Marina Abramovic - Balkan Epic 3107 utenti online in questo momento
exibart.com
 
community
Express
26/06/2019
Ecco il nuovo motore di ricerca per chi non ricorda i titoli dei film
25/06/2019
Un manifesto per l’arte attiva. Al MAXXI, la prima bozza di Art Thinking
25/06/2019
Quattro residenze per il nuovo bando di CURA 2020
+ archivio express
Exibart.segnala
Blog
recensioni
rubriche

arte contemporanea, collettiva HANGAR BICOCCA ​ Via Chiese 2 Milano 20126

Milano - dal 19 gennaio al 14 maggio 2006

Marina Abramovic - Balkan Epic
[leggi la recensione]

Marina Abramovic - Balkan Epic
[leggi la recensione]

 [Vedi la foto originale]
HANGAR BICOCCA
vai alla scheda di questa sede
Exibart.alert - tieni d'occhio questa sede
Via Chiese 2 (20126)
+39 0266111573 , +39 026470275 (fax)
info@hangarbicocca.it
www.hangarbicocca.it
individua sulla mappa Exisat
individua sullo stradario MapQuest
Stampa questa scheda
Eventi in corso nei dintorni

saranno esposte sei opere realizzate dall’artista jugoslava, considerata dalla critica internazionale tra i nomi più autorevoli della nostra epoca: il nuovo lavoro Balkan Erotic Epic e altre cinque video installazioni, create tra il 2001 e il 2003
orario: da martedì a domenica 11-19; giovedì 14.30-22
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero 8 euro, ridotto 6 euro
vernissage: 19 gennaio 2006. ore 19 su invito
editore: SKIRA
ufficio stampa: MARA VITALI
curatori: Adelina von Fürstenberg
autori: Marina Abramoviæ
genere: arte contemporanea, personale

segnala l'evento ad un amico

mittente:
e-mail mittente:
e-mail destinatario:
messaggio:

individua sulla mappa

comunicato stampa
La stagione espositiva dell’Hangar Bicocca del 2006 riparte in grande stile. Apre infatti il 20 gennaio Balkan Epic, la nuova mostra di Marina Abramovic’, ideata e organizzata per Milano e lo spazio considerato tra le più forti attrattive cittadine per l’arte contemporanea, curata da Adelina von Fürstenberg.
Per tre mesi, sino al 23 aprile, in uno spettacolare allestimento con una serie di tecnologici multischermi disseminati nelle navate dell’ex capannone industriale di Viale Sarca, saranno esposte sei opere realizzate dall’artista jugoslava, considerata dalla critica internazionale tra i nomi più autorevoli della nostra epoca: il nuovo lavoro Balkan Erotic Epic e altre cinque video installazioni, create tra il 2001 e il 2003.

Marina Abramovic’ è un’antesignana nell’uso dell’arte performativa come forma di arte visiva. Da sempre utilizza il corpo sia come soggetto che come mezzo. Mette alla prova i limiti fisici e mentali del suo essere, arrivando a sopportare dolore, sfinimento e a correre dei rischi alla ricerca di trasformazioni emotive e spirituali. L’artista si dedica alla creazione di opere che ritualizzano le semplici azioni del vivere quotidiano, come stare stesi oppure seduti, pensare o sognare che sono in sostanza espressioni di un unico stato mentale. In quanto esponente vitale di una generazione di performance artist d’avanguardia, di cui fanno parte anche Bruce Nauman, Vito Acconci, e Chris Burden, Marina Abramovic’ è autrice delle primissime esibizioni che hanno fatto la storia della performance art ed è l’unica che ancora continua a produrre opere importanti destinate a lasciare il segno.

