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L’intervista/ Claudio Angelini

   
 IL CORPO DEI “TEMPI INTERESSANTI”
Parla il direttore del Festival “crocevia” di Forlì, dedicato alle arti performative
 Leonardo Regano 
 
L’intervista/ Claudio Angelini
pubblicato

Ha debuttato questo week end a Forlì il Festival Ipercorpo, appuntamento dedicato alle arti performative che nella sua XVI edizione propone una riflessione sulla "Pratica quotidiana” intesa come ricerca e riscoperta dello spazio e del tempo vissuto, attraverso una reiterazione costante del gesto artistico come regola di indagine. Un festival che si presenta oggi profondamente rinnovato, aperto sempre di più alla dimensione urbana e agli scambi internazionali, attento a coniugare in una visione unica le arti e tutte le possibilità espressive in una nuova formula approntata da team curatoriale importante che coinvolge Mara Serina e Claudio Angelini con la collaborazione di Valentina Bravetti per il teatro e la danza; Davide Ferri e Francesca Bertazzoni per le arti visive; Davide Fabbri ed Elisa Gandini per la musica. Per l’occasione incontriamo Claudio Angelini, direttore del festival, che ci parla di questa nuova edizione, delle sue novità e del ruolo delle arti performative oggi. In attesa dei prossimi appuntamenti il 14 e 15 giugno.
Sedici edizioni e 14 anni di programmazione sanciscono il successo di Ipercorpo, qual è il suo segreto e come ha avuto inizio questa avventura? Cosa ha reso questo festival un appuntamento così importante nella ricca offerta già presente in Romagna? 
«Questa avventura comincia a Roma nel 2006, attraverso una chiamata dei Santasangre che volevano riunire alcuni gruppi della nuova scena italiana con orientamento alla ricerca. Oltre a noi, Città di Ebla, a Kollatino Underground c’erano gruppo nanou, Cosmesi e Offouro. Si replicò a Forlì in autunno dello stesso anno e in dicembre di nuovo a Roma con un tentativo di confronto generazionale (Motus, Artefatti, Masque e altri). L’idea era quella di un festival cangiante, organico, pronto a trasformarsi a seconda della compagnia che lo avrebbe ospitato e organizzato. Di fatto noi portiamo avanti quell’esperienza ancora oggi. Ipercorpo è divenuto un crocevia delle arti dal vivo con una presenza di operatori internazionali da varie parti d’Europa. Quest’anno apriremo una sezione per bambini, Ipercorpo Family, pensata come una grande festa di domenica pomeriggio. Nel suo piccolo formato lavorano da anni sei curatori, con specifiche competenze negli ambiti di intervento. Mi sembra un fatto singolare, non solo in Italia».

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Ipercorpo 2019, foto di Gianluca Camporesi

Parliamo del tema con il quale hai scelto di confrontarti: che valenza assume la pratica quotidiana in questo preciso contesto storico?
«Nell’epoca di affermazione definitiva della spettacolarizzazione continua, favorita dal fatto che ciascuno è ormai parte del mondo dei media, potremmo dire un single network, assistiamo a un flusso di piccoli o grandi eventi costantemente condivisi. Siamo in un tempo in cui persino la morte avviene in diretta streaming tutti i giorni, di fatto annullando la dimensione estrema dello snuff movie e paradossalmente rendendo tutto molto apatico.
Il quotidiano è tutto ciò che rimane fuori da questa dinamica perché apparentemente non ha nulla da offrire in termini di novità o evenemenzialità. Sembra non accadere nulla di così rilevante da essere inserito nella cloaca della comunicazione digitale. 
Dunque è proprio il quotidiano e la sua pratica che ci restituiscono un tempo e uno spazio veramente degni di essere scoperti, veramente sorprendenti. Parlerei di pratica quotidiana come esperienza di intimità realmente condivisa. Credo che, per esempio, frequentare assiduamente teatri, cinema, mostre, sale da concerto abbia a che fare con questo».
Nel tuo statement citi il cambiamento, come condizione del nostro tempo. In che forma questa condizione influenza anche l’arte?
«Dal momento che siamo in un’epoca che, avendo strumenti tecnologici e infrastrutturali avanzati, cambia con estrema rapidità, c’è tutto un pensiero che guarda alla capacità di stare nel cambiamento, adattandosi alla rapidità, come l’unica strada percorribile.
Direi che l’arte è in grado di darci chiavi di lettura più articolate e dunque preziose sul nostro tempo e sugli interrogativi che l’esistente ci lancia. Mi piace davvero pensarla come Gerhard Richter che scrive: Ora che non ci sono più preti e filosofi gli artisti sono diventati le persone più importanti del mondo».

