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Arturo Martini e il Monumento per il Palazzo di Giustizia a Milano
Villa Necchi Campiglio, Milano

   
  jacqueline ceresoli 
 
Arturo Martini e il Monumento per il Palazzo di Giustizia a Milano - Villa Necchi Campiglio, Milano
pubblicato

Il Palazzo di Giustizia di Milano di Marcello Piacentini, retoriche a parte, è un gioiello di architettura d’impronta "fascista” anche nei suoi difetti, è uno scrigno di affreschi e sculture, arricchito dal monumento in marmo di Arturo Martini (Treviso 1889-Milano 1947), collocato nell’atrio al primo piano dal titolo solenne "Giustizia Corporativa”, o Giustizia Fascista come recita la grande epigrafe dell’opera in marmo realizzata nel 1937.
L’imponente altorilievo di cinque metri per cinque, ideata per il Tribunale, entrato nel cuore dei milanesi, nel bene e nel male, racconta le sue fasi di gestazione con una mostra ospitata a Villa Necchi Campiglio ( progettata tra il 1932 e il 1935 dall’architetto Piero Portaluppi per Angelo Camipiglio e le sorelle Necchi), incastonata in via Mozart,14 nel cuore di architetture Liberty e Déco milanesi, dal 2008 gestita e valorizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano.
Le fasi della genesi del monumento si comprendono con l’esposizione del bozzetto originale in gesso, due grandi altorilievi in gesso a grandezza naturale utilizzati come modelli per il gruppo degli "Intellettuali” e della "Famiglia” incorniciati in una "scatola” di legno a confronto con un bozzetto in bronzo del gruppo della "Famiglia” . Queste opere per la prima volta riuniti insieme in un contesto ideale, narrano passioni, passioni, ambizioni e valori patri dell’epoca.
Sono imperdibili una serie di fotografie che documentano il lavoro intorno al monumento, scattate sotto lo sguardo vigile di Marini per un libro con prefazione di Riccardo Bachelli, edito dal "Milione”. Osservando da vicino questi gessi, impressiona la severità della Giustizia, un donnone ieratico che " non guarda nessuno” e intorno s’intrecciano figure simboliche, come la Famiglia, la Dottrina , la Carità, la Vittoria, la Vanità, gli eroi, e altri personaggi di ordinaria umanità. L’opera si legge dall’alto verso il basso. C’è Bellafonte, che esibisce la testa mozza della Chimera, e tra gli altri gruppi, Martini da’ il meglio di sé nella figura del povero mendicante, immobilizzato nel momento in cui poggia la testa sulle ginocchia della Carità, che impietosita lo protegge dal freddo.

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Arturo Martini, Giustizia corporativa, particolare

Questa intelligente mostra ideata da Amedeo Porro, Paolo Baldacci e Nico Stringa, che rientra nel palinsesto di attività di Milano "Novecento Italiano”, è un presupposto per riannodare le fila del complesso e ambivalente rapporto di Martini con Milano, la città in cui visse dal 1919 alla fine del 1920 e poi dal 1933 al 1942, dove ha prodotto molte sculture pubbliche importanti distribuite in diversi luoghi della città. A Villa Necchi, nel 2009 scelta come location del film "Io sono l’amore” di Luca Gudagnino, Claudia Gian Ferrari (1946-2010), storica dell’arte, collezionista e appassionata studiosa degli artisti intorno a "Valori Plastici” degli anni Venti, nel 2008 ha lasciato la sua intera collezione dei capolavori del gruppo Novecento italiano coordinato da Margherita Sarfatti al FAI, e non tutti sanno che su quarantacinque pezzi donati prima della sua morte, quattro sono opere di Martini. Tra queste è indimenticabile L’amante morta, del 1921, esposta nella hall. Grazia e Paola Gian Ferrari, nel 2016, hanno donato al FAI l’Archivio di Arturo Martini, frutto dello scrupoloso studio di Claudia, impegnata più di mezzo secolo nella costante ricerca di sue opere originali, che ha riscoperto un corpus di gessi ritenuti perduti dello scultore, in una casa montana alle pendici del Monte Amiata, e ha smascherato falsari che negli anni ’70 e ’80 hanno invaso il mercato di copie di opere. Questa documentazione è preziosa e registra puntualmente l’attività della galleria Gian Ferrari in relazione all’opera di Arturo Martini, alla sua conoscenza e divulgazione, e anche da queste carte, il racconto della storia di come è stato realizzato il monumento marmoreo per il Tribunale milanese, ha preso forma in questa piccola mostra filologica, incentrata sulla lettura storico critica dell’attività di Martini, comprensiva di una mappa che indica dove si trovano le altre opere di un protagonista della scultura italiana. Martini è presente anche alla Fondazione Prada nell’ambito della mostra "Post-Zang Tumb Tuum” dedicato ai movimenti artistici tra le due guerre 1918-1943. Non tutti sanno che Martini modellava in creta e non scolpiva direttamente la pietra, lavoro che poi commissionava a figure "intermediarie” da lui dirette, e per la realizzazione della Giustizia Corporativa, data la mole, fu necessario escogitare una grandiosa opera di montaggio: un basamento a gradoni di legno sul quale venivano appoggiati e fissati i calchi in gesso delle colossali crete ad altezza umana.
È singolare notare come ogni gruppo, grazie a strutture e sostegni lignei retrostanti, veniva incastrato sul posto e il tutto "immobilizzato” da passaggi in gesso liquido su piedistalli a gradini, e poi chiuso da una cornice di legno gessato, quasi inscatolati. Questi blocchi di gesso di una solennità ipnotica, furono inviati a Carrara dove esperti marmisti, sotto il controllo e la direzione dello scultore, realizzarono l’opera in marmo, creando blocchi e incastri di pietra pronti per essere montati nell’atrio del Palazzo di Giustizia a Milano, avvenne nel 1940.

Jacqueline Ceresoli

www.villanecchicampiglio.it www.mostramartini.it

 


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