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L’arte non ha la stessa velocità dell’economia

   
 A dirlo è Giovanni Rizzuto che oggi, 18 marzo, apre una nuova galleria a Palermo. Per trovarsi, condividere, far crescere una coscienza dell’arte
 marcello carriero 
 
L’arte non ha la stessa velocità dell’economia -
pubblicato

Proprio accanto alla chiesa medioevale di San Francesco d’Assisi Giovanni Rizzuto apre il suo nuovo spazio a Palermo. Rizzuto è dal 2009 un animatore culturale della scena siciliana con iniziative che coinvolgono la città di Palermo, ricordiamo, solo per fare due esempi "Interieur” mostra del ciclo "Düsseldorf-Palermo" nel 2014, a cura di Alessandro Pinto e Il prossimo progetto è "Le stanze d’Aragona – Pratiche pittoriche all’alba del nuovo millennio”, a cura di Andrea Bruciati e Helga Marsala che ha aperto gli spazi del Casina Favaloro all’arte contemporanea nel 2015. Ho rivolto alcune domande a Giovanni per una breve intervista alla vigilia dell’apertura della nuova galleria.

Allora Giovanni, inizia questa nuova avventura a Palermo. Quali sono le tue aspettative di giovane gallerista nella città che si prepara a diventare capitale della cultura nel 2018 e sede di Manifesta?

«Il motivo per cui ci siamo trasferiti da una zona residenziale al quartiere della Kalsa è quello di condividere maggiormente il nostro progetto culturale con la città di Palermo, con i cittadini. Non a caso abbiamo scelto questo quartiere antichissimo (era il centro fortificato della Palermo araba conquistato dai normanni nel XI Secolo) per scambiarci reciprocamente energia. Indubbiamente il fatto che Palermo sia stata nominata capitale della cultura 2018 nonché sede di Manifesta è un’opportunità sia per i galleristi, sia per gli artisti, insomma per tutti gli operatori culturali. Verosimilmente, il fatto che il prossimo anno potrebbe convergere il sistema dell’arte a Palermo appare come un’opportunità».

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Quale sarà, detto ciò, il programma della galleria?

«Sarà incentrato sul tema delle grandi migrazioni e dello scambio culturale, ma anche sulle problematiche ecologiche, ambientali, climatiche, dall’inquinamento alla coscienza del territorio. Il tema dei flussi migratori dell’Europa del Sud sarà affrontato non solo dagli artisti della galleria, ma attraverso collaborazioni sia con strutture culturali che con altri artisti. La galleria, per come è attualmente concepita, è votata alla relazione con lo spazio urbano e, quando parlavo di scambio energetico e condivisione, mi riferivo a progetti che si affiancano alla programmazione, come talk, incontri, ma anche attività che si intrecciano all’arte visiva, all’architettura, al design».

Io percepisco in questo spazio un calore raro nelle gallerie d’arte contemporanea, sarà forse per il fatto, come dicevi, della ubicazione? Sicuramente, già si percepisce qualcosa di diverso del semplice spazio espositivo.

«Credo moltissimo nel fatto che si debba dialogare di più, e la galleria la penso più come uno spazio da frequentare per condividere, scambiare, produrre idee e portare avanti un progetto e chissà, forse stilare persino un manifesto. Sembra che oggi non ci siano più artisti in grado di dialogare orizzontalmente con scrittori, musicisti, ma anche, per esempio con un parcheggiatore, con i cittadini. Insomma, mi piacerebbe che la galleria diventasse un luogo dove parlare e scambiare sogni e progetti con l’altro. Un luogo vivo anche oltre il giorno dell’inaugurazione».


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Non credi che la tua galleria in Piazza San Francesco a Palermo contribuisca, in un certo senso, al rinnovamento del rapporto tra centro e periferia d’Europa, intendo quel riposizionamento della Sicilia da zona eccentrica  a snodo di centralità geopolitica, ovvia a causa dei flussi migratori, meno scontata dal punto di vista della cultura contemporanea, insomma, Giovanni, non credi di proporre con il tuo spazio un modello capace di attivare questa centralità?

«C’è un parallelismo tra quello che dici e quello che sto facendo e che ho fatto. Il centro di cui parli è un centro attenzionato, un centro del Mediterraneo, ma anche il centro di un’Europa che io spero di vedere presto e che sostengo fortemente. Nell’Europa "a due velocità” non credo che l’arte abbia la stessa velocità dell’economia. Non è un vantaggio che ci sia una stessa velocità per l’arte e per la finanza. Nell’arte non si deve cedere alla fretta, pensa, solo per fare un esempio siciliano, a Giuseppe Tomasi di Lampedusa quanto c’ha messo a scrivere il Gattopardo, una vita! Il sistema dell’arte non può prescindere dal punto di vista relazionale dalla velocità delle transazioni e dei cambiamenti ma la produzione dell’arte, dell’opera d’arte ha il suo tempo che prescinde da queste relazioni. Sicuramente noi viviamo in un contesto che è collegato continuamente con il mondo contemporaneo, ma a me piace pensare che l’arte abbia la necessità di tempi diversi, più lenti o comunque necessari per far bene. Io non sto cercando un aumento di velocità in termini di frenesia del mercato, mi serve piuttosto un tempo per capire le cose, il fatto di stare in un’area pedonale mi fa apprezzare le cose in modo diverso. Quando andavo in macchina non mi accorgevo di alcuni particolari, la velocità che uso per le relazioni non la contemplo per il resto, mi piace pensare che dobbiamo prenderci il tempo necessario per vedere bene ciò che ci circonda».

Marcello Carriero 
 


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