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arte contemporanea, collettiva SHOW ROOM TELEMARKET ​ Via Caprarie 4 Bologna 40125

Bologna - dal 22 aprile al 27 maggio 2006

Gianni Dova - La maturità e il percorso

Gianni Dova - La maturità e il percorso
SHOW ROOM TELEMARKET
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Via Caprarie 4 (40125)
+39 051224888
sr.bologna@telemarket.it
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Saranno esposte circa trenta opere dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Ottanta
orario: dal martedì al venerdì 10.00-13.00 e 15.00-19.30
Sabato 10.00-19.30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 22 aprile 2006. ore 18
editore: SKIRA
autori: Gianni Dova
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
E’ un vero piacere ospitare nelle sale della Galleria Telemarket di Via Caprarie una bella retrospettiva di Gianni Dova. Saranno esposte circa trenta opere dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Ottanta.

Una mostra fortemente voluta da Telemarket e corredata di una monografia molto interessante, curata dal grande critico Enrico Crispolti, estimatore ed amico di Gianni Dova.

I dipinti esposti, tutti pubblicati, danno la possibilità di conoscere e approfondire la forte personalità ed il grande contributo che quest’artista ha lasciato nella storia dell’arte italiana e mondiale.


Gianni Dova nasce a Roma l’8 gennaio 1925. Il padre Edmondo, romano di origine piemontese, è un commerciante di tessuti. La madre è Isabella Maria Rauchensteiner, tedesca.

Il talento artistico di Dova proviene dal nonno materno: Carl von Rauchenstein, pittore, che affrescò numerose chiese nel Tirolo e in Baviera.

Nel 1936 entra nel Collegio gesuita di san Leone Magno di Roma, successivamente si trasferisce con la famiglia a Milano, dove frequenta il liceo artistico e si inserisce nell’ambiente bohemien creatosi attorno all’Accademia di Brera. E’ affascinato dagli artisti del gruppo Corrente: Birolli, Morlotti e Cassinari; e da Picasso, di cui segue le influenze post-cubiste. Nel 1945 si sposa e s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha come docenti Carpi, Carrà e Funi, e come compagni Ajmone, Cavaliere, Cremonini, Crippa e Peverelli.

E’ fra i firmatari nel ’46 del manifesto del Realismo, e l’anno successivo ottiene il primo contratto con un mercante: Cardazzo. Viene seguito molto da tanti collezionisti e critici milanesi che lo apprezzano e lo incoraggiano nella sua ricerca. Tiene la sua prima personale alla Galleria del Cavallino di Venezia ed inizia uno stretto sodalizio con Roberto Crippa, seguendo la strada espressiva del “concretismo geometrizzante”, con notevoli infiltrazioni immaginative.

Nel 1950 prende parte alla mostra del MAC con Vedova, Fontana, Crippa, Bertini e Soldati, distaccandosi dalla pittura di astrazione geometrica e virando verso una manipolazione più gestuale e immediata della materia. L’anno successivo, consigliato da Fontana, divenuto suo amico, sostiene lo Spazialismo e ne sottoscrive il Manifesto. Nell’ottobre dello stesso anno, alla Galleria Il Milione di Milano, si tiene la prima esposizione, presentata da Dorfles, della nuova pittura di Dova, più “nucleare”, più “spaziale”, più “informale”.

Iniziano subito i conflitti all’interno di questa corrente fra nuclearisti puri e spazialisti come Dova e Crippa, tant’è che nel 1953 si scinde il gruppo e Dova dà vita ad una nuova espressione pittorica: una figurazione embrionale.

Nel 1954 prende parte alla Biennale di Venezia e nello stesso anno si trasferisce a Parigi, invitato da Michel Tapiè, dove continua ad esporre così come a Roma e Bruxelles.

Si sposta ancora nel 1956, apre uno studio ad Anversa stringendo amicizia con Lam, Matta e Jorn. Frequenta gli ultimi seguaci del Surrealismo sviluppando la sua spiccata immaginazione visionaria alla Ernst.