Reduce da una perfomance/installazione inedita intitolata Seven Easy Pieces, svoltasi in novembre al Guggenheim Museum di New York, Marina Abramovic’ presenta all’Hangar il nuovo lavoro Balkan Erotic Epic, che l’artista così racconta: “Balkan Erotic Epic prende spunto dai miei studi sulla cultura popolare nei Balcani e sull’uso dell’erotismo. Attraverso l’erotismo, l’essere umano ambisce a diventare simile agli dei. Nella cultura popolare la donna sposa il sole o l’uomo sposa la luna per conservare il segreto dell’energia creativa e, attraverso l’erotismo, entrare in contatto con le indistruttibili energie cosmiche. La gente credeva che nell’energia erotica ci fosse qualcosa di sovrumano proveniente non dall’uomo bensì da forze superiori. Gli oggetti osceni e i genitali maschili e femminili hanno una funzione molto importante nei riti per la fertilità e l’agricoltura dei contadini dei Balcani. Se ne faceva un uso assolutamente esplicito per un’infinità di scopi. Durante i riti, le donne esibivano la vagina, il sedere, il seno e il sangue mestruale. Gli uomini mostravano apertamente il sedere e il pene durante la masturbazione e l’eiaculazione”.
Balkan Erotic Epic, che comprende due opere distinte - un’installazione video su multischermo e un filmato di dodici minuti con lo stesso titolo - nasce dalla proposta, fatta all’artista da Neville Wakefiekd e Frederick Carlström della Destricted, una casa cinematografica serba, di realizzare un film facendo recitare delle porno star. Abramovic’ accetta questa insolita proposta, ma riflettendo sulla pornografia - per lo più ripetitiva e noiosa - e, più in generale, sull’idea di sesso, decide di mostrare il sesso nel modo in cui è vissuto nel suo paese, cioè un modo sano e vitale, molto esplicito e libero, naturalmente connaturato alla sua gente. Consulta quindi vari manoscritti antichi, dal XIV al XIX secolo, trovando molti riti pagani che dimostrano come questo comportamento sia radicato nella cultura serba sin dal medioevo. E da qui cerca un modo di utilizzare artisticamente questo materiale. Torna a Belgrado, da cui mancava da trent’anni, e scrittura un cast di gente comune che possa ricreare, sotto lo sguardo della macchina da presa, quegli antichi rituali legati alla fertilizzazione della terra, alla interruzione della pioggia, al profondo legame esistente tra gli uomini - e le donne - jugoslavi e la natura.
Le immagini realizzate sono in parte riprese puntualmente da quanto ritrovato negli archivi, altre sono state completamente reinventate dall’artista, che ha rielaborato ciò che ha visto, immaginando quei riti secondo la sua sensibilità di oggi. Si vedranno così uomini in costume nazionale che mostrano impassibili l’erezione, un’immagine che contiene diversi contenuti sovrapposti, dall’orgoglio nazionale, all’energia muscolare e sessuale viste come cause di guerra, di disastri, ma anche d’amore. Uomini che copulano contemporaneamente con la terra, come se fosse la loro amata. Donne che mostrano i seni e se li massaggiano guardando il cielo, donne fradice di pioggia, sporche di fango, sfinite, che mostrano la propria vagina alla terra. Uomini e donne, non attori professionisti, che ripetono antichi riti propiziatori contadini. Sono immagini forti, molto toccanti, a tratti disperate, a tratti silenziose e commoventi, che comunicano intensamente l’essenza della vita, la sua materialità, la sua matrice corporea. Ma anche un senso di grande spiritualità, di interiorità, di riflessione. Come se il sesso fosse un modo concesso all’uomo per elevarsi e uscire dalla pura dimensione corporea. Ed è questo lo scopo di Marina Abramovic che ha infatti detto: “...se si guardano le immagini tantriche dell’India e di altre culture, sono esplicite sessualmente ma vengono usate per fini spirituali, mentre nella nostra cultura abbiamo tolto al sesso ogni spiritualità, lo abbiamo reso vile, volgare e banale. Considero queste mie opere, l’installazione video e il filmato, come una sorta di conferenza, molto educativa. Propongo di ritornare un pò indietro nel tempo e di vedere come tutto questo si collega alle radici della nostra cultura”.

Oltre a questo nuovo lavoro saranno in mostra altre cinque opere: Balkan Baroque, The Hero, Count on Us, Tesla Urn e Nude with Skeleton.