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Ipercorpo 2019, foto di Gianluca Camporesi

Parli anche di interruzione della pratica come distrazione, un errore comune in questo momento storico. Credi che oggi ci sia una mancanza cronica di disciplina alla quale dobbiamo arrenderci? 
«Si, credo che sia un pericolo reale perché l’interruzione o la distrazione sistematica non posso permettere lo sviluppo di un pensiero e di una azione complessi. Possono solo obbligarci a reazioni immediate. Dunque tutti i luoghi e i tempi costruiti per contrastare questi atteggiamenti sono preziosi. Credo che piccole strategie nel quotidiano possano restituirci, come ho già detto, spazi di intimità, e dunque di ricerca, che è necessario continuare a frequentare».
Qual è oggi il ruolo delle arti performative? 
«Quello di creare un tempo e uno spazio di relazione e di pensiero, un luogo di pace, multietnico e multiculturale, un luogo di consapevolezza e di abbraccio della nostra condizione di esseri umani».
E quali sono le proposte più interessanti a tuo avviso?
«Parliamo di quattro giorni che annoverano proposte molto precise, sia sul piano musicale che su quello teatrale. Dal teatro partecipativo aperto a adolescenti migranti di seconda generazione di Zona K a una domenica di festa dedicata al teatro per bambini e alle loro famiglie. Nel mezzo progetti più legati alla sperimentazione, vicini al classico dna del festival, Claudia Castellucci/Socìetas, Silvia Costa, Agrupation Senor Serrano, Andrea Belfi. La sezione arte sarà invece visibile per tutta la durata del festival e chi vorrà entrare nel chiostro di San Sebastiano troverà sempre il curatore Davide Ferri e i suoi assistenti pronti a raccontare il piccolo percorso espositivo. Poi molte situazioni laboratoriali che vi invitiamo a scoprire: Muta imago, gruppo nanou, Teatro Akropolis, Cantieri Danza. Senza dimenticare importanti progetti legati a un pensiero sugli spazi cittadini come Paesaggio condiviso di Spazi Indecisi e EXATR Lab III — kid’s houses di Renzo Francabandera e Michele Cremaschi».

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Ipercorpo 2019, foto di Gianluca Camporesi

Il successo della performance è stato decretato anche dalle ultime due edizioni della Biennale di Venezia. Cosa ne pensi di queste due esperienze?
«Con rammarico non sono riuscito a seguire personalmente il lavoro di Antonio Latella, verso il quale nutro profonda stima anche perché ormai vent’anni fa mi diede la possibilità di essere suo assistente alla regia in alcune produzioni. L’eco del lavoro svolto a Venezia è certamente di un grande amore, direi materno e quindi generativo, verso l’arte dal vivo. Mi appare come un progetto veramente aperto, che guarda al futuro del teatro e dell’arte scenica, anche giustamente in senso puramente anagrafico, salvaguardando appieno la dimensione internazionale».
Com’è nata la scelta di affiancare una sezione di arti visive al festival? 
«Le arti visive mi sembrano oggi capaci di un portato narrativo che a volte in teatro manca, trovo ci sia una grande libertà nell’arte visiva rispetto anche a forme di sperimentazione. Dopo anni di lavoro su teatro e musica percepisco l’arte visiva al festival come un indispensabile contraltare di conforto e rilancio, un completamento necessario e ormai imprescindibile del progetto Ipercorpo».
Infine, dopo tutta questa attenzione all’oggi, la mia domanda è rivolta al futuro: dove stiamo andando? 
«Ti rispondo con il titolo della Biennale 2019 che mi sembra veramente molto bello: May You Live In Interesting Times».

Leonardo Regano

 


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