L’anno dopo torna a Parigi dove espone al Palais des Beaux-Arts, ma si susseguono senza sosta le mostre internazionali in tutta Europa

Nel ’58 inizia il suo periodo “metamorfico”, con sovrapposizioni iconiche di umani e insetti, e nello stesso anno torna a Milano. Partecipa a “Documenta” a Kassel e al “Salon de Mai” a Parigi. Gli inizi degli anni Sessanta lo vedono grande protagonista dell’arte contemporanea italiana. Viene chiamato spesso nelle grandi esposizioni internazionali a rappresentare l’espressione creativa del nostro Paese. Si susseguono sue personali e partecipazioni a collettive a: Lima, New York, Hagen, Amsterdam, Bruxelles. Nel 1964, a Palazzo Reale di Milano, ha una sala nella mostra “Sedici pittori dal 1945 al 1964”. Vive ora tra Milano e Calice Ligure ove ha uno studio.

Numerosi in questo periodo i viaggi. Tra questi, sarà fondamentale quello in Bretagna nel 1968, dove scoprirà condizioni di luce particolari che saranno fonte di ispirazione per le gouaches, esposte in seguito a Verona e a Brescia. Nel 1970 gli viene dedicata una mostra a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Si va sviluppando il suo interesse per l’incisione e la litografia.

Alla fine del 1971, nella sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano s’inaugura una sua antologica, curata da Franco Russoli.

In questo periodo Gianni Dova si abbandona, come sottolinea Enrico Crispolti, “ad una sorta di immaginoso impressionismo acquatico e boschivo”, che lascia spazio nei suoi cataloghi ad una fertile convivenza con le liriche di poeti suoi amici, con i quali intreccerà sodalizi molto sentiti e profondi.

Continuano le esposizioni, fra cui “Milano 70/70, un secolo d’arte” al Museo Poldi Pezzoli e alla Biennale di Milano.

Nel 1973 realizza il drappello del Palio di Siena.

Nel corso degli Anni Settanta e Ottanta saranno innumerevoli le sue personali in Italia ed all’estero con riconoscimenti di pubblico e di critica.

Ed è questa la stagione della maturità immaginativa doviana. L’artista si immerge in una dimensione magica e fascinosa, evolvendo la sua sensibilità non con ulteriori elementi di ricerca, ma approfondendo e svelando le possibile e innumerevoli chiavi di lettura di quanto sino ad ora espresso. I suoi “giardini” e “paesaggi” non sono più un’espressione surreale ernstiana, ma intense proiezioni psichiche d’accesa fantasia, quindi niente di naturalistico, atmosferico, ma pura introspezione psicologica.

Della inesauribile e preziosa fertilità creativa di Dova continueranno a scrivere: Sanesi, De Grada, Russoli, Alfonso Gatto, Barbera, Castellaneta e Crispolti.

Nel 1983, partecipa alla Mostra presso la GAM di Bologna “L’Informale in Italia”, curata da Barilli e Solmi. Mentre quattro anni dopo, sue opere sono esposte in “Arte svelata. Collezionismo privato a Como dall’Ottocento ad oggi”, a cura di Luciano Caramel.

Il XXII Premio Aldo Roncaglia, nel 1990, presso la rocca estense di San Felice sul Panaro propone un “Omaggio a Dova”, e ancora una personale curata da Tommaso Trini a Cuneo e una partecipazione a “Segno gesto materia. Protagonisti dell’Informale europeo” a cura di Caramel, alla Galleria Arte 92 di Milano.

E come scrive sempre Crispolti “Questo è il Dova estremo, disperatamente neoromantico piuttosto, ormai, che surreale. In uno strazio di disperata volontà di partecipazione, di stupore immaginativo e sensitivo.”

Nel 1991 Claudio Spadoni cura un’antologica di Dova a Palazzo Paolina a Viareggio e alla Casa del Mantegna a Mantova.

Il 14 ottobre Dova muore a Rigoli, sopra Marina di Pisa.
 
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