Balkan Baroque
E’ la performance/installazione presentata alla Biennale di Venezia del 1997.
Nel video le immagini sono disposte a trittico, al centro del quale è ritratta a grandezza naturale Marina Abramovic’ nelle vesti di due persone distinte. Nella prima parte indossa un camice bianco da medico e impersona uno scienziato che racconta la storia della creazione nei Balcani dei Topi-Lupo, animali che trovandosi in situazioni terribili (in altre parole, l’umanità in guerra), si annientano a vicenda. Nella seconda parte, assume il ruolo femminile di una cantante da osteria, che intrattiene il pubblico maschile, ballando come un’invasata, al ritmo di una melodia popolare serba. Ad ambo i lati sono disposti i video di sua madre e suo padre, che troncarono con le rispettive famiglie di religione Cristiana Ortodossa, si unirono ai partigiani, parteciparono alla Guerra di Liberazione Nazionale (1941-1945) e militarono nel Partito Comunista; negli anni del dopoguerra condivisero gli ideali del socialismo jugoslavo, che doveva essere, in teoria, il primo passo verso una società senza distinzione di classi. Dal modo in cui sono disposte, le tre immagini a video si possono leggere anche come un’iconostasi, la parete decorata di icone che, nelle chiese Ortodosse, funge da separazione e insieme da punto di contatto tra la Terra e il Cielo. Il video dell’autoritratto con i genitori è installato in una stanza buia in cui si notano appena tre sculture di rame, contenenti dell’acqua, a simboleggiare la purificazione spirituale. Nella performance purificatrice Marina Abramovic’ per ventidue ore, in quattro giorni consecutivi, lavava con una spazzola di metallo, acqua e sapone, ossa di animali, ripulendole dal benché minimo residuo di carne. Era una purificazione “all’osso”, una pulitura radicale della zavorra (il passato personale e collettivo, meraviglioso o orrendo, piacevole o sgradevole), opera di personalizzazione di un lutto senza il quale non si compie nessun rito di passaggio.
L’artista si appropria qui di due ruoli femminili: gioca con il concetto di allegoria, quella della nazione, che, nella tradizione europea, fu inventata in concomitanza con la nascita degli stati nazionali. Dalla fine del XVIII secolo, infatti, il corpo femminile - la Madre - sta per Nazione e i luoghi pubblici si popolano di allegorie femminili - Marianna in Francia, Britannia in Inghilterra, Germania e Borusia in Germania e, seppur raramente, Jugoslavija nella Jugoslavia monarchica. Il secondo ruolo di Abramovic non riguarda il corpo-stato, bensì la tradizione popolare secondo cui si pagavano delle cantanti professioniste, le prefiche, per cantare in occasione dei funerali a nome della famiglia in lutto. Seduta in mezzo a un cumulo di ossa di animali, Marina cantava ogni giorno nella lingua natale, una canzone di cui ricordava solo alcuni versi. Per lo sfinimento provocato dalle ore di fatica per pulire le ossa, il suo “canto” finiva per assomigliare a un mantra.
All’Hangar sarà esposta la video installazione, accanto un cumulo di ossa farà da raccordo reale al video.

The Hero
The Hero si concentra sull’aspetto performativo dell’opera di Marina Abramovic´. Girato in Spagna nel 2001, l’opera è uno studio sull’immobilità e la resistenza. Sullo sfondo di un quieto paesaggio, l’artista monta un cavallo bianco (vigoroso simbolo di guerra, eroismo, purezza, forza, coraggio e determinazione) mentre i capelli e la bandiera bianca che tiene in mano (simbolo della resa) sono violentemente sferzati dal vento. La rappresentazione è dedicata al padre di Marina Abramovic´, morto lo stesso anno della performance. Il titolo si riferisce alla sua fama di eroe di guerra e della resistenza jugoslava, che aveva combattuto con i partigiani di Tito contro le forze di occupazione tedesche durante la seconda guerra mondiale. Sovvertendo l’atteggiamento di rassegnazione proprio sia della spiritualità orientale che della sua stessa opera, Marina Abramovic´ di suo padre dice che “non si è mai arreso”. L’immagine accenna anche al romantico racconto del primo incontro tra i suoi genitori durante la guerra: dapprima era stato suo padre a trovare sua madre in un gruppo di partigiani malati e feriti e a portarla in ospedale sul suo cavallo bianco; in seguito era stata la madre di Marina a salvare la vita al padre, che aveva trovato privo di conoscenza, a terra, tra altri soldati gravemente feriti. Il canto che si sente è “Hej Sloveni,” l’inno nazionale jugoslavo ai tempi di Tito, nella splendida esecuzione di Marica Gojevic´, ex allieva di Marina Abramovic´. The Hero nasceva come rappresentazione in due parti, in cui l’artista si poneva di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio su di un cavallo nero, la seconda immagine è stata tolta durante il montaggio per evidenziare l'aspetto “eroico” dell’opera. Il concetto da cui The Hero ha origine, richiama alla mente un’opera precedente, un film su doppio schermo del 1971, girato in Super-8, nel quale due cigni nuotano all’infinito l’uno verso l’altro sullo sfondo di paesaggi diversi.
Di atmosfera elegiaca, l’opera mette in risalto l’aspetto della concentrazione e dell’immobilità che fa da filo conduttore in molte sue opere. I momenti più struggenti del video sono quelli in cui l’artista, sfinita dalla stanchezza, non riesce a mantenere la presa sulla pesante bandiera che ha in mano, abbassa l’asta ma la risolleva immediatamente. L’artista, che rimane praticamente immobile, invita all’attenzione per il benché minimo movimento.

