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La cura in fieri

   
 Parlano Simone Frangi e Daniel Blanga Gubbay che con con Barbara Boninsegna sono al timone di Live Works
 roberta pucci 
 
La cura in fieri
pubblicato

Fies, indicativo futuro di Fio che in italiano assume accezioni diverse: accadere, avvenire, diventare, crescere, derivare, sorgere e riuscire. 
Tutto inizia da qui, anche Live Works, progetto nato con l’apertura verso il cambiamento, senza uno schema definito e chiuso, ma, come afferma Simone Frangi, curatore insieme a Daniel Blanga Gubbay e Barbara Boninsegna di Live Works vol 5: «la malleabilità del format Live Works è una priorità che ci siamo dati sin dal principio. Live Works non è nato come un modello chiuso, stabilito e permanente. Nell’arco delle prime 4 edizioni - svoltesi in seno ad un Festival già consolidato - abbiamo riscontrato che la dimensione della competition interna ai finalisti non era più pertinente al contesto e non aggiungeva nulla ad un formato che era già premiante in sé, grazie alla possibilità di portare gli artisti a lavorare qui e sviluppare con loro il progetto. Abbiamo deciso di riformulare la dimensione del premio e di spostarne il coefficiente non alla fine della residenza ma direttamente all’inizio del processo, iniziando a concepire tutti i finalisti come vincitori dando loro un premio che consiste nella possibilità di fare una prima residenza di produzione organizzata collettivamente; la possibilità di presentare il loro lavoro all’interno di un festival, con un budget e un team che li segue sotto vari punti di vista; e infine la proposta di poter tornare durante l’inverno per proseguire la ricerca iniziata con Live Works o iniziarne una nuova e mettere le basi per nuovi lavori. Per la quinta edizione di Live Works, l'idea era non tanto di annullare la dimensione del premio ma di renderla più complessa e articolata». 
La trasformazione non ha stravolto le metodologie con cui la residenza viene messa in atto, Live Works continua ad essere, oltre che un modello che supporta l’aspetto produttivo, una vera e propria Free School per gli artisti selezionati perché, come spiega Daniel Blanga Gubbay, nel tempo si è giunti alla consapevolezza che: «i momenti di riflessione e condivisione dell’opera sono funzionali alla pratica artistica di ognuno dei residenti». Ma due elementi sono cambiati, come sottolinea ancora Blanga Gubbay: «Togliere la competizione e trasformarlo in un programma di residenza ha permesso che artisti più strutturati – che forse non avrebbero partecipato a una dimensione di competizione – abbiano scelto di partecipare. È inoltre cambiato il ruolo di quella che, negli anni precedenti, era la giuria. Abbiamo deciso di mantenere l'idea di un board finale, un gruppo di professionisti di cui stimiamo il lavoro e la ricerca. Tuttavia non sono chiamati a giudicare i lavori, ma ad incontrare gli artisti e dare loro un feedback, restituendo loro visione fresca e indipendente sui lavori prodotti».

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Reading Session, foto Roberta Segata

Resta ambizione principale del programma, secondo Simone Frangi: : «indagare una serie di pratiche che non sono messe in atto esclusivamente dagli artisti, ma che necessitano di una serie di collaborazioni e alleanze con altri practitionners per emergere. ma è necessario per noi che ci sia un fondo di transdisciplinarietà concreta nelle pratiche che si sceglie di sostenere. Quello che ci diciamo sempre è che ci interessa sostenere il progetto o la pratica piuttosto che semplicemente l’artista, perché troviamo sia una cosa interessante spostare il cursore su una pratica in se. La conseguenza è quella di un’apertura abbastanza fluida verso il reale, quindi nel concepire una pratica non come un momento di sublimazione e di rappresentazione, di gioco, ma come un lavoro che è sempre in osmosi con l’attualità, con il contemporaneo e il contesto sociale e politico». «Gli artisti sono antenne del contemporaneo e quello che cerchiamo di fare durante la residenza è accompagnarli nel lavoro, - racconta Daniel Blanga Gubbay - cercando di sostenerli nella loro presa di rischio all'interno del lavoro».
Ma per quanto i progetti scelti rispecchino le tematiche del Festival, niente viene deciso a priori. Le urgenze di chi il festival lo cura e lo programma sono le stesse degli artisti. I dieci selezionati di quest’anno hanno un background di attivismo legato alla migrazione, al trasferimento, all’attraversamento di conflitto, alle questioni di genere, nessuno fa un lavoro che non sia in completa aderenza con la realtà.

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Studio visit, foto Roberta Segata

Tutto è in divenire ed accade in maniera spontanea, fissando solo alcuni paletti in fase di selezione dei progetti, come ad esempio l’importanza del progetto all’interno del percorso del singolo artista: «Ci interessa comprendere in quale punto della loro ricerca si pone il progetto presentato, quanto sia un momento nodale per la crescita di ognuno, e quanto può essere importante lavorare nella residenza. La scelta viene fatta dopo un’attenta analisi dei portfolio, e in seguito ad una sessione molto intensa di discussione diretta con gli artisti entrati nella shortlist, considerando anche di evitare di portare progetti non adatti al luogo, che funzionerebbero altrove, ma che potrebbero soffrire una fragilità maggiore se proposti qui». 
Da subito si dà il via ad un lavoro di squadra: la produzione viene informata già in fase di selezione delle criticità dei progetti. E poi il gruppo arriva a Fies. E come ci racconta Daniel: «la fase di residenza è quella più strutturata, che si avvale della collaborazione di molte professionalità. Gli artisti possono contare su una serie di sessioni di presentazione del lavoro a cui assistono, oltre che i curatori, tutti gli artisti, e in cui si discute dei dispositivi scelti, delle tematiche affrontate, in un momento di scambio e confronto. Altra fase importante sono le reading session durante le quali condividere un momento di lettura di un testo teorico che permetta di approfondire alcune questioni che circolano in diversi lavori ed evadere la dimensione spaziale della Centrale, approfittando dei luoghi naturali che la circondano, tra le rive del Sarca e le frane delle Marocche». 

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Alok Vaid-Menon Watching you / Watch me, foto Alessandro Sala

Interessante notare come tre differenti personalità e metodologie curatoriali distanti si raggiungano in un punto che è il punto da cui il lavoro con gli artisti parte, tutto questo per essere utili al loro percorso, perché dal confronto continuo, dall’apertura, dalla curiosità  e dal dubbio possono nascere grandi cose. 
Si va via da Centrale Fies con la sensazione di aver vissuto, attraverso le performance messe in scena dai 10 artisti, tutto lo spettro delle emozioni possibili. La vista di tanta bellezza, naturale e architettonica, la residenza e il lavoro a stretto contatto con curatori e artisti, hanno permesso ai vincitori del premio di realizzare dei progetti compiuti, modificandoli via via nella forma, riuscendo nell’obiettivo perseguito dai tre curatori: presentare dei giovani artisti che corrono un rischio e si mettono in discussione. E che raggiungono risultati ottimi, riuscendo tutti a controllare ogni elemento del lavoro proposto, a gestire la complessità dei linguaggi, dei dispositivi scelti, della narrazione e della messa in scena. 
Questa quinta edizione ha svelato un progetto maturo, e che per sua natura speriamo cambierà ancora, continuando ad accogliere la complessità e la fluidità dei nostri tempi. 

Roberta Pucci

 


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