegno sociale o puramente estetico». 
In che momento della tua carriera hai capito che la tua ricerca e la tua arte iniziavano ad essere apprezzate e condivise? In altre parole quale ritieni sia lo snodo (o gli snodi) della tua carriera?
«Capisci di avercela fatta quando riesci a convincere anche una sola persona. Quella  persona ti sarà fedele e diffonderà il tuo lavoro convincendo altre persone e così via. Pensa a Lao Tzu ha fatto un solo libro e non è riuscito a convincere Confucio, eppure ha convinto i due suoi allievi che ne hanno diffuso il pensiero. Pensando all’arte, ritengo che non ci sia un modo preciso di convincere il pubblico, ma innanzitutto devi essere convinto tu del tuo lavoro, devi pensare che possa aspirare all’immortalità, devi trovare una formula per poter perpetrare le tue idee. È chiaro che c’è grande soddisfazione per un artista quando una sua mostra è vista da tanti visitatori. Ma è un piacere momentaneo. Solo le persone "fedeli” in realtà ti permettono di portare avanti la tua ricerca e di diffonderla. Per questo molti dei miei lavori vengono apprezzati solo a posteriori».

H.H. Lim, La via del falò divino

In una recente intervista hai dichiarato di "Noi artisti spesso ci siamo svenduti alle regole di critici, galleristi, curatori, ho capito invece che dovevo lottare e resistere solo in nome dell’arte". Puoi spiegarci meglio questa tua posizione?
«Quella dichiarazione si riferiva all’esperienza di Edicola Notte, minuscolo spazio espositivo nel cuore di Trastevere dove chiamavo ogni volta un artista diverso per un progetto specifico e che volevo diventasse uno spazio di condivisione ma anche un art space in cui far nascere i capolavori. Uno spazio in cui le regole del sistema non devono entrare e dove gli artisti devono solo concentrarsi sul fare arte. Tuttavia io non credo molto nello star system. Sei una star se riesci a convincere anche una sola persona. Io credo che le raccomandazioni nell’arte abbiano vita corta. È possibile che un artista sia raccomandato per due mostre, ma difficilmente troverai qualcuno che ti accompagni a vita. L’arte ti mette sempre alla prova. Non si può fare finta per sempre. Però voglio precisare che non sono contro il sistema, ma ritengo solo che l’importanza vada equilibrata tra tutte le componenti di quel sistema: artisti, critici, galleristi, pubblico».  
Cosa c'è della tua cultura d'origine nel tuo lavoro attuale?
«È tutto il mio bagaglio che rende me una persona diversa. Io consiglio sempre ai giovani artisti di viaggiare per trovare spunti per nuove riflessioni. Un tempo gli artisti erano meno di oggi. Nella contemporaneità il rischio è che gli artisti attuino le stesse riflessioni e raccontino la stessa storia. Viaggiare è un aspetto fondamentale per la carriera di un artista. Personalmente ritengo che la mia produzione artistica si basi su tre pilastri che in parte mi provengono proprio dalla mia cultura di origine: anarchia (che non è disordine ma autonomia) democrazia (Confucio), spiritualità (Buddha). Credo che questi tre aspetti siano fondamentali anche in arte».

H.H. Lim, La via del falò divino

Nel 2004 in una delle tue performance più note hai inchiodato la lingua al tavolo. Si tratta chiaramente di una rinuncia della parola. Ci spieghi meglio la nascita e il significato di quell'operazione?
«Quell’happening l’ho esposto per la prima volta alla Biennale di Tirana del 2005 curata da Hou Hanru. In quel periodo lavoravo ai word projects concentrandomi molto sui meccanismi della comunicazione. Ho anche realizzato un lavoro sul linguaggio dei sordomuti che ho presentato al Castello di Acaya in occasione della rassegna "Intramoenia” a cura di Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo. Il linguaggio gestuale mi affascinava perché era apparentemente privo di una grammatica e potenzialmente comprensibile da tutti. Parte da qui il significato dell’inchiodamento della lingua: ho voluto bloccare la parola per indurre ad utilizzare un linguaggio universale e azzerare le differenze e le incomprensioni linguistiche. Il mio obiettivo era alleviare le difficoltà della comunicazione. Inoltre quell’happening era anche un modo per mettere alla prova me stesso, la mia sopportazione del dolore, quest’ultimo inteso non solo in senso di resistenza ma anche di distanza tra mente e corpo».

H.H. Lim, The cage the bench and the luggage, MAXXI, 2017

Cosa ti ha affascinato della Fòcara e su quali aspetti verte la tua performance?
«Su una sedia è segnata la parola "La via” Con riferimento a Lao-Tzu. È la via che ti porta ad ogni obiettivo. "Via” è la parola più potente di tutte. La "Via” mi ha portato anche alla Fòcara che è e deve rimanere protagonista. La via del Falò divino – questo il titolo del mio happening pensato appositamente per il rito di Novoli – si è svolto attorno alla Fòcara senza compromettere la sua centralità. Ciò che mi interessava era riflettere sulla partecipazione, sulla comunione del rito. Quale aspetto della vita quotidiana esprime al meglio il senso di condivisione se non il mangiare insieme? Per questo ho pensato ad un pranzo con i costruttori della Fòcara. Il tutto si è svolto ai piedi del grande falò su un tavolo di fascine. Attorno al tavolo vi erano sedie di recupero, ma anche sedie appositamente realizzate con sedute in fusione di alluminio su cui ho inciso delle parole significanti. Al termine del pranzo abbiamo dato fuoco a tutto. È stato quello il mio gesto artistico e il mio omaggio alla Fòcara. Tutto si è bruciato, tranne le sedute in acciaio le quali, benché sciolte, sopravvivono a testimoniare l’idea, assicurando la sopravvivenza dell’arte. Nel fuoco per me è nato un figlio».

Carmelo Cipriani
 


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