Count on Us
Al termine della lunga guerra yugoslava, le popolazioni balcaniche si erano ritrovate con i paesi rasi al suolo, una situazione economica disastrosa e le promesse d’aiuto non mantenute da Unione Europea e USA. L’opera risale a quando la Abramovic’ è ritornata nel suo paese nel 2003 e si è confrontata con la situazione attuale.
“Al ritorno in Jugoslavia - ha detto l’artista - la prima cosa che volevo rifare era la stella, che ha per me una forte valenza simbolica. Prima di andarmene dalla Jugoslavia nel 1975, in una delle ultime performance, dal titolo Rhythm 5, feci una stella a cinque punte, uguale a quella della bandiera jugoslava, appiccai il fuoco alla stella e mi stesi nel mezzo. Durante la performance, il fuoco bruciò l’ossigeno e persi conoscenza. Quando il pubblico capì cosa stava succedendo, la performance venne interrotta e mi tirarono fuori dalla stella. Poco dopo lasciai la Jugoslavia. Quando vi ritornai 28 anni dopo, composi la stella facendo stendere a terra dei bambini vestiti di nero, in tono con le fosche prospettive del loro futuro. Era esattamente quello che ci voleva per collegare il passato al presente e per rispecchiare il futuro”.
Dopo questa performance, la Abramovic’ scopre che a Belgrado c’era una scuola intitolata alle “Nazioni Unite”. Andando a visitarla, apprende che un compositore jugoslavo aveva scritto un inno per la scuola dal titolo “Nazioni Unite” che la commosse per l’entusiasmo del testo infarcito di promesse di aiuti, pace, cibo, ben sapendo quanto fosse lontano dalla realtà. L’artista creò quindi un’immagine in cui il coro della scuola era composto da 86 bambini, tutti vestiti di nero e lei indossava un abito con due scheletri, uno davanti e uno dietro. Era il macabro scenario in cui intendeva dirigere dei bambini, che cantavano con entusiasmo parole di speranza. Voleva creare un’immagine scioccante che riflettesse la realtà attuale.
Per creare un’atmosfera di innocenza e bellezza, un bambino e una bambina cantano due motivi che la Abramovic’ ricordava dall’infanzia, che parlano di desideri struggenti e d’amore. Sono ripresi inquadrandoli dal basso, per rendere un’immagine eroica analoga a quelle dei giovani pionieri dell’epoca di Tito.
Inoltre, un museo di Belgrado è dedicato a Nicola Tesla, un grande scienziato dei nostri tempi, cui si devono esperimenti con l’energia elettrica senza cavo e sul magnetismo. Con la collaborazione del curatore del museo, l’artista ha effettuato uno dei suoi esperimenti con l’energia elettrica senza cavo. Tiene in mano un tubo al neon e si mette in mezzo a due bobine di rame. Le bobine rilasciano nello spazio oltre 35.000 volt di elettricità, che restano sospesi nell’aria. L’elettricità passa attraverso il corpo dell’artista, arriva alla luce al neon e l’accende, senza essere collegata a nessun cavo. L’artista diventa così un conduttore di energia. L’esperimento viene ripetuto più volte, perché l’artista è convinta che la performance consista soprattutto nel ricevere e trasmettere energia.
Questa installazione–video dovrebbe trasmettere i ricordi del passato e gli interrogativi sul futuro. I bambini rappresentano il futuro, la freschezza, la gioventù e l’ottimismo, ma non sono vestiti di rosso – i loro abiti sono neri. La stella formata dai loro corpi è una stella nera, la stella di un futuro incerto.

Tesla Urn
L’opera è l’omaggio dell’artista a Nicola Tesla, lo scienziato cui è dedicato un museo a Belgrado, dove non sono solo esposte solo le sue invenzioni ma anche l’urna contenente le sue ceneri. L’artista è stata colpita dal fatto che un museo sia anche un cimitero.
Nel video, realizzato nel 2003, la Abramovic’ tiene le mani al di sopra dell’urna in cui riposano le sue ceneri. Concentrandosi e meditando, cerca di sentire l’energia di Tesla.

Nude with Skeleton
L’artista ha lavorato a lungo con scheletri e ossa. Questa immagine è stata allestita per la macchina fotografica. Non era una performance dal vivo. Ne esiste solo un video e una fotografia. Si tratta in sostanza di un suo ritratto come natura morta.

Una mostra di grande respiro, che darà emozioni e farà riflettere.
E che consacra l’Hangar Bicocca tra i poli espositivi d’arte contemporanea di maggiore rilevanza a livello nazionale.
 
Il navigatore dell'arte
trovamostre
@exibart on instagram