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arte contemporanea, collettiva FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA ​ Campo Santa Maria Formosa 5252 Venezia 30122

Venezia - dal 20 maggio al 10 settembre 2006

I miti di Dürrenmatt
[leggi la recensione]

I miti di Dürrenmatt
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FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA
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Campo Santa Maria Formosa 5252 (30122)
+39 0412711411 , +39 0412711445 (fax)
fondazione@querinistampalia.org
www.querinistampalia.it
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Disegni e manoscritti dalla collezione Charlotte Kerr Dürrenmatt
orario: da martedì a sabato 10/24
domenica e festivi 10/19
lunedì chiuso
Da martedì 8 a lunedì 28 agosto la mostra osserverà il seguente orario:
da martedì a domenica 10/18
venerdì e sabato 10/22
lunedì chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero 8 euro, ridotto 6 euro
vernissage: 20 maggio 2006. ore 18
editore: SKIRA
curatori: Mario Botta
autori: Friedrich Dürrenmatt
genere: altro, personale, disegno e grafica

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comunicato stampa
“I miei disegni non sono lavori accessori rispetto alla mia attività letteraria, ma i campi di battaglia, disegnati e dipinti, su cui si consumano le lotte, le avventure, gli esperimenti e le sconfitte letterarie”.

Così scrive Friedrich Dürrenmatt.

Sono stati soprattutto il teatro, i romanzi polizieschi, i racconti a fare di lui, svizzero, un grande della letteratura di lingua tedesca del Novecento; a portare nel mondo il suo nome.

Non esisterebbe però Dürrenmatt scrittore senza Dürrenmatt disegnatore e pittore.

La mostra in Fondazione Querini Stampalia a Venezia, dopo quella di Cologny-Ginevra presso la Fondation Martin Bodmer (19 novembre 2005 -12 marzo 2006), propone questa dimensione originaria della sua vocazione artistica.

Circa un centinaio di opere, tra disegni e manoscritti, provenienti dalla Collezione Charlotte Kerr Dürrenmatt saranno visibili nella Corte Mazzariol della Fondazione, spazio ridisegnato dall’architetto Mario Botta.

E proprio a Botta si deve non solo la cura di questa esposizione, ma lo stesso suggestivo allestimento: in una sorta di labirinto il visitatore potrà andare alla ricerca di quei miti che tanto spazio ebbero nella produzione grafica e letteraria di uno dei massimi scrittori del XX secolo.

Completa la mostra la proiezione del video La ballata del Minotauro, estratto da Friedrich Dürrenmatt ritratto di un pianeta, film di Charlotte Kerr.

Dürrenmatt non si risolse mai fino in fondo, in maniera esclusiva, per la scrittura o per la pittura. Da studente confidava al padre: “Non si tratta di decidere se diventare artista (…) perché questa non è una cosa che si sceglie; vi si arriva per necessità. Per me la questione è un’altra: scrivere o dipingere? Mi sento attratto da entrambe le cose”.

La prima diventa a un certo punto il suo mestiere, ma la seconda accompagna sempre sottotraccia la sua produzione letteraria; è la sorgente a cui Dürrenmatt torna a dissetarsi per ritrovarvi la freschezza intatta di ogni inizio.

E’ ancora lui che si racconta: “A dire il vero, mi succede di smettere di dipingere o disegnare per mesi o addirittura per anni, mentre non ho mai smesso di scrivere, da quando sono diventato scrittore. Ma disegnare o dipingere è rivivere la mia infanzia, sempre. E’ l’unico mezzo per recuperare la forza creativa dei primi anni (…). E altrove chiarisce: “Non sono un pittore. Tecnicamente dipingo come un bambino, ma non penso come un bambino. Dipingo per la stessa ragione per cui scrivo: perché penso”.

Pensieri e immagini di Dürrenmatt esprimono il tentativo di rappresentare la realtà della vita, misurandosi con essa. Per lui “l’arte è un confronto con il mondo” in una sperimentazione senza sosta, nel travaso da una forma all’altra, dalla parola scritta al segno grafico e pittorico: “Sulla mia scrivania, vicino al manoscritto, c’è un cartoncino bianco (…); la penna prende a scorrervi sfuggevole; in un attimo prende corpo (…) lo schizzo di una città (…)”.

All’infanzia l’autore attinge anche i temi della sua opera: “Mia madre raccontava la Bibbia (…). Mio padre invece - era pastore protestante – si metteva a parlare dei miti greci; gli eroi e i mostri che evocava divennero subito familiari (…). La sua storia preferita era quella del re di Atene Teseo; di come il labirinto di Minosse, sull’isola di Creta, tenesse prigioniero il Minotauro indomito (…) Nel rappresentare il mondo come un labirinto, tento di prenderne le distanze (…), di guardarlo negli occhi come un domatore guarda una bestia feroce”.

Labirinto e Minotauro ritornano di continuo nel suo lavoro, ossessivi e ambigui: il mostro incarna la condizione umana come anomalia. Nella sua duplice natura, di animale e uomo, si colloca di fatto irrimediabilmente fuori dal mondo ordinato, dal cosmo, dal paradiso terrestre; e la sua esclusione è la sua grandezza e anche il suo carcere, il Labirinto. La biografia di Dürrenmatt solo in apparenza contrasta con la sua visione artistica. Si circondava di amici; si faceva amare per la cordialità e la voglia di vivere; per la sua abilità di narratore; il mistero dell’universo lo affascinava al punto da tenerlo notti intere incollato a un telescopio, a scrutare le stelle; sete di sapere, a cui contribuiva certo il lascito dei suoi studi filosofici. Combatteva anche così la sua malattia, il diabete.

Il Minotauro è l’ angoscia esistenziale, il male dentro, ma anche fuori di noi. Quando divora i giovani, che Atene gli sacrifica come tributo, assomiglia al Lucifero dantesco.

Dürrenmatt rielabora e contamina i miti antichi. Il sentimento che prova per Charlotte Kerr, sua futura moglie, gli ispira i disegni per il racconto La morte della Pizia. Inventa un amore fra il Minotauro e la profetessa di Apollo, a Delfi; negli oracoli del dio gli uomini cercano di indovinare il proprio destino; la comica rivisitazione di Dürrenmatt li consegna invece al caso. “La verità, scrive, esiste solo se la lasciamo in pace”.

E la ricerca di senso approda al caos di un manicomio; alla confusione della Torre di Babele. Il soggetto biblico riaffiora, nei disegni, dai ricordi di bambino, mentre il manicomio è l’ambientazione dell’ultima opera teatrale di Dürrenmatt Achterloo, delirante guazzabuglio che mette insieme Napoleone e Marx, Freud e Jung.

L’ideale non salva il mondo: Dürrenmatt manda un don Chisciotte, schizzato in bianco e nero, a schiantarsi in volo contro i fili dell’alta tensione. Neppure il ricco, il potente, trova scampo: re Mida è il grande industriale: trasforma in oro tutto ciò che tocca, ma i soci lo faranno fuori. Bozze di sceneggiatura e una serie di disegni a pennarello sono quel che resta dell’idea di un film.

Anche i suoi scorci di isole, la greca Hydra o le lontane Galapagos, sono sotto il segno dell’ambiguità: aspre, scoscese, scure, sembrano terre inospitali, più che paradisi perduti; luoghi selvaggi di vulcani e di mostri; l’iguana come il Minotauro.

“Scrivere, dipingere, è un vagare senza fine in un labirinto personale”, scrive di lui Charles Méla, commentando un appunto autobiografico di Dürrenmatt: “Mi alzo nel cuore della notte e scarabocchio (…) il mio quadro “cosmico” (…). Tornato a letto, so già cosa dovrò cambiare l’indomani mattina”.

Meticoloso e mai placato nel suo indagare e nel suo modo di lavorare con i colori accesi degli olii, degli acquarelli, e con il nero dell’ inchiostro, con il tratto svelto dei disegni a penna. Dürrenmatt era pure un abile, fantasioso caricaturista.

L’architetto ticinese Mario Botta, che cura l’allestimento di questa mostra, a Neuchâtel ha realizzato la sede del Centro Dürrenmatt, vicino alla casa in cui l’artista trascorse il periodo più lungo e fecondo della sua vita; a Venezia ha riorganizzato gli spazi a piano terra della Fondazione Querini Stampalia. Botta per questa mostra li ha trasformati nel dedalo di Dürrenmatt, nel teatro della sua mitologia grottesca e dolente: la casa del Minotauro con il pugno alzato, a maledire il Sole.



Brevi cenni biografici sull’artista

Friedrich Dürrenmatt nasce il 5 Gennaio 1921 in Svizzera, a Konolfingen, nell’Emmental.

Frequenta l’università a Berna: letteratura tedesca e filosofia.

1946: abbandona gli studi, sposa l’attrice Lotti Geissler e comincia a scrivere.

La coppia trascorre i primi tempi a Basilea e a Ligerz, sul lago di Bienne. Arrivano i figli, tre, e i primi successi come drammaturgo.

1948: Romolo il Grande. Sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, appena finita, nella caduta dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augustolo, Dürrenmatt mette in scena la retorica patriottica che fa da paravento alle ambizioni egemoniche degli Stati.

1951: Il giudice e il suo boia, primo romanzo poliziesco.

1952: Dürrenmatt si trasferisce con la famiglia a Neuchâtel. Nella casa al Pertuis du Sault trascorrerà il resto della vita, concependovi le opere della maturità artistica. Dello stesso anno è il dramma Il matrimonio del signor Mississip(p)i, riflessione sulla politica e sulle ideologie, che lo impone all’attenzione della critica e del pubblico in Germania. Secondo giallo di Dürrenmatt: Il sospetto.

1956: la tragicommedia dell’ipocrisia, La visita della vecchia signora, ne fa un autore di fama mondiale. Viene rappresentata a Parigi, a New York, al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Giorgio Strehler. Ne verranno tratte varie versioni cinematografiche.

1958: Dürrenmatt pubblica La promessa. Un requiem per il romanzo giallo.

1962: con I Fisici Dürrenmatt solleva la questione delle responsabilità della scienza.

1976: l’anno del racconto La morte della Pizia, in Der Mitmacher. Ein Komplex.

1981:Die Stoffen. Labyrinth. Considerazioni sul motivo del labirinto.

1983: rinuncia al progetto di un film ispirato alla figura di re Mida. Viaggi in Grecia, in Perù e alle isole Galapagos con l’attrice e regista Charlotte Kerr.

Nasce Achterloo, ultima opera teatrale, ambientata in un manicomio. Charlotte Kerr scrive: “E’ un nome inventato, incrocio fra Acherloo, luogo fantastico di una poesia per bambini, e Waterloo, sinonimo di sconfitta”.

Scrive Maledetta Pizia!

1984: il 7 maggio Dürrenmatt e Charlotte Kerr terminano le riprese del film Friedrich Dürrenmatt ritratto di un pianeta.

Si sposano il giorno seguente.

1985: viaggio sull’isola greca di Hydra.

1986: viaggio in Spagna. L’incarico, romanzo poliziesco.

1989: La valle del caos; ultimo giallo in chiave satirica. D. porta i suoi gangster in un sanatorio sulle Alpi.

1990: D. scrive il racconto Mida o Lo schermo nero – Un film da leggere. E’ il suo ultimo libro. Malato da tempo di diabete, muore per insufficienza cardiaca il 14 Dicembre.
 
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